Intervista a Milo Rau

Intervista a Milo Rau

Uno dei più acclamati protagonisti della nuova scena teatrale europea, lo svizzero Milo Rau, direttore del teatro NTGent in Belgio, lavora tra teatro e cinema con il procedimento di reenactment, con cui mette in scena episodi di cronaca efferati o crimini di guerra, secondo un decalogo di regole chiamato Gent Manifesto. Tra le sue opere, realizzate con la sua compagnia teatrale, e di produzione cinematografica, International Institute of Political Murder (IIPM), ha realizzato, vanno ricordati Five Easy Pieces, la storia del serial killer pedofilo Marc Dutroux messa in scena da bambini, Die 120 Tage von Sodom, l’ultimo film di Pasolini trasposto a teatro con attori Down, The Repetition. Histoire(s) du théâtre (I) sull’omicidio a sfondo omofobo di Ihsane Jarfi, e, al cinema, Das Kongo Tribunal, un finto processo con imputati veri sui crimini di guerra compiuti nel conflitto civile in Congo.
Abbiamo incontrato Milo Rau alle Giornate degli Autori veneziane dove ha presentato il suo ultimo lavoro Das Neue Evangelium, messa in scena del Nuovo Testamento dove Gesù è l’attivista che combatte il caporalato Yvan Sagnet.

Anche in Das Neue Evangelium, riprendendo Il Vangelo secondo Matteo, l’opera di Pier Paolo Pasolini è per te una fonte cui attingere. Già nel tuo spettacolo Five Easy Pieces c’è tutta una parte che riprende Che cosa sono le nuvole?, mentre hai anche fatto una tua versione, sempre a teatro, de Le 120 giornate di Sodoma. Puoi parlarmi del tuo interesse e di ciò che ami dell’autore friulano?

Milo Rau: Quello che amo delle opere di Pier Paolo Pasolini è che lui stesso è legato a una poetica più classica e tradizionale, ma allo stesso tempo ha quel suo modo di fare arte da un punto di vista più popolare per la società. Per la società tutta. Non è mai stato una sorta di hipster che realizzasse qualcosa di incomprensibile. Quando ho trattato per la prima volta il tema di Gesù, in Die 120 Tage von Sodom con persone disabili e poi ho mostrato loro la ripresa, stavano tutti piangendo perché riuscivano a comprenderlo, mentre quando avevano guardato il film di Mel Gibson non lo comprendevano. Pasolini aveva quel modo di guardare alle persone, rendendole comprensibili al solo sguardo. Aveva un modo molto umano di vedere le cose. D’altra parte non ha mai negato il conflitto, era molto preciso, essendo anche marxista. Sapeva molto bene che siamo fatti anche di violenza. Aveva quindi questo modo di mostrare i fatti, anche la resurrezione, con una visione poetica, pur avendo al tempo stesso questa oscurità interiore, qualcosa che io stesso mescolo nelle mie opere. C’è violenza, c’è solitudine, c’è morte. Ma ci sono anche solidarietà, resurrezione e poesia. Ecco perché lo amo.

Le tue opere si giocano su un rapporto molto complesso tra realtà e finzione. Devi sempre inglobare la messa in scena nel prodotto finito, metti in scena anche i provini agli attori. Come mai?

Milo Rau: Due anni fa ho scritto il cosiddetto Manifesto di Gent e in un punto dice: «Quello che è importante nell’arte non è il prodotto finito o la première, è il procedimento produttivo». C’è poi un altro punto dove dico che al pubblico deve sempre essere concesso di essere presente alle prove. Questo perché tutto quello che accade in quel processo è comunque parte del prodotto, per me si tratta di un processo umano e artistico che voglio mostrare. Ecco perché se ho le videocamere posso riprendere e mostrare come si è arrivati a quel punto e cosa quel punto significhi per le persone che ne fanno parte. Non mi piacerebbe realizzare un film dove c’è qualcuno che ha fatto le prove a casa e poi viene, recita il testo e io dico “cut” e arrivederci. Non avrei la possibilità di conoscerlo. Perciò, soprattutto in un progetto come questo, è stato importante che questa opera con un Gesù moderno fosse un progetto di solidarietà tra arte e attivismo, tra i braccianti bianchi e quelli di colore con anche tutta la questione dell’immigrazione. Con il cinema, il mito di Matera con Enrique Irazoqui e tutte queste persone connesse attorno a questo mito. Loro dicono: «Cosa c’è adesso? Come è possibile tutto ciò? Qual è la complessità di questa solidarietà?». Perché ci sono moltissime scene nel film dove puoi percepire che c’è un problema e allo stesso tempo c’è la verità del Nuovo Testamento. Lo si vede in questo piccolo gruppo di pari attorno alla figura di Gesù: ci sono persone deluse, ci sono attriti e alcuni addirittura lo rinnegano. Non c’è solo felicità e solidarietà, Gesù viene crocifisso alla fine ed è rinnegato da Giuda e Pietro. È un modo per comprendere che non c’è nulla di semplice, nulla è un mero prodotto.

