Il cavaliere elettrico

Il cavaliere elettrico

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Monito dolente per un’America che svende le sue icone nel nome del profitto, Il cavaliere elettrico di Sydney Pollack è la celebrazione perfetta per Jane Fonda e Robert Redford, entrambi Leone d’Oro alla Carriera a Venezia 2017.

Imitation of Life

Sonny Steele, un ex campione di rodeo in declino si è ridotto a fare la pubblicità per una marca di cereali. Quando scopre che il cavallo che avrebbe dovuto montare é stato drogato, fugge con lui nel deserto. [sinossi]
Vano contrapporre Death Valley come fenomeno naturale sublime
a Las Vegas come fenomeno culturale abietto.
Perché l’uno è il rovescio della medaglia dell’altro,
e si corrispondono da una parte all’altra del deserto,
come il colmo della prostituzione e dello spettacolo
fa da pendant al colmo della segretezza e del silenzio.
Jean Baudrillard in L’America

È davvero un azzeccato paradosso quello di celebrare la carriera di due star del cinema hollywoodiano con un film che fa della riduzione a immagine un morbo dal quale è necessario disintossicarsi, se si vuole quanto meno aspirare a una purezza primigenia, probabilmente irraggiungibile. Ruota intorno a questo semplice, utopico monito Il cavaliere elettrico, pellicola diretta nell’ormai lontano 1974 da Sydney Pollack e prescelta per festeggiare il doppio Leone alla Carriera con cui Venezia 2017 omaggia Robert Redford e Jane Fonda.
Partner sul set in ben quattro pellicole – oltre a Il cavaliere elettrico, i due hanno recitato insieme in La caccia di Arthur Penn (1966), A piedi nudi nel parco di Gene Saks (1967) e ora in Le nostre anime di notte di Ritesh Batra, fuori concorso al Festival – Redford e Fonda hanno fatto della dialettica tra outsider e insider dello showbiz statunitense il fulcro della loro carriera, che vede come climax (nella direzione outsiders), la creazione del Sundance Film Festival per lui, l’impegno a pugno alzato contro la guerra in Vietnam per lei.

Il cavaliere elettrico ha una storia semplice, che forse solo Sydney Pollack poteva estendere alla durata di un lungometraggio senza lasciare spazio a smagliature narrative, arricchendola anzi di dialogi raffinati che non fanno però mai perdere di vista il suo ponderoso statuto morale. Alla base del tutto c’è infatti il classico dilemma western per cui, a volte, infrangere la legge è la cosa più giusta da fare. L’ex cowboy e campione di rodeo Sonny Steel (Robert Redford), ora testimonial per un marchio di cereali da prima colazione di proprietà della multinazionale AMPCO, è in procinto di partecipare a uno show in quel di Las Vegas. Il suo partner sul palco adorno di luminarie (come lui, del resto) è lo stallone Rising Star, maestosa cretaura equina, la cui effige è stata prescelta come logo del conglomerato aziendale. Ma quando Sonny si accorge che il cavallo, per partecipare allo show, è stato pesantemente sedato, decide di montare in sella e riportarlo nelle praterie. La giornalista Hallie (Jane Fonda) si metterà sulle loro tracce, probabilmente perché bramosa di uno scoop o forse perché anche lei è in cerca di se stessa.

