Morti sospette

Morti sospette

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Mystery metafisico e del tutto stilizzato, Morti sospette di Jacques Deray sfrutta il cinema di genere per aprire riflessioni sui limiti della lettura razionale della realtà. Sceneggiatura (tra gli altri) di Tonino Guerra, protagonista Lino Ventura. In dvd per Sinister e CG.

Marinaio francese, Roland Fériaud sbarca a Barcellona e prende una stanza in albergo. Nella stanza accanto è convinto di vedere un cadavere, ma subito dopo perde i sensi, colpito alla testa. Si risveglia in un manicomio, dove un dottore gli sottopone una serie incalzante di domande. Rilasciato poco dopo dall’ospedale, Roland si ritrova al centro di una catena di delitti del tutto inspiegabili… [sinossi]

La realtà è illeggibile, l’essere umano pure. Non esiste più oggetto né soggetto, il patto ermeneutico alla base del processo d’interpretazione non ha più ragion d’essere. L’essere umano si trova così al centro di un universo del tutto indecifrabile, in cui le proprie peculiarità sono a poco a poco rifiutate, e nessuna realtà sembra alla portata di disperati tentativi di lettura.
Già autore, in una comunque ricca filmografia, di quel gioiello d’ambiguità che è La piscina (1969), Jacques Deray per Morti sospette incontra la letteratura di genere, ma soprattutto incontra Tonino Guerra in sede di sceneggiatura, accreditato dello script insieme a Jean-Claude Carrière. Per un film che si muove sui confini dell’ambiguità, sembra non casuale infatti ritrovare come sceneggiatore un autore come Guerra, che circa 10 anni prima aveva contribuito alla realizzazione di Blow-up (1966) di Michelangelo Antonioni. Se là il fotografo Thomas sperimentava l’impossibile univocità della realtà riprodotta, qui il marinaio Roland Fériaud, francese sbarcato a Barcellona, si trova a confrontarsi coi limiti delle immagini mentali, che siano ipotesi, deduzioni o memorie, al centro di un mystery del tutto impenetrabile, la cui unica certezza è il progressivo accumularsi dei cadaveri lungo il tracciato narrativo.

L’universo di Morti sospette è percorso da un’assoluta ambiguità, al punto che viene messa in discussione anche la minima cellula narrativa necessaria alla costruzione di un mystery, ossia il mistero stesso. Roland assiste infatti a una serie di omicidi che tuttavia vengono successivamente smentiti, manipolati, rimossi, tanto da far dubitare il protagonista della propria lucidità mentale. Ricorrente è anche il luogo della follia, costeggiata con minaccia e timore a partire da quel breve ricovero in manicomio che apre doppi binari d’interpretazione sulla solidità di Roland, e che allude anzi a oscuri strumenti di potere e coercizione.
Deray prende le mosse dal cinema di genere francese, terreno in cui si muove con estrema disinvoltura, ma operando innanzitutto un prosciugamento dei suoi elementi simbolici e narrativi. Ritornano di fatto alcuni dei luoghi più classici del mystery (paranoia, persecuzione, valigette di cui non sapremo mai il contenuto, pedinamenti, verità differite, ricatti), ma ridotti a puri oggetti stilizzati. Significano solo se stessi, o se alludono ad altro, rimandano a un universo del tutto inaccessibile.
Partendo da tale materiale Deray allarga i confini del cinema di genere collocandolo in un territorio piuttosto originale che evoca nobilissimi ascendenti letterari (Kafka, Camus, Borges, Pinter…), un labirinto in cui si entra per caso (per caso?) e dal quale non si esce, e in cui soprattutto dominano poteri oscuri e misteriosi, minacciosi per l’individuo e dal facile intervento coercitivo.
Davanti all’individuo Roland Fériaud sembra disporsi un potere unico e compatto, in cui tutti sono invischiati con tutti. O al limite, in cui gli altri sono separati in squadre contrapposte ma comunque facenti parte di una sola e gigantesca macchinazione. Non è altro che la registrazione della perdita del contatto con la realtà, dove per contatto s’intende la possibilità (l’illusione?) della ragione, garante di un rapporto rassicurante tra soggetto e oggetto. Quando tale rapporto “fiduciario” viene a mancare, si crea una frattura insanabile e davanti all’uomo si apre una voragine d’ignoto.

Fin dall’esordio Morti sospette insiste sullo sguardo dell’altro, man mano che Roland Fériaud continua a incontrare sempre i soliti volti (o è il suo punto di vista paranoide che, nell’universo davanti ai suoi occhi, ritaglia sempre le stesse persone?). Deray utilizza abilmente le soggettive indeterminate, che spesso intervengono a far gravare su Roland un costante senso di minaccia.
Se da un lato il Potere inaccessibile e minaccioso evoca scenari pinteriani, dall’altro Roland Fériaud sembra ricordare anche la disperata insignificanza di personaggi alla Meursault (“Lo straniero”, Albert Camus: in tale direzione concorre anche l’ambientazione in una città aliena per il protagonista) in cui l’altro non solo è indecifrabile e ominoso, ma anche fonte costante di culpabilité, concetto assai vicino al senso di colpa.
Basti pensare al colloquio iniziale col medico in manicomio, in cui il dialogo si trasforma quasi in interrogatorio e la ricostruzione degli eventi si traduce per Fériaud in sottile ricerca di sue precise responsabilità, o a tutti gli altri incontri con figure di potere (dottori, commissari di polizia, funzionari…), dove la verità di Fériaud è prima smontata pezzo per pezzo, poi riversata sul protagonista e su sue presunte responsabilità (ivi compresa la reiterata ipotesi della follia di Roland), infine tradotta in strumento di minaccia. D’altra parte quel manicomio semi-deserto dove Roland si risveglia è l’incarnazione più compiuta del Potere, istituzione deputata alla messa in discussione, e all’eventuale riplasmazione, dello strumento principe dell’essere umano: la sua capacità di leggere il reale. Il soggetto insomma si disfa nell’oggetto, sparisce. Come Thomas nel finale di Blow-up si dissolve nel paesaggio, così Roland in Morti sospette conclude la sua parabola in mezzo all’indifferenza. In un universo dove niente è più leggibile e il soggetto non ha più residenza, non vi è più differenza nemmeno tra vivere e morire.

Jacques Deray si muove in tale labirinto narrativo (ma siamo oltre il labirinto, poiché i labirinti hanno almeno uscite e soluzioni univoche e razionali) con estrema disinvoltura ed eleganza, secondo uno stile secco ed essenziale, molto affidato alle risorse del visivo.
Altrettanto funzionale risulta Lino Ventura nei panni del protagonista, umano e spaesato al punto giusto. Attorno a lui, uno stuolo di volti noti dell’epoca in cui risalta anche la partecipazione di Laura Betti, che si aggira per Barcellona con un bel colbacco verde in cerca del marito scomparso. Nel complesso rimane anche il sospetto di un elegante esercizio di stile, pura esibizione di tecnica, di temi à la page, di riflessioni esistenziali non freschissime, di brividi metafisici riletti in chiave didascalica e affidati a un ricco cast d’attori. Nobile ed elegante, magari un po’ rigido e non vivacissimo. Degno di rispetto, forse non d’amore spassionato.

Extra: trailer cinematografico.
Info
La scheda di Morti sospette sul sito di CG Entertainment.
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