Usi spesso il ciak in scena, anche a teatro. Qui, in Das Neue Evangelium, lo fanno, solo con le mani, per un servizio televisivo. Perché far vedere il ciak?

Milo Rau: Mi è sempre piaciuto questo elemento simbolico, come mezzo per dire che tutto quello che si vede è reale ma è anche messo in scena. Anche in Five Easy Pieces c’è il ciak per dire: «Quello che sarà presentato ora sono emozioni e situazioni reali, il bambino, la famiglia, il denudarsi». Stanno tutti recitando ma è tutto reale. Quello di cui sono sempre alla ricerca è il definire uno spazio che è situato perfettamente in mezzo a ciò che è completamente reale e ciò che è completamente artificiale. Ho come l’impressione che per fare apparire la realtà sia necessario un contesto artificiale, ed ecco che appare. Ecco perché un libro come il Nuovo Testamento è un mezzo perfetto da utilizzare per mostrare quello che accade nel Sud Italia. Senza la Bibbia non potresti farlo, potresti fare film riguardanti i rifugiati e ognuno direbbe: «Sì, è triste, è triste». Ma di cosa si tratta in realtà? Nella Bibbia ti viene da dire: «Quello che sta succedendo è ciò che succede nella Bibbia. C’è una civiltà basata basata sulla Bibbia, quindi cosa stiamo facendo?».

Una connessione tra Gesù e i migranti dovrebbe essere semplice e diretta, ma nessuno ci pensa.

Milo Rau: Quando tengo lezioni per giovani registi nelle università, dico loro: «In quanto registi, dovete fare soltanto una cosa: quando avete un’idea, dovete cercare la maniera più semplice per mostrarla». Non bisogna ricercare la complessità, ma cercare il modo più semplice per raccontare la storia e parlare di quanto sta succedendo. Non devi impressionarmi dicendomi: «Wow, ho questo, questo e questo», basta essere semplici e raccontare tutto comunque.

Pur in tutta questa costruzione, il messaggio mi è arrivato molto forte, tale da generare in me un senso di colpa per l’Italia che non vede o non si occupa abbastanza delle condizioni di schiavitù in cui sono costretti i braccianti emigrati.

Milo Rau: Tu vedi due elementi. Ad esempio, guardiamo i cittadini di Matera che partecipano alla recita in ruoli che potremmo dire negativi. È mettendo in atto la loro vergogna che riescono a superarla e al tempo stesso a presentarcela. È mettendo in scena il razzismo che si riesce a superarlo. È interessante dialetticamente, mostrare qualcosa nel mostrare il tuo commento. È interessante come si creano diversi tipi di relazioni, di solidarietà, di amicizia o anche d’amore, durante il procedimento di realizzazione di quel determinato film ma senza negare nulla. Alla fine, non c’è quella grande festa per cui tutti sono felici. No, la nostra società resta sempre la stessa, ultra-violenta e capitalista, con una struttura che nega l’integrità e la dignità di moltissime persone che vivono in questo paese. Forse anche qui a Venezia, basta andare per strada per trovare persone senza diritti o documenti. Non si ferma, ma forse qualcosa potrebbe cambiare se ci fossero 500, 5000 film come questo.

