La guerra dei cafoni

La guerra dei cafoni

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A dieci anni di distanza da Fine pena mai, Davide Barletti e Lorenzo Conte girano il loro secondo lungometraggio di finzione: La guerra dei cafoni è un ambizioso e irrisolto apologo sull’adolescenza. Presentato in anteprima al Bif&st 2017.

Con tutto che fuori c’è la guerra…

A Torrematta, territorio selvaggio e sconfinato in cui non vi è traccia di adulti, ogni estate si combatte una lotta tra bande: da una parte i figli dei ricchi, i signori, e dall’altra i figli della terra, i cafoni. [sinossi]

Il secondo lungometraggio di finzione di Davide Barletti e Lorenzo Conte, a dieci anni di distanza da Fine pena mai, è un oggetto strano, non completamente decifrabile. La guerra dei cafoni, tratto dal romanzo omonimo di Carlo D’Amicis, si pone come classico romanzo di formazione, come racconto d’adolescenza, ma cerca anche di essere qualcosa in più. Cerca di parlare sotto forma di apologo e di metafora, alludendo con la sua vicenda a un qualcosa che – purtroppo – non c’è più, come il conflitto di classe, trasposto però in un mondo isolato e diroccato (una sorta di wasteland pugliese) e fatto incarnare a dei ragazzini di quattordici anni. Sono loro i protagonisti assoluti di La guerra dei cafoni, visto che in scena non si palesano adulti, se non in un prologo atemporale e poi, nel presente, nelle vesti del barista-servo interpretato da Ernesto Mahieux.
Da un lato i signori e dall’altro i cafoni, per una guerra che si ripete da sempre e che non vede mai veri vincitori, almeno finché non subentra un cugino dei cafoni che alza il livello della lotta, e finché non nasce l’amore tra il capo dei signori e una cafona.

Pur avendo parecchi punti in comune, a partire dal titolo, con un classico francese come La guerra dei bottoni, il film di Barletti e Conte se ne differenzia per un particolare sostanziale, nel descrivere cioè un mondo – o, quantomeno, un sotto-universo, un’enclave – in cui gli adulti sono inspiegabilmente assenti. Tanto che si finisce per pensare all’herzoghiano Anche i nani hanno cominciato da piccoli, distopia sulla violenza assoluta, ferina, dell’essere umano. La guerra dei cafoni non arriva al piano di astrazione dell’apologo nichilista di Herzog, ma con questa sua impostazione similare sembra volerci suggerire un livello di ermetismo e di assolutizzazione del discorso che poi non trova riscontro nella concretezza del susseguirsi degli eventi.
D’altronde, laddove in Fine pena mai Barletti e Conte riuscivano abilmente a trasporre il discorso dal concreto di un percorso criminale all’astratto di una esistenza fatta di una solitudine penitenziaria totalizzante (e in tal senso gli sprazzi ambientati nell’ex carcere dell’Asinara erano di una significatività lancinante), in La guerra dei cafoni il discorso resta sospeso e incerto tra ambizioni moraleggianti e adesione verso il racconto, tra sospensioni narrative e gusto per lo svisceramento delle dinamiche fra i personaggi.

Ne consegue che La guerra dei cafoni resta un film riuscito a metà, con delle sequenze molto belle e altre meno ficcanti, con troppi personaggi di cui alcuni spariscono troppo a lungo (come il fratello occhialuto della ragazza che si innamora del signore, che all’inizio sembrerebbe essere il protagonista) e con una narrazione che si accende troppo tardi, sostanzialmente a partire dall’apparizione del malefico cugino. È solo a quel punto infatti che la guerra si fa veramente guerra e che si comincia a temere per la sorte dei ragazzi in scena. È solo allora che il conflitto – tanto verbalizzato nella prima parte ora dai signori ora dai cafoni – si comincia a vedere. Ma è, come dire, un conflitto sbagliato, perché non mette più in gioco la differenza di classe, quanto più banalmente la figura di un villain contrapposto a una serie di altre figure. E, dunque, pur innescandosi dal punto di vista narrativo, il film finisce per perdere di potenza sul piano simbolico.

Giocato in maniera ambiziosa sul doppio registro dell’intrattenimento per ragazzi e del colto tono fiabesco, un po’ sul versante del felliniano La voce della luna e un po’ su quello del Pappi Corsicato d’annata, La guerra dei cafoni è certamente un film anomalo nel panorama del nostro cinema contemporaneo e già solo per questo decisamente apprezzabile. Ma è un peccato che non si sia trovato il giusto equilibrio di racconto e di senso.

Info
Il trailer di La guerra dei cafoni su Youtube.
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