Pietre da barricata
di Robert Glinski
Il 70° anniversario dell’Insurrezione di Varsavia è stato celebrato sul grande schermo attraverso un film, Pietre da barricata di Robert Gliński, la cui impalcatura squisitamente classica appare del tutto funzionale al tipo di drammaturgia ivi proposto.
Vivere e morire a Varsavia
La gioiosa vita di Alek, Zośka e Rudy è bruscamente interrotta dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. I tre amici vengono allora costretti a scelte drammatiche: sopravvivere a tutti i costi o unirsi alla lotta per una patria libera, rischiando la propria vita. Tratto dall’omonimo romanzo di Aleksander Kamiński… [sinossi]
Tra il 5 e il 9 novembre si è svolto a Roma il Festival del Cinema Polacco, ovvero CiakPolska: un’occasione preziosa per aggiornarsi sul panorama attuale di una scuola cinematografica così importante; ma anche, volendo per confrontarsi con le parabole più o meno recenti di alcuni maestri. Di grande spessore è stato, per esempio, l’incontro con Lech Majewski al Cinema Trevi. Incastonato tra la proiezione del più datato Il giardino delle delizie (Ogród rozkoszy ziemskich, 2004) e quella del recentissimo Onirica (Onirica – Psie pole, 2014), tale appuntamento ha consentito al pubblico capitolino di prendere confidenza con l’ironia, l’intelligenza e la cultura di questo cineasta polacco, le cui opere possiedono un’insolita tensione figurativa, data dalla formazione artistica dell’autore, nonché dallo sconfinato amore per i dipinti di Hieronymus Bosch.
Eppure, c’è stato un momento della rassegna che ci ha coinvolto, sul piano emotivo, persino di più. Il 7 novembre, alla Casa del Cinema, si è voluto ricordare il 70° anniversario dell’Insurrezione di Varsavia, l’eroica ma sfortunata rivolta contro gli occupanti nazisti iniziata nell’agosto 1944 e spentasi due mesi dopo, con un grave dispendio di vite umane. Il cinema ha già ricordato più volte il generoso ma allo stesso tempo infruttuoso sacrificio dei rivoltosi: basti pensare a uno dei capolavori di Wajda, I dannati di Varsavia, datato 1957. L’omaggio inserito nel fitto programma di CiakPolska ha vissuto invece di due momenti. All’inizio è stato proiettato un cortometraggio dall’evidente sapore divulgativo e didattico, La città delle rovine (Miasto ruin, 2010) di Damian Nenow. In pratica una lunga carrellata aerea sulla città di Varsavia, ricostruita (o per meglio dire ridistrutta) con l’ausilio della computer grafica, così come si presentava al termine della Seconda Guerra Mondiale. Impressionante e di notevole impatto, un lavoro del genere. Fatta saltare la quasi totalità dei ponti sul fiume Vistola. Raso al suolo il ghetto. Altri storici edifici del centro ridotti in macerie. Detriti ammassati sui bordi delle strade. Un commento musicale ricco di pathos fa poi da contrappunto a gran parte della visione, peccato solo che un fastidioso problema tecnico (cosa non rara alla Casa del Cinema: onesto farlo presente) abbia rischiato di comprometterne l’effetto.