Tra i personaggi del film, mi ha incuriosito il sindacalista Gianni Fabbris. Sembra un professionista dell’organizzare lotte ma ha anche una precisa idea mediatica. È a suo modo un regista e mi pare che non accetti il tuo lavoro perché lo considera un’interferenza. Poi comunque partecipa alla Via Crucis. Quindi il suo atteggiamento è cambiato?

Milo Rau: È un personaggio particolare. Alla base c’è questo interessante rapporto tra due movimenti di protesta: da un lato ci sono i migranti che vogliono essere regolarizzati, mentre dall’altro ci sono le persone del posto, contadini e agricoltori con lo stesso tipo di problemi. Non hanno dietro grandi compagnie, consegnano in giro i loro prodotti come la salsa di pomodoro senza un guadagno. Subiscono lo stesso tipo di oppressione, alla base c’è un sistema dello stesso tipo che agisce secondo l’idea del “divide et impera” e mette così questi due gruppi l’uno contro l’altro. Quello che cercano di fare Gianni Fabris e Yvan Sagnet è lottare insieme, ma ciò non funziona bene perché questa divisione è difficile da superare. Il problema non è essere di colore o essere bianchi, il problema è che il sistema usa queste differenze per renderci deboli. Lo puoi vedere dentro te stesso, in qualche modo siamo ancora razzisti perché siamo strutturati internamente dal sistema che conosciamo. Ecco perché si ha questa frizione e cerchiamo di mostrare tutto ciò attraverso quelle piccole scene, come quella con Gianni Fabbris che lamenta che ci siano solo persone di colore nel servizio televisivo e si dichiara deluso. Però alla fine riappare portando l’acqua, quindi avrà cambiato idea.

C’è poi una differenza tra lui e Yvan Sagnet. Con il secondo assistiamo come a una nascita spontanea del sindacalismo, a una forma primigenia di ribellione dei lavoratori per i loro diritti. Mentre per lui si tratta quasi di una prassi.

Milo Rau: Si, lo ha fatto per molto tempo. Cerca anche di definire questa sua autorità stabile. È un po’ spaventato da quello che sta succedendo. Ha consolidato la sua figura e invita anche le persone di colore. Poi però il movimento si accresce sempre di più e lui diventa una figura sempre più periferica e, quando cerca di tornare al centro del tutto, viene nuovamente messo da parte. È una dinamica molto interessante all’interno della situazione complessiva. Perché ciò che dai via poi lo perdi.

Com’è nato il progetto del film? Come sei venuto a conoscere Yvan Sagnet e perché hai deciso di fare un film su di lui?

Milo Rau: Yvan Sagnet è un attivista per i diritti degli immigrati piuttosto conosciuto, se ti occupi in questo tipo di film sui diritti umani lo dovresti conoscere. Ha fatto la sua prima grande protesta circa dieci anni fa in Sud Italia portando alla legge contro la mafia e contro il caporalato. Per cui è praticamente un simbolo di tutta questa lotta. Se cerchi qualcuno che possa interpretare Gesù, ti serve una persona che tutti in qualche modo accettino perché sai com’è la situazione nel Sud. Se ci sono circa cinquanta piccole campagne di protesta in atto e gruppi tra loro differenti e tutti stanno lottando l’uno contro l’altro, allora serve una figura che possa unire tutti quanti. Sono persone diverse tra loro, sono sia bianchi che di colore, ci sono migranti o chi lavora nell’industria del sesso. Era necessario qualcuno in cui tutti si potessero identificare, e questo qualcuno era Yvan. È interessante come anche nel Nuovo Testamento in qualche modo Gesù unifichi tutti, e venga accettato ma allo stesso tempo rinnegato. Le persone vogliono essere lui, ad esempio anche Giuda e Pietro vorrebbero essere al centro. Allo stesso tempo però c’è rivalità, come quella tra Gianni Fabris e Yvan. C’è accettazione e non accettazione allo stesso tempo, c’è diniego e questa è un po’ la realtà del nostro piccolo gruppo di attivisti. In ogni progetto politico che ho realizzato, è stato necessario accettare tutti questi problemi distinti, per cui tutti sono insieme e uniti nei grandi momenti, nelle manifestazioni. Ma dopo i rifugiati sono di nuovo isolati e allora cosa puoi fare?

