Salvatore Giuliano

Salvatore Giuliano

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Tragedia di Stato, trasversali idee d’autorità e misteri senza verità. Salvatore Giuliano supera il film-inchiesta e il dato contingente per dirigersi verso universali riflessioni su storia e cinema, forte di una profonda ricerca sui mezzi espressivi. Prima volta in blu-ray per Cristaldi Film e CG.

Il corpo del bandito Salvatore Giuliano giace privo di vita in un cortile di Castelvetrano. E’ il 1950. Dal mistero della sua morte si dipana il racconto, avanti e indietro nel tempo, dei suoi rapporti col separatismo siciliano, con la criminalità organizzata e con i poteri forti. Protagonista della prima strage politica d’epoca repubblicana (Portella della Ginestra, 1° maggio 1947), Giuliano allunga il proprio mistero fino al processo alla sua banda e oltre. Alla sua oscura morte si aggiungerà quella di Gaspare Pisciotta, suo luogotenente autoaccusatosi dell’omicidio.[sinossi]

Le definizioni si rivelano fallaci, provvisorie, soggette a decadimento nel corso del tempo. Per il cinema di Francesco Rosi è diventato automatico utilizzare l’etichetta di “film-inchiesta”, che conserva una sua veridicità se applicata ad alcune delle sue opere ma appare anche insufficiente e limitante. L’urgenza civile rimane, il desiderio di scuotere coscienze e documentare fatti e misfatti del nostro paese altrettanto, ma resta anche costante un sentimento tragico nei confronti di una realtà che da mero dato contingente si tramuta in traccia provvisoria di dinamiche universali.
Restaurato in 4k dalla Cineteca di Bologna sulla base del negativo camera originale ed edito in blu-ray per la prima volta da Cristaldi Film e CG, Salvatore Giuliano (1962) è una delle migliori manifestazioni di questo approccio; intrecciando pratiche di derivazione neorealistica con solide finzionalità, Rosi tenta l’intentabile, ovvero la ricostruzione di uno dei (tanti) misteri italiani tra i più impenetrabili e oscuri, evocando tragiche dimensioni di inconoscibili verità, perché in questo paese la verità semplicemente non è prevista. E a cerchi concentrici ognuno finisce vittima di qualcun altro, manovrato più o meno consapevolmente da un anello superiore, in un nascente sistema di burattinai in cui spesso i ruoli di maestro e burattino si confondono. In tal senso Salvatore Giuliano espande la propria potenza narrativa abbracciando in un’unica soluzione più riflessioni sul nostro paese e i suoi destini; oltre i conflitti e le connivenze tra istituzioni e criminalità organizzata, oltre la vicenda dei singoli, oltre l’oscura esistenza di un bandito siciliano e dei suoi accoliti, più di tutto emerge l’immagine di tracotanti autorità che schiacciano individui: che siano le forze dell’ordine, le istituzioni, la mafia o bande solitarie di briganti, i rapporti di forza si conservano autoritari e manipolatori in tutte le entità sociali evocate, all’esterno e all’interno del gruppo. Ben lontano da qualsiasi idea di qualunquismo, Rosi dà voce ai propri argomenti con chirurgica precisione e altissimo rigore stilistico, tramite un linguaggio multiforme e fortemente persuasivo.

La vicenda è tristemente nota, e forse vicina a qualche chiarezza in più a distanza di quasi settant’anni: nel 2016 infatti pare che decadrà il segreto di Stato sulla morte di Salvatore Giuliano e sul contestuale caso Pisciotta, anche se non è chiaro da dove provenga tale data fatale. Alle soglie dell’epoca repubblicana in Italia, il bandito Salvatore Giuliano si mette a capo dei movimenti separatisti siciliani (opportunamente scelto anche dai relativi movimenti politici) e porta scompiglio e violenze a Montelepre e dintorni, nelle campagne-montagne fuori Palermo. L’episodio più oscuro riguarda però la strage di Portella della Ginestra, quando Giuliano e la sua banda spararono il 1° maggio 1947 contro un corteo organizzato da PCI locale e sindacati, provocando morti e feriti: prima strage italiana d’epoca repubblicana, che tuttavia ha dovuto faticare molto negli anni per vedersi riconosciuto lo statuto dell’impronta politica, tanto forte è stata fin dal primo momento la spinta a relegare l’evento a isolato episodio banditesco. Intanto nel 1950 Giuliano viene trovato morto in un cortile di Castelvetrano in circostanze a loro volta poco chiare, e durante il processo a tutta la sua banda sarà Gaspare Pisciotta, luogotenente di Giuliano autoaccusatosi dell’omicidio, a evocare per primo le ombre di “anelli superiori”, inaccessibili mandanti della strage e dell’eliminazione del bandito. In carcere anche Pisciotta troverà la morte dopo un misterioso avvelenamento in cella.

