Dark Night
di Tim Sutton
Tim Sutton con Dark Night racconta un’America fin troppo tragicamente nota (e i recentissimi fatti di Parkland, in Florida, sono lì a testimoniarlo), ma guarda a Elephant di Gus Van Sant solo in modo epidermico. Il plumbeo compiacimento apocalittico del regista è così sicuro dei propri presupposti analitici da farli diventare totalizzanti, producendo una rappresentazione sociale che non riconosce neppure una stilla di dialettica.
Nella notte scura, dove tutte le vacche sono nere
Una giornata come tante in una città americana dove si muovono adolescenti ossessionati dai cellulari, dai fucili e dai videogiochi, gruppi di auto aiuto, ragazzini sugli skateboards, un veterano di guerra. E una serata americana come tante, quando tutti vanno alla multisala per vedere un film molto atteso. Ma qualcuno ci va armato… [sinossi]
Presentato al Sundance Film Festival nel 2016 e, successivamente, nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, Dark Night ha tutti i crismi dell’art movie. Il regista Tim Sutton, che ha lavorato anche per l’agenzia fotografica Getty Images, possiede uno spiccato gusto per le visioni contemporanee ricercate e colte, e non ne fa mistero. Echi di grandi fotografi, come Eggleston o Lewis Baltz ma soprattutto il meraviglioso Stephen Shore, fanno capolino nella rappresentazione urbana e nella composizione scenica, mentre Elephant di Gus Van Sant risulta un riferimento fin troppo citato (inquadrature del cielo, con lampione e senza lampione, ricorrono più e più volte) sia nell’ispirazione generale che nei piani sequenza e nei quadri fissi da cui entrano ed escono persone e cose; nelle scene più “ravvicinate” con i personaggi, Sutton pare invece guardare alla “modalità” più mossa e intrusiva di Larry Clark. Ricco di numi tutelari, il tentativo di raccontare i sobborghi di una città americana come tante all’indomani di una strage (quella di Aurora, in Colorado, del 2012) e al tempo stesso in procinto di un’ennesima carneficina, deve fare i conti con il distacco assoluto scelto dal regista. Non esistono, volutamente ovvio, personaggi ma tipizzazioni: c’è il veterano che non profferisce verbo in famiglia, una fanatica dei selfie e della forma fisica che non sta per niente bene, una giovane latinoamericana che lavora in un grande magazzino, il teenager problematico intervistato (non si sa da chi: il regista non mostra, allude) assieme alla sua mamma che ne decanta le lodi ma è in realtà preoccupata perché il figlio non ha amici, quello col fucile al poligono di tiro, i giovanissimi che vanno in skateboard e si fanno la tinta ai capelli. Questi tipi umani (interpretati da persone comuni) privi di gesti che denotino qualsivoglia autocoscienza, si muovono, volutamente ovvio, come oggetti tra gli oggetti, in un mondo grigio e geometrico, alienati e insicuri, incapaci di stabilire relazioni, analfabeti nelle reazioni (la ragazza dei selfie si fa una bella foto dopo aver sentito parlare una donna che ha avuto il cancro), pieni di pulsioni inespresse o represse.
In questa landa spettrale si muove anche l’autore di una strage: può essere chiunque, pare suggerire il film che lodevolmente (da un punto di vista politico, visti anche i recenti, agghiaccianti accadimenti a Parkland in Florida, nella cronaca proprio in questi giorni) dedica particolari energie nell’evidenziare l’abbondare di armi nelle mani di persone non proprio consapevoli. E se non si sa, fino alla fine, chi sarà l’assassino, la striatura horror e angosciosa che Sutton vorrebbe imprimere (con quelle urla che ogni tanto arrivano, come premonizioni) deve vedersela con una sorta di paratassi assoluta di sequenze pallide, flebili ed esangui, che faticano a creare dinamiche di tensione.
Come per la strage di Aurora, avvenuta alla première del film The Dark Knight Rises di Christopher Nolan, anche in Dark Night (superfluo rilevare il “gioco” del titolo) la mattanza, che il regista non mostra, avviene non nella ormai tragicamente classica high school, ma al cinema, il luogo in cui si corrobora l’immaginario, unico luogo di “raccolta” sociale di personaggi precedentemente disseminati nel loro via vai, nelle loro pratiche quotidiane più o meno ordinarie. Ad Aurora, il killer James Holmes (che ha ucciso 12 persone ed è stato condannato a 12 ergastoli) si era tinto i capelli (come gli skaters di Sutton) per assomigliare a Joker e, stando ai testimoni, quando irruppe nella sala molti credettero fosse una trovata dello show.
In Dark Night la strage, che è dunque sia evocata nel passato recente che emulata nel presente, è conclusione feroce di una giornata uguale ad altre, in cui essere uccisi al cinema diventa esito possibile per le vittime e performance identitaria per chi la compie. Chiaramente il film punta la sua attenzione sull’eterno e inevitabile ripetersi dello schema, che potrebbe accadere ogni giorno, per mano di chiunque, senza che la reiterazione modifichi le prassi degli individui (né ovviamente la regolamentazione che permette a ogni americano di possedere fucili e pistole). È già successo e succederà di nuovo nello stesso modo, e certo il dato è innegabile. Il cinema pare poi in qualche modo connivente, nel suo dispositivo più commerciale e spettacolare, con questa replica infinita. Insomma: in un mondo di enti incoscienti, monadici e silenti, che vanno al multiplex a vedere i film commerciali (e lì muoiono), la ripetizione del “già visto” è il rito più ovvio e perverso. O si scardina la pratica (a partire dalle modalità più frequenti del cinema stesso, pare suggerire il regista) o tutto resterà com’è.
Ossessivo e monolitico, Dark Night è un lavoro che evoca suggestioni ben espresse dalla fotografia americana e che intende chiaramente discostarsi da tracciati narrativi tradizionali del cinema. Ma il plumbeo compiacimento apocalittico del regista è così sicuro dei propri presupposti analitici da farli diventare totalizzanti, producendo una rappresentazione sociale che non riconosce neppure una stilla di dialettica. Rendendo intellettualmente poco stimolante la visione di questo susseguirsi di nature morte. Come una notte scura in cui tutte le vacche sono nere.
Info
Il trailer di Dark Night.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Dark Night
- Paese/Anno: USA | 2016
- Regia: Tim Sutton
- Sceneggiatura: Tim Sutton
- Fotografia: Hélène Louvart
- Montaggio: Jeanne Applegate
- Interpreti: Aaron Purvis, Anna Rose Hopkins, Conor A. Murphy, Eddie Cacciola, Karina Macias, Kirk S. Wildasin III, Robert Jumper, Rosie Rodriguez, Shawn Cacciola
- Colonna sonora: Maica Armata
- Produzione: Ringling College Studio Labs
- Distribuzione: Mariposa Cinematografica
- Durata: 85'
- Data di uscita: 01/03/2018







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