Je suis Simone (La condition ouvrière)

Je suis Simone (La condition ouvrière)

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Presentato a I mille occhi 2018, nell’ambito di un piccolo omaggio a Fabrizio Ferraro, la sua opera del 2009 Je suis Simone (La condition ouvrière), che prende a soggetto il libro di Simone Weil La condizione operaia, e il paesaggio urbano di archeologia industriale dell’Île Seguin sulla Senna parigina. Un film dove il regista mette subito in tavola la sua concezione teorica.

Operai all’uscita delle officine Renault

Il diario del lavoro in fabbrica della filosofa francese Simone Weil che, a 25 anni, dal 4 dicembre 1934 all’agosto 1935, prende un anno sabbatico, lascia gli studi per entrare come operaia, alle presse, nell’azienda elettrica Alsthom di Parigi. Un’esperienza alla base del volume La condizione operaia. La cronaca delle sue giornate è accompagnata visivamente da un continuo alternarsi di ambienti interni, scuri, e dei paesaggi urbani dell’Île Seguin (periferia sud di Parigi), con una particolare attenzione ai cantieri e alle fabbriche. [sinossi]

Je suis Simone (La condition ouvrière) rappresenta l’opera seconda, del 2009, del regista Fabrizio Ferraro, apprezzato ora con Gli indesiderati d’Europa presentato all’International Film Festival di Rotterdam. Vedere le due opere accostate, com’è stato possibile nel corso di I mille occhi 2018, rende chiaro il percorso autoriale del regista, già ben delineato in questo suo secondo film. In entrambi i casi si tratta di opere che alternano fissità e movimento. Nell’ultimo film il passaggio è dal percorso, dal continuo, o falso, movimento degli esuli nella loro fuga attraverso i sentieri di montagne nei Pirenei – ripresi a volte con travelling a seguire e a volte con mdp fissa che registra le figure in cammino che si allontanano – alle parti con Walter Benjamin assiso, esausto, in contemplazione.
Così in Je suis Simone (La condition ouvrière) le carrellate laterali che seguono la protagonista che cammina velocemente in strada, a volte uscendo anche di campo, sfuggendo alla mdp, si alternano ai tableau vivant usati da Ferraro per mettere in scena la condizione operaia come raccontata dalla filosofa francese. Il regista adotta un approccio di estremo straniamento brechtiano, passando per Straub/Huillet, laddove per esempio la protagonista parla con voce off, anche in dialoghi in cui l’alterna con la voce invece diegetica del suo interlocutore, oppure guarda in camera mentre è intenta a scrivere a macchina.

Ferraro inserisce un momento in cui un ometto su una panchina – che sembra quasi ricordare la figura di João César Monteiro – impreca contro coloro che hanno ammazzato il cinema col parlato e discetta su fotografia e immagini in movimento, per poi esibirsi in una scena di danza su un ponte insieme ad altri personaggi. Così Ferraro scopre le sue carte teoriche. Toglie in un momento successivo il sonoro, come in una scomposizione, e gioca, come si è detto, sul contrasto tra fissità e movimento, laddove la fissità dell’inquadratura non è mai il freeze-frame fotografico: oggi quadro fermo contiene elementi in movimento, acque increspate, cose che fluttuano o oscillano per il vento.

«Ci trattano come fossimo macchine», è una frase sulla condizione operaia come formulata da Simone Weil. La riduzione di uomo ad automa asservito, il suo annullamento come individuo, parte strutturale dello sfruttamento capitalista della forza lavoro sta anche alla base della transizione stessa da immagine statica a dinamica, degli operai all’uscita delle officine Lumière, oggetto e soggetto dell’invenzione del cinematografo, nonché di quelli dei laboratori Edison. L’insistenza con cui Ferraro riprende macchine, macchinari, ingranaggi, nei tableau vivant con gli operai addetti alla loro accensione o al loro funzionamento, fa pensare alla macchina-cinema, alla meccanica del proiettore o della macchina da presa.

Ancora, come Gli indesiderati d’Europa, protagonista è il contesto paesaggistico, straordinario, nel passaggio dall’archeologia industriale degli ex-stabilimenti Renault, dai cantieri, dalle scritte sulle rive della Senna, all’urbanistica residenziale, al recupero per mano di grandi architetti. E ancora questa transizione è rappresentata da quadri fissi, dei cartelloni con le pubblicità immobiliari più volte ripresi, che magnificano le bellezze architettoniche prossime venture. In quadri interni di inquadrature ferme, atemporali, che così contengono il presente come il futuro.

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Il sito de I Mille Occhi 2018.

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