Come racconta lo stesso Rosi negli extra del blu-ray, il progetto del film nacque su idee di cinema molto più tradizionali, per decidere poi in un secondo momento che un argomento simile non poteva prevedere un lavoro tutto a distanza e a tavolino. Serviva un contatto molto più stringente con la realtà socio-culturale delle gesta di Giuliano; trasferirsi nei luoghi reali, conoscere la gente, incoraggiare resoconti, ascoltare, vivere lì. Starci. Un’idea più comune al cinema docu-etnografico che finzionale, e che in tal senso sfociò poi in un’opera che vede il reenactment occupare una buona metà del suo percorso narrativo. È il neorealismo (nella sua lettura soprattutto viscontiana) che incontra le esigenze di nuove storie e nuove istanze sociali. Cambia il paesaggio e contestualmente cambiano gli strumenti del cinema. In tutta la prima parte di Salvatore Giuliano il lavoro con gli attori non professionisti raccolti sul luogo si concentra sulla ricostruzione di un preciso contesto sociale, aderendo ai ritmi e ai long take del documento innanzitutto etnografico, che per spostamenti progressivi passa poi a riagire fasi di scontri tra autorità e popolo, ben sottolineati soprattutto nell’invasione del paese di Montelepre da parte dell’esercito, in cui il sospetto indiscriminato verso i paesani chiude un’intera comunità sociale in una sommaria condanna. Per lunghi tratti Rosi rinuncia al dialogo e/o si affida al dialetto stretto dell’attore preso dalla strada (per la sequenza della strage Rosi utilizzerà addirittura alcuni dei veri superstiti), e come sempre nel suo cinema è impresa ardua distinguere tra il reenactment “libero” e la ripresa più robustamente preordinata. Tuttavia il progetto globale di “tragedia di stato” con echi universali emerge già da una prima scelta radicale: il film si apre con l’omicidio di Giuliano, di cui vediamo il corpo disteso nel cortile con faccia a terra. È l’unica immagine del bandito a figura intera che vedremo; per il resto Rosi racconta l’istanza di quel corpo, che espande i propri interrogativi in più direzioni, e soprattutto avanti e indietro nel tempo. Non solo il mistero di una morte e di un’esistenza vissuta nell’ombra, ma anche la caparbia domanda di un corpo che chiede, compromette, discute, prima da vivo poi da morto (o nel racconto rovesciato di Rosi, prima da morto poi da vivo). Corpo rimosso come nucleo narrativo che tiene insieme fili dei più diversi rapporti, scatenando reazioni in tutte le sue ramificazioni relazionali e innescando una tragedia in cui s’incontrano e si scontrano gli interessi delle più svariate entità sociali, ognuna vittima di un’altra più grande. È la tragedia dell’edificazione di un’Italia contorta e malferma, non a caso colta ai suoi primissimi albori (all’epoca della strage di Portella eravamo ancora in fase di Assemblea Costituente). A partire da questa istanza si snoda il racconto di esistenze singole e collettive, di ordinari banditi e di organizzazioni criminali, di brigantaggio spontaneistico e di mafia pettinata, di forze politiche e forze dell’ordine, di Stato e anti-Stato, dove lo Stato finisce per includere anche l’anti-Stato in una tetra interscambiabilità di proporzioni.

Dopo una prima parte d’approccio neorealistico-etnografico, sostenuta dalla voce narrante dello stesso Rosi di chiara impronta didattica, si apre un secondo capitolo robustamente finzionale, dedicato per lo più al processo giudiziario e all’emergere della figura di Pisciotta, solidamente interpretato da Frank Wolff. Ma ancora una volta Rosi scompagina il linguaggio tradizionale aderendo a un’idea di tempo narrativo del tutto libera e inedita. Per restituire il senso di impenetrabile puzzle che aleggia intorno alla vicenda, Rosi rifiuta il racconto lineare procedendo per contributi in libera associazione, fuori da un’univoca catena temporale. È lo stesso autore negli extra a rivendicare l’adesione tra racconto e linguaggio identificandola soprattutto in questa scelta: una struttura estremamente aperta, che supera il tradizionale flashback con l’intervento di libere associazioni che di volta in volta spiegano e chiariscono. A poco a poco l’impianto generale assume i tratti di un tetro reticolo in cui ciascuno vende se stesso a qualcun altro, nella logica di uno spettacolo di pupi gestito da cangianti burattinai, sempre più grandi e sempre più lontani, fino alla totale indecifrabilità degli inaccessibili maestri. Al centro, rimosso ma costantemente presente, quel corpo invisibile, marionetta violenta e sanguinaria di volta in volta utilizzata e venduta da movimenti separatisti, mafia, dai suoi complici e forse pure da un ultimo anello superiore che tanto inquieta e spaventa solo nell’evocarlo, soprattutto se ricollocato negli entusiasmi dell’Italia appena liberata.
È inutile dire che di un cinema così coraggioso in Italia si è sentita una mancanza atroce negli ultimi decenni (sullo stesso tema però è da ricordare l’ottimo Segreti di Stato, 2003, di Paolo Benvenuti). Com’è immaginabile Rosi incontrò anche molte difficoltà, e in tal senso raramente c’imbattiamo oggi in un cinema italiano che si trasformi in vero attore sociale come accadeva per Salvatore Giuliano o Le mani sulla città. Rosi era capace di fare inchiesta e di tramutare tale occasione in profonda riflessione estetico-culturale. Non si trattava solo di cronaca o di mera rievocazione, bensì di tradurre il fatto contingente in riflessione su storia e riflessione sul cinema. Costeggiando il buio di un paese, colto proprio nella sua prima alba.

Extra molto ricchi: trailer originale, Speciale Francesco Rosi, Speciale Salvatore Giuliano, commento dello storico Francesco Renda, Speciale provini, galleria fotografica, locandina originale, recensioni.

Info
La scheda del Blu-Ray di Salvatore Giuliano sul sito di CG Home Video.
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