Altro punto cardine del tuo lavoro è il processo che, nei Vangeli, è quello sommario di Ponzio Pilato che chiede alla folla di scegliere tra Gesù e Barabba. Qualcuno lo definisce il primo esempio di giuria popolare della storia. E si tratta di un processo veloce un po’ come quello ai coniugi Ceaușescu di cui parli nel tuo lavoro The Last Hour of Elena e Nicolae Ceaușescu.

Milo Rau: Sì, è stato un processo molto breve per cui sin dall’inizio sapevano già cosa sarebbe successo alla fine. Per il processo a Ceaușescu volevano realizzare un processo di solo cinque minuti. È il motivo per cui ho voluto metterlo in scena così, come durante questa ora sia possibile comprendere la complessità del momento. Inoltre ti rendi conto che tutte le persone che sono attorno a Ceaușescu e sua moglie stanno cercando di punirli in fretta. Loro sono tutti suoi amici e tutti dei pazzi comunisti. E ora si trovano a portare avanti un processo democratico contro quello che è il loro generale, come per dire: «È un processo democratico, ma sei tu, il mio generale? Cosa sta succedendo? Quindi dobbiamo fucilare tutti quanti qui». Per quanto riguarda Gesù e Barabba, trovo interessante quello che succede con Marcello Fonte nel ruolo di Ponzio Pilato. Non si tratta del classico grasso burocrate, ma è qualcuno che tu conosci, che sai essere di sinistra e quindi sai cosa chiederà. Non è più forte o più debole degli altri, rappresenta il sistema ma sono le persone a dover votare, ecco perché dice: «State decidendo voi, non io. Io ve l’ho semplicemente chiesto. Potevate prendere un’altra decisione quando ve l’ho chiesto. Avete scelto voi, siete voi i razzisti, siete voi il sistema, non io». Per me questo è un punto importante, ecco perché alla fine c’è questo cartello che afferma: «Dio non ha altre mani se non le nostre per fare il suo lavoro oggi», non c’è un meccanismo metafisico nascosto che ci salverà tutti, dalla merda in cui stiamo, siamo noi. Marcello Fonte si mostra molto ingegnoso in quella scena.

Ci sono grandi attori nel film, come Enrique Irazoqui e Maia Morgenstern, che recitano accanto ad attori non professionisti, presi dalla strada o parte della società civile come il sindaco di Matera. Usi spesso attori non professionisti anche a teatro. Perché ti interessa realizzare questo mix di attori professionisti e non?

Milo Rau: Mi piace molto la dialettica di questi miscugli, perché vedi come gli attori professionisti imparano da coloro che non lo sono. Si può dire che imparino dal loro impegno e dalla loro onestà, mentre dall’altra parte ovviamente gli attori non professionisti osservano il modo di lavorare dei professionisti, fanno le prove insieme e così via. Si trova così un equilibrio tra i due mondi.

Quando vidi Five Easy Pieces, con gli attori ragazzini, mi sembrava di essere per la prima volta a teatro, perché percepivo una sorta di energia primigenia nella loro recitazione e dello stare sul palco.

Milo Rau: Stai descrivendo esattamente quello che succede agli attori professionisti quando li osservano e dicono: «Oh merda, questo è il teatro, devo imparare tutto di nuovo! Cosa posso fare per essere parte di tutto questo senza perdere completamente la mia presenza, il mio spazio?». Quando osservi i ragazzi sul palco, capisci quanto vi appartengano e poi hai gli attori professionisti che li guardano, ma che possono a malapena comprendere come quello sia un posto per cui si debba combattere per poterne fare parte. Mi ricordo di un’altra mia opera, Compassion, dove sul palco c’era una giovane attrice di colore che è sopravvissuta al genocidio in Burundi. Insieme a lei c’era una delle mie attrici preferite, Ursina Lardi, una grande attrice in Germania. C’è stato questo momento in scena dove la giovane donna ha portato avanti questo monologo di cinque minuti dove parla di quello che è accaduto alla sua famiglia. Vedendo ciò, Ursina ha cominciato a dire: «Ora posso anche smettere, cosa posso fare o dire che sia vero, reale?». Gli attori a quel punto iniziano a pensare a quale posto appartengano e scoprire così un luogo che va oltre la professionalità, oltre l’autenticità. Non faccio salire sul palco persone che raccontano semplicemente storie tristi; ad esempio non c’è compatimento in Das Neue Evangelium. Ci sono attivisti, ci sono attori forti come quelli nelle parti di Giuda e Pietro. Papa Latyr Faye che interpreta Pietro, è davvero molto bravo. È toccante la sua amicizia con Gesù e quando lo rinnega dice: «Oh merda, che cosa ho fatto!». Anche l’attore che interpreta Giuda è molto toccante, sono entrambi molto bravi. Questo è l’importante.

