Drum

Esordio di Keywan Karimi, regista iraniano inviso al regime, Drum – utilizzando un bianco e nero livido e freddo – si traveste da noir per centrare in realtà il discorso sull’abbrutimento di un mondo in cui non esiste più logica né speranza. In concorso alla Settimana della Critica.

Waste land

L’atmosfera è onirica, i personaggi non hanno nome, i luoghi e le strade neppure. Teheran è l’unico personaggio il cui nome è evocato senza sosta. Un avvocato come tanti lavora e vive solo nel suo appartamento, che è al contempo il suo ufficio e la sua abitazione. Un giorno freddo e piovoso, un uomo vi fa irruzione, tiene un discorso breve e disordinato, e gli consegna un pacchetto che stravolgerà la sua vita. [sinossi]

Mentre in questa edizione della Mostra si celebra il grande cinema iraniano di Abbas Kiarostami, recentemente scomparso, e di Mohsen Makhmalbaf (che è riuscito avventurosamente a recuperare il suo film del 1990, The Nights of Zayandeh–rood, a suo tempo censurato e mutilato dal potere), alla Settimana della Critica possiamo verificare come purtroppo la storia di un regime che uccide le libertà si ripeta: Drum è arrivato clandestinamente ai selezionatori e il suo regista, Keywan Karimi, è finito in carcere ed è stato condannato a 223 frustate per un suo precedente corto, Neveshtan bar shahr (Writing on the City).
Drum, suo esordio nel lungo che Karimi è riuscito a girare nonostante le assurde e tragiche vicende giudiziarie in cui è stato coinvolto, riflette esattamente su questo: sull’insensatezza di una società e di una città (Teheran) che – quasi come la Natura leopardiana – assiste sadica alla rovina dei suoi abitanti.

Il protagonista è un avvocato senza nome, cui viene recapitato un misterioso pacchetto da uno zoppo. Questo oggetto del mistero – quale novello ‘falcone maltese’ – scatenerà una serie di omicidi e in certo modo dis-velerà l’inferno, in un mondo di reietti e di condannati.
Lo stile e i codici di riferimento di Karimi sono quelli del noir classico, con tanto di bianco e nero, ma il nostro Marlowe ha ben poco di chandleriano o di bogartiano, a parte un ufficio con la stanza a forma di beau window e le veneziane alle finestre. La decadenza della civiltà urbana che sconfina sempre con l’insensatezza del mondo è sì il tema costante del noir chandleriano, ma qui viene portato alle estreme conseguenze. I colpi di scena avvengono fuori campo, i personaggi parlano tra di loro ma noi non li sentiamo, le figure escono fuori dal quadro e Karimi resta lì a mostrarci il set senza presenza umana. Questo fa sì allora che le prospettive finiscano per essere ribaltate, perché il centro del discorso diventa la desolazione circostante: il bagno turco, l’ospedale, gli esterni pieni di spazzatura e devastazione, i piazzali deserti. Tutti inquadrati col gusto di un grottesco miserabile che, a tratti, ricorda Cinico TV di Ciprì e Maresco (si pensi in particolare al grassone del bagno turco, che viene massaggiato con ceffoni sulla schiena pelosa) come pure certi lacerti del cinema wellesiano (in particolare viene in mente l’incipit nel porto di Napoli di Mr. Arkadin).
Karimi però non vuole fare il cinefilo o il citazionista, anzi. Drum è spigoloso e ossessivo come un assordante rullo di tamburi (che sentiamo come colonna sonora in uno dei momenti più alti del film), austero e freddo, desolato e sottilmente rabbioso così come ci dice il protagonista nel breve monologo iniziale in cui, spostando le veneziane e guardando fuori dalla finestra, si augura la distruzione della sua città.

Va pur detto, però, che questo andamento di Drum finisce per essere anche vagamente punitivo, data la sua ricercata e puntigliosa orizzontalità narrativa. Ma forse non c’era altro modo per trasmettere la deriva nichilista cui assistiamo, la dolorosa e terribile atmosfera di degrado e di istupidimento cui si viene precipitati. D’altronde, ci sembra che raramente il cinema iraniano, anche nel suo glorioso passato, sia andato così a fondo nella descrizione dell’abbrutimento fisico e morale di un popolo così come accade in Drum. E l’aver usato uno stile apparentemente estetizzante (il bianco e nero e le inquadrature sghembe) senza mai cadere nel compiacimento, ma anzi fin quasi a ‘degradare’ l’immagine, è un merito innegabile di Karimi.

Info
La scheda di Drum sul sito della SIC.
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