Stray Dog

Stray Dog

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Debra Granik realizza con Stray Dog ancora un racconto dell’America profonda, della sua pancia, del suo ombelico, questa volta sotto forma di documentario e road movie. Presentato al Torino Film Festival 2014 nella sezione Festa Mobile.

Born in the USA

Ron “Cane randagio” Hall è un biker doc, barbuto e tatuato, che viaggia con la sua Harley dalle campagne del Missouri a Washington, diretto con gruppi di motociclisti verso il Vietnam Memorial… [sinossi]

I miti americani per eccellenza ci sono tutti in Stray Dog. I biker con le loro Harley Davidson e i loro tatuaggi, il viaggio on the road, il tragitto coast to coast (anche se il protagonista parte dal Missouri dove vive, si aggrega in realtà a una comitiva di motociclisti partita dalla California, per giungere a Washington). Già l’itinerario di questo pellegrinaggio però è inverso a quello del mito della frontiera, che porta al West, all’Oceano Pacifico. E così la regista Debra Granik, lasciando parlare i personaggi in un documentario assolutamente non pervasivo, smitizza, rivolta come un calzino, scardina, uno per uno, gli elementi epici di quella cultura americana che tanto fascino ha esercitato nel passato.
I biker sono vecchi, bolsi, obesi, unti, dalle lunghe barbe bianche. Tutti i personaggi sono sovrappeso finanche quei militari, evidentemente anche loro dei veterani, in uniforme altisonante, guanti bianchi, che suonano la tromba nelle fiaccolate per i caduti. Un senso del grottesco pervade tutto il film. Commemorazioni retoriche al motto che la libertà e la democrazia hanno un prezzo, che equivale alla vita dei coraggiosi soldati che si sono immolati servendo il paese in Vietnam, Iraq e Afghanistan. Nelle guerre giuste. Non una parola, non un dubbio, sulle vittime delle popolazioni altre, colpite dal napalm come dai droni.
Solo verso la fine, dopo tutte le pomposità patriottiche, la Granik coglie una battuta che si lascia scappare Ron che, nella sua semplicità e rozzezza, parla delle guerre come organizzate dai ricchi – le compagnie petrolifere – per mantenere il proprio status quo, mandando allo sbaraglio i poveri. È un momento alto del film, di cinéma vérité, che segna la capacità della regista di rimanere invisibile, di registrare un momento spontaneo, fuori da convenzioni e schemi imposti, fuori dai denti.

Stray Dog è un ritratto impietoso dell’America profonda, della sua pancia, del suo ombelico. Che ha un pari in Bubble di Steven Soderbergh, o nella visione herzoghiana del documentario How Much Wood Would a Woodchuck Chuck… e poi de La ballata di Stroszek, per la comune presenza di quei buffi banditori d’asta comuni nell’America country. Un mondo pacchiano di ghirlande kitsch per commemorare i morti, torte e grigliate, di statue trash, ma anche un mondo dove si può regalare un fucile vero al figlio adolescente per Natale; o dove ci si dispone in preghiera davanti a un toast e a un uovo fumante, ringraziando Dio per il dentista e pregandolo affinché conceda nuovi modi per fare soldi. Un mondo popolato di personaggi sgradevoli, che vivono tra disgustosi piatti di carne cotta nell’amido e il viagra. Che puliscono lo sporco del tavolino strofinandolo con la manica della propria camicia. Che si ritrovano in squallidi karaoke.

Il film comincia con la moglie, messicana, di Ron, che gli chiede delucidazioni sulla storia degli USA partendo da chiarimenti sui soldatini unionisti e confederati della guerra di secessione. Una guerra ormai ancestrale, momento fondativo del paese. Ma l’ingenua ignoranza della moglie di Ron rappresenta in realtà una speranza, una via di fuga possibile. L’orizzonte, la nuova frontiera, è ormai diventato il Messico. E, in fondo, la Granik vuole bene ai personaggi che racconta.

Info
La scheda di Stray Dog sul sito del Torino Film Festival.
Il trailer originale di Stray Dog.
Stray Dog su facebook.
Il sito ufficiale di Stray Dog.
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