Das Neue Evangelium

Das Neue Evangelium

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Presentato come evento speciale alle Giornate degli Autori, Das Neue Evangelium è la nuova opera per lo schermo dello scandaloso regista teatrale svizzero Milo Rau che usa il suo approccio detto di reenactment per contestualizzare ai giorni nostri la parabola di Cristo, che rinasce nel ruolo del sindacalista e scrittore camerunense Yvan Sagnet, fautore della ribellione dei braccianti contro l’abominevole pratica del caporalato.

Via Crucis tra realtà e finzione

Cosa avrebbe predicato Gesù nel XXI secolo? Chi sarebbero stati i suoi discepoli? E come risponderebbe la società di oggi al ritorno del figlio di Dio? Con Das Neue Evangelium, Milo Rau mette in scena una “rivolta della dignità”. Guidato dall’attivista politico Yvan Sagnet, il movimento sta combattendo per i diritti dei migranti arrivati in Europa attraverso il Mediterraneo, ridotti in schiavitù nei campi di pomodori nel sud Italia e costretti a vivere nei ghetti in condizioni disumane. Il regista e la sua troupe tornano alle origini del Vangelo e lo mettono in scena come una passione vissuta da un’intera civiltà. [sinossi]

Nel febbraio 2017 il Presidente della Repubblica Mattarella nomina Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana Yvan Sagnet per il suo impegno, come attivista dei diritti umani, sindacalista e scrittore, contro la piaga del caporalato, che di fatto rappresenta una nuova forma di schiavitù per i migranti impiegati come braccianti agricoli. Sagnet diventa il nuovo Cristo in Das Neue Evangelium, presentato come evento speciale alle Giornate degli Autori veneziane, nella messa in scena di Milo Rau, regista teatrale svizzero, direttore del teatro belga NTGent, fondatore di una compagnia teatrale e cinematografica che si chiama Istituto internazionale di omicidio politico (IIPM). Uno degli artisti teatrali più premiati in Europa negli ultimi anni, un genio ribelle, sia nelle tematiche che nel linguaggio, che affonda il dito nella piaga degli orrori della storia, mettendo lo spettatore con le spalle al muro rispetto a ciò che la società tende a rimuovere e a non voler vedere, come, in questo film, sono le condizioni disumane, in cui vivono e per come sono trattati dai caporali, dei lavoratori agricoli di origine africana.

Come Pasolini, che ha utilizzato in più di una sua opera, Milo Rau è un intellettuale e artista che non si esaurisce in una forma d’arte ma sente il bisogno di intervenire nella società in tutti i modi, con il cinema e la scrittura oltre che con il teatro. Il lavoro di Milo Rau si fonda sulla pratica del reenactment, la ricostruzione recitata, che in questo caso riguarda la parabola di Cristo raccontata nei Vangeli mentre ingloba altre rappresentazioni degli stessi testi sacri. Das Neue Evangelium viene messo in scena tra i Sassi di Matera, nella evocativa location scelta da Pasolini per Il Vangelo secondo Matteo e poi da Mel Gibson per La passione di Cristo. Milo Rau ritrova anche due attori di quei film, Enrique Irazoqui, il Cristo pasoliniano, e Maia Morgenstern, la Maria di Gibson, che recitano e mettono in scena la storia, accanto a gente della strada. La grande attrice è, come madre di Cristo, insieme a una vera prostituta, una Maddalena, mentre percorre la Via Crucis, dove pure il sindaco di Matera partecipa nel ruolo del Cireneo che sostiene la croce di Gesù. Figura intermedia tra l’attore e l’uomo di strada è Marcello Fonte, che interpreta Ponzio Pilato ma che poi vediamo come spettatore della Via Crucis in abiti civili.

Milo Rau esibisce realtà e finzione con tutta una serie di passaggi intermedi. C’è il documentario inchiesta sulle condizioni dei lavoratori di origine africana (in baraccopoli vergognose), le loro testimonianze a partire da quella di Yvan Sagnet, le riprese delle loro manifestazioni e scioperi. In questo caso Milo Rau abbandona anche quel suo presenzialismo fastidioso che c’era nel suo precedente film Das Kongo Tribunal. C’è la recita dei Vangeli ma anche la mediazione del grande cinema. Scene da Il Vangelo secondo Matteo si vedono due volte, su schermo, nel film. Pasolini in effetti è spesso usato dal regista svizzero: nel suo lavoro teatrale Five Easy Pieces, recitato da bambini sulla vicenda del serial killer pedofilo di Marcinelle, riprende Che cosa sono le nuvole?, mentre in The 120 Days of Sodom porta sul palcoscenico l’ultimo film di Pasolini con attori portatori della Sindrome di Down. Cruciale nell’opera di Milo Rau la messa in scena di un processo, che nei Vangeli è quello sbrigativo della scelta, messa ai voti della folla da Ponzio Pilato, tra Gesù e Barabba. Un esempio di processo sommario, come quello, rappresentato dal regista in The Last Hour of Elena e Nicolae Ceausescu, al dittatore rumeno, e di giuria popolare, che rimanda invece a quello alle Pussy Riot rimesso in scena in The Moscow Trials.

Non c’è una scena di Das Neue Evangelium che non esibisca la sua realizzazione, la messa in scena, in ossequio al punto 2 del Manifesto di Gent, il decalogo artistico di Milo Rau, che recita: «Il teatro non è un prodotto, è un processo di produzione. La ricerca, i casting, le prove e le relative discussioni devono essere resi accessibili al pubblico». Così ancora una volta il regista esibisce i provini degli attori, e mostra il ciak, come fa anche a teatro, che in questo caso riguarda un servizio televisivo, uno dei film interni che ancora sono proposti nelle varie prove rifatte prima di arrivare a quella definitiva, un po’ come fanno/hanno fatto Ciprì e Maresco, a dimostrazione che anche questi sono delle messe in scena. C’è poi una manifestazione, che sembra vera, dove gli attivisti distruggono e calpestano i pomodori di un supermercato, ma lo fanno con le tuniche di scena. E poi i momenti divertenti di quando Giuda viene riconosciuto come tale dai passanti dei vicoletti di Matera.

Ci sono, in Das Neue Evangelium, tante figure intermedie, di maestri o registi secondari. Si evoca Thomas Sankara, il leader della lotta per l’emancipazione panafricana, un altro Cristo. C’è poi Gianni Fabbris, il sindacalista esperto, professionista, organizzatore di lotte, come si definisce. Un regista interno, anche se dice che lui non è lì a fare cinema – che non a caso entra in contrasto con Milo Rau –, che dispone le manifestazioni e gli interventi in televisione in modo che abbiano maggior impatto emotivo. Non una figura negativa, la sua. Lo vedremo poi, evidentemente ricredutosi, nella recita. Ma emerge il contrasto con il sindacalismo primigenio, spontaneo di Yvan Sagnet e dei braccianti. Ed è la forza dirompente di Das Neue Evangelium, che emerge nonostante, o per, il grande impianto teorico del film. Sembra di provare le emozioni dello storico monologo di Franca Rame sullo stupro, in cui gli spettatori maschili, ancorché lontani dal mettere in atto abusi sessuali, provavano vergogna per la categoria di appartenenza. E vedendo Das Neue Evangelium si può provare vergogna di essere italiani, cittadini di un paese che, contro la piaga del caporalato, ha finto di non vedere, ha guardato da un’altra parte o comunque di non si è impegnato abbastanza.

Info
La scheda di Das Neue Evangelium sul sito delle Giornate degli autori.

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