È un film profondamente amaro Il cavaliere elettrico, dove un cowboy e il suo destriero si ritrovano a fare i conti con la perdita del controllo sulla loro immagine. Duplicata su migliaia di scatole di cereali e ridicolizzata dalla tuta con le lampadine che rende il personaggio una sorta di “Las Vegas ambulante”, l’effigie di Sonny Steel ha infatti inflazionato la sua stessa identità. Ma a Sonny resta qualcosa di assai più pregnante e vero: il suo corpo, fratturato dalle numerose cadute nei rodeo di cui è stato protagonista. È da qui che deve ripartire, dalle sue ossa rotte, anche l’America tutta, se vuole ancora redimersi, deve immergersi in quello che Jean Baudrillard chiamava il suo “elaboratore mitico”: il paesaggio. Fuggire dalla Las Vegas che l’America è diventata, in seguito a un capitalismo che ne ha completamente ricostruito l’immagine a suo uso e consumo, è l’unica cura possibile, o almeno è questa la terapia che Sydney Pollack, indomito sognatore, acuto cesellatore di personaggi e dialoghi, prescrive al suo Paese, al suo protagonista e al suo cinema, innalzando un dolente monumento alla libertà, umana ed equina.
Quello di Sonny Steel e dello stallone Rising Star è un percorso parallelo, di riappropriazione della propria natura, delle pulsioni primigenie, della velocità, di una morale più alta di quella che la società vuole loro imporre. Pollack affianca poi a questo percorso intimo e muscolare, che di fatto si snoda come un buddy-movie tra uomo e cavallo, il personaggio “borghese” della giornalista incarnata da Jane Fonda: è lei a traghettare lo spettatore intorpidito (e sedato, proprio come Rising Star) verso un risveglio dei sensi. Ma il personaggio di Hallie è anche l’occasione, per Pollack, di mettere in luce uno dei suoi talenti principali, quello per la “guerra dei sessi” tipica della commedia hawksiana (sempre da Hawks proviene l’altra natura del regista scomparso nel 2008, quella western emersa in Corvo rosso non avrai il mio scalpo e Joe Bass l’implacabile) o del cinema di Frank Capra, entrambi maestri di quella screwball comedy fatta di dialoghi rapidi e al vetriolo, di cui Pollack è stato l’indiscusso erede (senza dimenticare il remake, poco efficace di Sabrina di Billy Wilder, la cui irriverenza viene messa da parte da Pollack che ne sposa prevalentemente il versante romance). L’omaggio alla commedia della Hollywood classica è in fondo proprio alla base di Il cavaliere elettrico, in gran parte debitore di Accadde una notte di Capra, dove il ruolo del cinico (ma non troppo) giornalista era appannaggio di Clark Gable e Claudette Colbert incarnava una ricca ereditiera intenta a una fuga rigenerante in un’America profonda a lei sconosciuta, mentre al “giornalismo” e ai suoi scoop traditori era affidato il ruolo di “villain” della situazione.

Ma al di là delle sue filiazioni, Il cavaliere elettrico, rappresenta un sincero, dolente requiem per un’America perduta, che ora fa dei suoi simboli, l’individuo e il cavallo, icone svuotate di senso e pronte ad essere riempite a piacimento nel nome degli interessi economici (si veda la sostituzione di Sonny Steele con una controfigura), tanto gli acquirenti-spettatori non noteranno la differenza. Quello postulato dal film è dunque un pubblico completamente assuefatto, il cui sguardo è appagato dalla performance acrobatica e dalle lucine della divisa “elettrica”; per lui, chiedersi se l’identità del performer sia autentica non ha più senso alcuno. In questo Il cavaliere elettrico sembra spingersi oltre la sua contingenza temporale per parlarci dei suoi due divi e chiedere anche a loro un gesto di autenticità che vada oltre il loro status iconico.
Ma il discorso teorico e morale di Pollack non si rivolge solo alla società, allo spettatore, ai suoi attori, il regista mira a mettere in gioco anche se stesso e il proprio ruolo di autore-moralizzatore.

Non è certo un caso che il film, partendo dalle luminarie di Las Vegas approdi poi a un inno al western e ai suoi valori autentici, da contrapporre alla narrazione sensazionalistica e falsificante del giornalismo, come anche a quella interna al film, che si fa più rarefatta, mentre alle luci artificali si sostituiscono quelle governate dai fenomeni metereologici e ai ritmi lavorativi di stampo “impiegatizio” di Hallie si avvicendano quelli di un reportage in prima persona e senza più attrezzature di ripresa.
Ma, come si accennava, resta infine un’ultima questione da affrontare, e il regista non ha alcuna intenzione di tirarsi indietro, oramai il suo viaggio è inizato: se infatti il destino dell’individuo contemporaneo (spettatore compreso) è quello di essere profilato, plasmato e riplasmato dalle multinazionali dell’entertainment, quale spazio può ritagliarsi l’artista?
Pollack risponde con il suo magistrale romanticismo bucolico, ingenuo quanto si vuole, ma è l’ultima difesa innalzata contro la svalutazione dell’immagine e dell’identità. La riappropriazione del western è la via di redenzione per lui, che sogna un’industria dell’entertainment disgiunta dagli interessi proteiformi delle multinazionali e allo stesso tempo suggerisce all’americano medio di recuperare il senso delle sue origini con un’immersione nel paesaggio, per riconoscersi e specchiarsi in un’identità di primo grado, non più soltanto in un’effigie cartonata.

Info
La pagina dedicata a Il cavaliere elettrico sul sito della Biennale 2017.
Il trailer del film.
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