Subito dopo, il piatto forte della serata: la proiezione di Pietre da barricata (Kamienie na szaniec), con l’autore Robert Gliński presente in sala. Il momento più sentito e intenso della commemorazione è giunto quindi assieme a un film che in Polonia, vista la delicatezza dei temi trattati, ha fatto anche discutere. Gliński, cineasta di solido mestiere, è piuttosto quotato nel proprio paese e ha inoltre dimostrato di possedere sufficiente personalità, da poter rappresentare determinati episodi storici prendendo rispetto a essi una posizione secca, decisa. Ispirato al romanzo di Aleksander Kamiński, Pietre da barricata racconta il ramificarsi della Resistenza nella Varsavia occupata dai tedeschi, attraverso il punto di vista dei suoi più giovani rappresentanti: quei Ranghi Grigi (“Szare Szeregi”, in polacco) che in quanto associazione scout clandestina organizzarono, almeno inizialmente, semplici ma temerari atti di sabotaggio, per poi partecipare a operazioni militari più complesse. L’epicentro della narrazione è rappresentato infatti dalla famosa Operazione Arsenal del 26 marzo 1943, rievocata qui tanto nelle premesse che nel suo drammatico svolgimento. Uno dei leader dei Ranghi Grigi, Jan Bytnar detto “Rudy”, era stato arrestato insieme al padre e poi condotto separatamente in cella, dove gli uomini della Gestapo lo interrogarono e torturarono selvaggiamente per giorni. La già citata operazione fu messa in piedi dai suoi compagni, nonostante il parere contrario (e i conseguenti ritardi) dei piani alti della Resistenza polacca, per poterlo liberare. Ma anche se il piano in parte riuscì, tutto ciò fu pagato comunque a caro prezzo.
Nel riadattare questa storia per il grande schermo, Robert Gliński ha puntato sia sull’estrema verosimiglianza della messa in scena che su una escalation drammatica assai coinvolgente, le cui valenze ritmiche paiono giovarsi non poco della modernità di fondo della colonna sonora; tutte scelte stilistiche, insomma, tali da accentuare il carattere spigliato e giovanile, se cosi si può dire, del racconto. In ciò Pietre da barricata ci ha persino ricordato l’altrettanto efficace La Rosa Bianca – Sophie Scholl, diretto nel 2005 da Marc Rothemund. Come in quel film, dedicato ai ragazzi che in Germania osarono sfidare il potere di Adolf Hitler, pagando tale ribellione con una condanna a morte, anche nel lungometraggio polacco la primissima parte è un incandescente inno all’incoscienza giovanile e al quasi ludico desiderio di esprimere il proprio dissenso, nonostante condizioni oggettivamente avverse; e similmente il prosieguo dell’opera assume toni più cupi, plumbei, inequivocabilmente tragici, man mano che l’apparato repressivo nazista mostra tutta la sua brutalità, incurante della giovanissima età delle future vittime. Ma Gliński non si è dimostrato abile soltanto in questo, e cioè nell’evidenziare i tratti caratteriali dei protagonisti a partire dalle tensioni tipiche dell’adolescenza. Ci è piaciuto anche il suo evitare i rischi di un’apologia fine a se stessa, in cui tutte le forze di opposizione attive in Polonia rivestissero più o meno lo stesso ruolo, beneficiando dello stesso grado di simpatia. Non mancano per esempio scene in cui si criticano opzioni discutibili, poiché ciniche o in qualche misura conformiste, caldeggiate da altri componenti dell’esercito clandestino. Pertanto i riflettori rimangono costantemente puntati su quei ragazzi che, con grande spontaneità e senza precedenti esperienze di lotta, decisero di opporsi con le armi all’abominio nazista, pagando quasi tutti con la vita (qui le testimonianze storiografiche, cui si è accennato in sala durante la presentazione del film, vengono ad integrarne l’epilogo) tale coraggiosa scelta di campo.
Info:
Il programma della seconda edizione del Festival del Cinema Polacco sul sito dell’Istituto Polacco di Cultura
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Kamienie na szaniec
- Paese/Anno: Polonia | 2014
- Regia: Robert Glinski
- Sceneggiatura: Dominik Wieczorkowski-Rettinger, Wojtek Palys
- Fotografia: Pawel Edelman
- Montaggio: Krzysztof Szpetmanski
- Interpreti: Andrzej Chyra, Danuta Stenka, Kamil Szeptycki, Krzysztof Globisz, Magdalena Kolesnik, Marcel Sabat, Sandra Staniszewska, Tomasz Zietek, Wojciech Zielinski
- Colonna sonora: Lukasz Targosz
- Produzione: Monolith Films
- Durata: 111'
