Soy Nero

Soy Nero

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Presentato in concorso alla Berlinale, Soy Nero, trascurabile film di Rafi Pitts, ormai di casa al festival tedesco, che racconta dei giovani messicani che vivono accanto al muro che sbarra il confine con gli USA. Sognando di oltrepassarlo. Un film contro tutti i muri, divisioni, barriere, ma a sua volta di uno schematismo disarmante.

California Dreamin’

Nero è un ragazzo messicano che sogna di diventare cittadino statunitense. Riesce a oltrepassare la barriera tra i due stati e raggiunge il fratellastro in una lussuosissima villa di Beverly Hills. La sua unica possibilità di ottenere la green card è arruolarsi volontario nell’esercito. Lo ritroviamo in una zona di guerra, nel deserto, in Medio Oriente. [sinossi]

Un muro imponente eretto a tutela dei propri confini. È quello che separa gli Stati Uniti dal Messico. Rafi Pitts ce lo mostra all’inizio del film, ostentando la sua minacciosa presenza e la sua estensione che si perde nell’orizzonte, come una moderna Grande muraglia cinese di cemento armato, che si prolunga finanche in un bel pezzo di mare. Per i ragazzi messicani rientra nella loro vita quotidiana. Lo usano come rete da pallavolo, simulando partite internazionali con i loro coetanei dall’altra parte. E sognano ovviamente di valicarlo prima o poi, attratti dal sogno del benessere e dell’opulenza yankee.
La parabola di Nero subirà una conclusione beffarda. Dopo infatti essere riuscito a oltrepassare il primo muro, si troverà nella condizioni di difenderne un altro. Siamo in una zona di guerra, Iraq o Afghanistan, e Nero ora è un soldato dell’esercito americano in cui si è arruolato, costretto perché si tratta dell’unico modo di ottenere l’agognata green card. Ancora la presenza di una barriera opprimente, con tanti segnali di stop. È un posto di blocco in una strada in mezzo al deserto, una terra di nessuno.
La condanna di un mondo che crea separazioni al proprio interno, ai muri, alle barriere tra i popoli. Un inno al cosmopolitismo, al multiculturalismo, all’essere cittadini del mondo. E una critica al divario che separa i ricchi e i poveri del pianeta, al miraggio di un paese dei balocchi luccicante, così come almeno si presenta, che attrae i cittadini del Sud del mondo, che lo vedono come un obiettivo per affrancarsi dal loro stato di miseria.

Un film, va riconosciuto, sincero, di un autore nato in Iran e cresciuto in Francia e in Inghilterra. Ma Soy Nero, presentato in concorso alla Berlinale 2016, soffre di uno schematismo davvero disarmante. E non riesce che a proporre un’accozzaglia di cliché. L’americano dalla pistola facile, in cui si imbatte subito Nero, cui dà un passaggio, appena intrufolatosi in terra statunitense (con peraltro un contrasto forzato con la sua bimba allegra e spensierata); la ricchezza ostentata della magione principesca in cui subito va a finire il protagonista, e il miraggio di poterla ottenere pur al prezzo di rischiare la vita in guerra. E altrettanto banale è la perdita immediata dell’illusione che il fratello di Nero e la sua compagna siano davvero i possidenti quella elegante magione. Sono solo dei domestici che lavorano lì, come si capisce all’arrivo dei veri proprietari. Un’illusione che svapora in un attimo. Il sogno economico americano, la possibilità per chiunque di risalire la scala sociale e di fare successo si rivela un bluff. I poveri non potranno che rimanere poveri, accontendosi di scimiottare i ricchi. Ma ancora il regista ce lo sta dicendo con una metafora di sconcertante banalità.

Va riconosciuta comunque a Raf Pitts una capacità nel costruire e comporre l’immagine, di un buon respiro cinematografico. Lo si vede per esempio nell’ostentazione, di cui sopra, delle varie barriere; la suggestiva immagine del cimitero di Los Angeles, con le lapidi sul cui sfondo si stagliano i grattacieli – anche da morti si è circondati dallo skyline americano –; i giochi di luce coi riverberi della piscina; le deformazioni dell’immagine dovute all’afa del deserto. Ma si tratta di roba da “bella la fotografia”. E, oltre alla pochezza di cui sopra, Soy Nero si perde anche nel cercare di tenere insieme troppe situazioni, che non possono essere compiutamente sviluppate. Gli immigrati messicani, il miraggio di ricchezza a Beverly Hills, lo scenario da guerra in Medio Oriente per arrivare, ancora, al finale con la situazione narrativa della pattuglia sperduta.

Info
La scheda di Soy Nero sul sito della Berlinale.
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