Parliamo della musica del film. Usi tanto Mozart, Schubert (nel Trio barrylyndoniano), Wagner ma anche le canzoni di Vinicio Capossela. Come mai questo mix?

Milo Rau: In questo devo ammettere di essere stato ispirato da Pasolini stesso. Lui ha sempre inserito di mix molto eclettici nei suoi film. Ha usato, nel Vangelo secondo Matteo, il gospel Sometimes I Feel Like a Motherless Child. Mi piaceva molto questo brano interpretato da Nina Simone, ma non è più possibile utilizzarlo, è già stato usato migliaia di volte. Così ho chiesto a Vinicio Capossela di comporre una canzone come quella. Altrimenti avevamo anche la canzone di Woody Guthrie This Land Is Your Land, che è stata la canzone principale della nostra campagna di protesta. Ho chiesto a Vinicio di comporre anche una canzone come quella. E poi abbiamo usato anche Wagner, Mozart, Bach… Tutti i tipi di musica classica. Questa musica per me è contrastante ma allo stesso tempo esprime perfettamente l’essenza di un film biblico. Tuttavia le cose cambiano se utilizzi questa musica all’interno di un contesto moderno, ad esempio quando c’è la scena del tizio che se la sta prendendo con una sedia, e come sottofondo musicale c’è Stabat Mater anche se si tratta semplicemente di questo tizio matto che tortura una sedia. E ti fa pensare che si tratta di una storia che riguarda la sacralità del corpo umano e puoi comprenderla. Si tratta comunque di un uso molto semplice e diretto della musica.

Nelle tue opere spesso metti lo spettatore con le spalle al muro di fronte a episodi devastanti, a ciò che la società tenderebbe invece a rimuovere, come gli atti del serial killer pedofilo Marc Dutroux, o l’omicidio a sfondo omofobo di Ihsane Jarfi messo in scena in The Repetition. Histoire(s) du théâtre (I). Perché questa cifra stilistica?

Milo Rau: Credo che sia per questo che alla fine sono arrivato a rappresentare Gesù, perché siamo messi a confronto, sia io che te, con la morte. Un giorno moriremo soli, forse tu prima di me o forse contemporaneamente, ma saremo entrambi soli. Questa è la sola certezza che abbiamo. Tutto il resto può accadere o meno, potremmo essere ricchi o poveri, potremmo avere relazioni felici oppure no, potresti avere un buon lavoro… Ma alla fine tutti moriremo. E questo è davvero traumatizzante, com’è possibile che vada così? Forse verremo assassinati, torturati oppure avremo il cancro; potremmo morire domani, anche nel sonno, ma non lo sappiamo. Resta il fatto che sia qualcosa di profondamente traumatico. Tutte le religioni si basano sul fatto che «Comunque ne è valsa la pena» e per me il grande quesito è sempre stato: «Come posso andare oltre la morte con l’arte, con l’impegno, con la solidarietà? Cosa possiamo fare perché sia valsa la pena essere qui, anche se scompariremo e saremo dimenticati tutti quanti?». Questo è punto principale e ciò che è davvero bello nel Nuovo Testamento è che Dio va nel corpo di un uomo e che alla fine, quando è sulla croce, è lui stesso Dio, e chiede «Dio, perché mi hai abbandonato?» parlando quindi con sé stesso. Saremo dimenticati, è impossibile che sia il contrario, e dal punto di vista dialettico non è comprensibile. È così interessante quanto l’essere umano sia intelligente ma solo. Ma poi ti confronti con la morte e persino Dio è solo quando sta morendo.

Info
La scheda di Das Neue Evangelium di Milo Rau sul sito delle Giornate degli autori.

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