Vulcano

Film guatemalteco in concorso alla 65esima edizione della Berlinale e in sala da giovedì 11, Ixcanul si concentra su una povera famiglia di etnia Maya, ancora esclusa e sfruttata dai colonizzatori spagnoli. Niente di nuovo, ma l’esordiente Jayro Bustamante ha la mano felice nella descrizione di caratteri e situazioni.

La terra dei Maya

María, diciassettenne di origine Maya, vive con i suoi genitori in una piantagione di caffè ai piedi di un vulcano. La ragazza dovrebbe sposarsi, contro la sua volontà, a un giovane contadino di estrazione sociale superiore alla sua, ma si lascia sedurre da un povero bracciante che sogna di fuggire in America. [sinossi]

L’esotismo è uno dei grossi malintesi del cinema contemporaneo, buono da esibire a ogni festival internazionale; per foraggiarlo sono indispensabili delle co-produzioni sovra-nazionali, la ricerca di storie bizzarre provenienti da paesi sconosciuti, dove spesso a metterci lo zampino sono i francesi, in una forma rinnovata di neo-colonialismo che, comunque, allo stesso tempo, permette a tante cinematografie di esistere e di potersi esprimere. Stavolta però, con il guatemalteco Ixcanul – presentato in concorso alla 65esima edizione della Berlinale – e in sala da giovedì 11 con il titolo italiano di Vulcano, le cose vanno un po’ diversamente. Tra i produttori figura ovviamente anche una società francese ma, nonostante gli enormi rischi, il film – diretto dall’esordiente Jayro Bustamante (che ha studiato a Parigi e a Roma) – evita il sensazionalismo pauperistico tipico di certe operazioni similari.
In Vulcano si racconta, infatti, la vicenda di una povera e isolata famiglia di origine Maya (nel particolare, l’etnia è la Kaqchikel) che, alle pendici per l’appunto di un vulcano, lavora in una piantagione di caffè. I tre – padre, madre e una figlia diciassettenne, María – non parlano lo spagnolo e non conoscono nessun aspetto di quella civiltà che li ha assoggettati secoli addietro, che ancora continua ad escluderli e di cui fanno parte solo formalmente, visto che la terra in cui vivono è inclusa nello stato del Guatemala. La ragazza però, come tutti, sogna gli Stati Uniti, su suggestione di un bracciante suo coetaneo.

Bustamante evita l’antropologia spicciola così come la via di fuga della denuncia urlata e del film a tesi, si concentra anzi sui suoi tre protagonisti e, in particolare, sul rapporto tra María e la madre, regalando momenti di tenerezza davvero inaspettati, soprattutto a fronte di una prima parte in cui la caratterizzazione degli interpreti faticava ad emergere.
Nel momento in cui, tra l’altro, María rimane incinta del bracciante, allora si intuisce che il rapporto madre-figlia-nascitura serve ad instaurare un continuum generazionale di isolamento e di reclusione subita al cospetto dei conquistadores. Ma, soprattutto, la soluzione della maternità della ragazza permette di istituire un discorso preciso secondo cui la fertilità difficoltosa del popolo di origine Maya viene man mano annichilita dagli spagnoli, nell’attesa di essere definitivamente annullata.

In Vulcano i Maya rappresentano in qualche modo la Madre Terra, l’origine ancestrale che è stata annullata e resa sterile. E non è un caso che Bustamante abbia ambientato il suo film ai piedi di un vulcano dove non c’è quasi vegetazione e in cui prevale il terreno brullo e quasi lunare. Se si aggiunge che tutto questo Bustamante lo dirige con un preciso senso dello sguardo, privilegiando i primi piani e la materialità dei corpi e dei paesaggi, ecco che allora si può identificare in questo regista un nome da provare a seguire per il prossimo futuro.

Info
La scheda di Ixcanul sul sito della Berlinale.
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