The Bodyguard

The Bodyguard

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Presentato in chiusura del Far East Film Festival, The Bodyguard segna il ritorno alla regia di Sammo Hung dopo vent’anni. Un film che vuole riesumare i fasti del cinema di arti marziali di Hong Kong, dei bei tempi che furono, ma che prende atto inevitabilmente del passare degli anni.

Gran Pechino

Mr. Ding è un ex agente della squadra di protezione civile cinese d’élite Central Security Bureau, ritiratosi in una regione dispersa della Cina ai confini con la Russia, che inizia a soffrire di Alzheimer. Dovrà superare le sue difficoltà e recuperare le vecchie abilità combattive, quando la sua giovane amica Cherry sparisce insieme al padre in quanto quest’ultimo viene coinvolto in loschi affari criminali locali. [sinossi]

Sono passati vent’anni da quando il sommo Sammo Hung non dirigeva un film in prima persona. L’ultimo film per cui era accreditato come regista, in realtà solo della seconda unità, risulta quell’Hong Kong colpo su colpo, segno dello sfortunato approdo americano di Tsui Hark. Il grande atleta di arti marziali, sodale di Bruce Lee e Jackie Chan, torna in pompa magna con The Bodyguard, presentato con successo al Far East Film Festival, per riesumare i fasti di quel cinema di arti marziali di cui è stato grande protagonista. Sono cambiate tante cose, prima di tutto ora siamo nella Cina mainland, al confine con quella Russia ormai epicentro della criminalità organizzata più sofisticata del mondo. Mr. Ding ha servito con dedizione il suo paese: nella sua casa troneggiano i ritratti di Mao sulle pareti. Ha fatto parte dei combattenti d’élite.
The Bodyguard inizia con parate militari, marce dell’esercito cinese da filmati di repertorio. E quando “Nixon goes to China” sfila davanti un plotone militare in cui spicca, a un palmo di naso dal presidente americano, proprio il giovane Mr. Ding, con un effetto in stile Zelig, o Forrest Gump o in stile Oliver Stone. Un incipit enunciativo di tante cose: la madrepatria ora è cinese ma viene colta in uno dei più grandi momenti di apertura della storia, il presidente repubblicano nella terra dei comunisti.

Non è solo il contesto geopolitico a essere mutato ma lo stesso Sammo Hung, un tempo agile atleta di kung-fu, è ora anziano, il corpo viene ostentato come appesantito e flaccido, e deve fare i conti con demenza e Alzheimer. Proprio come un simpatico nonnino, va in un negozio a cercare un registratore a nastri, non rendendosi conto che si tratta di un prodotto ormai estinto. E non sarà in grado poi di usare quello a mp3. Ma ancora come tanti grandi vecchi del cinema, la cellulite che appesantisce il suo corpo è anche celluloide, i suoi ricordi di vita sono quelli di un cinema glorioso.
Altri tre simpatici e placidi vecchietti passano il tempo su una panca nel paese di Mr. Ding. Sono nientemeno che Dean Shek, Karl Maka e Tsui Hark, altri veterani del cinema di Hong Kong. E a questi si aggiungono vecchi compagni di Sammo Hung del teatro dell’opera di Pechino. Il ritorno alla regia di Sammo Hung ha così tutto il sapore della reunion. I ragazzi del paese soprannominano con ironia il povero Mr. Ding come “Kung Fu Panda”. Un’onta che è ancora cinematografica per Sammo Hung, fautore di quel cinema delle arti marziali vere di cui ora si sono impossessati i giganti del cinema blockbuster internazionale con la loro computer grafica. E ancora in opposizione, il regista-interprete inserisce in The Bodyguard piccole parti d’animazione, sempre con protagonista Mr. Ding, ma fatta con disegni infantili, che non hanno nulla a che vedere con la perfezione della moderna animazione industriale.

Fa capolino in più parti Clint Eastwood. Da un lato per la storia che rimanda vagamente a Nel centro del mirino, la guardia del corpo in pensione con un grande rimpianto, non aver salvato il presidente o aver lasciato che la nipote si smarrisse nel nulla. Ma dall’altro lato per l’idea di senescenza del corpo, di vecchiaia di una persona come di un personaggio, che pervade tutto il cinema recente del grande attore-regista americano.
L’operazione di riesumazione cinefila si può dire riuscita su tutti i fronti. Nel montaggio serrato dei combattimenti. Nel recuperare anche certi aspetti buffi di quel genere, così come quelli pecorecci. La flatulenza che fa scoprire il colpo sofisticatissimo in cui è coinvolto Li (Andy Lau), la rivista Playboy sfogliata dalle guardie, il personaggio che si scaccola. E in questa operazione cinematografica il regista realizza così un film sulla senilità e sulla vita. Sammo Hung è vivo e lotta con noi e questo è un dato di fatto. Ma alla fine un medico gli dice che tutto sta andando a puttane. Il corpo sì, ma anche il sistema sociale e politico, e anche ovviamente il cinema.

Info
La scheda di The Bodyguard sul sito del Far East.
Il trailer di The Bodyguard su Youtube.
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