The Translator

The Translator

di ,

Presentato al Toronto International Film Festival e al Tallinn Black Nights Film Festival, The Translator è un racconto della guerra civile siriana dal punto di vista degli esuli, la coppia di registi Rana Kazkaz e Anas Khalaf, che si identificano nel protagonista, l’interprete arabo-inglese Sami, che segue le tormentate vicende del suo paese dall’esilio australiano e decide di farvi ritorno.

La maggioranza siriana

Nel 2000 Sami era l’interprete arabo-inglese al seguito della squadra siriana alle Olimpiadi di Sidney. Per un errore di traduzione, durante un’intervista a un atleta, fu costretto a rifugiarsi in Australia e a vivere in esilio. Nel 2011, quando inizia la rivoluzione siriana e suo fratello viene arrestato, Sami rischia tutto per tornare in Siria a cercarlo. [sinossi]

C’è un filo conduttore che lega la vita di Sami con i momenti critici della storia siriana recente, dai moti del 1980 contro il regime oppressivo di Hafiz al-Asad – quando da bambino assistette all’arresto del padre, mai più tornato a casa, in un sanguinoso raid –, al passaggio, plebiscitario e con forzature costituzionali, del potere ereditario a Bashar al-Assad – quando il protagonista era a Sidney al seguito della squadra olimpica –, fino allo scoppio della guerra civile, nel 2011 – quando decide di tornare in patria alla ricerca del fratello. Tutto questo con il leitmotiv del motto «Vogliamo libertà e dignità», che ricorre nel veloce montaggio del prologo del film. The Translator, presentato al TIFF Industry Selects a Toronto e al Tallinn Black Nights Film Festival, è una coproduzione Siria / Francia / Svizzera / Belgio / Qatar, primo lungometraggio per la coppia Rana Kazkaz e Anas Khalaf, siriani con cittadinanza francese e statunitense. I registi, che si sono fatti conoscere con il corto Mare Nostrum, raccontano le vicende del loro martoriato paese dal loro punto di vista apolide, di chi vede dall’esterno anche con i relativi sensi di colpa, costruendo il personaggio di Sami. Già dalla sua professione di interprete, che dà anche il titolo al film, il protagonista ha una dimensione, anche privilegiata, cosmopolita; vive in esilio a Sidney ed è sposato con una donna australiana di origine aborigena, laddove sente il richiamo a tornare in patria a cercare il fratello così come i registi quello di fare un film. E una volta tornato, a Sami viene rinfacciato, dalla sorella, di essere scappato, non essere rimasto a portare avanti la lotta per il proprio paese.

Il punto di vista dei registi è, come si è detto, esterno, e lo è anche nell’approccio del linguaggio cinematografico, che è quello occidentale, del cinema popolare come veicolo di impegno civile, quello di Costa-Gavras per esempio o di opere come Un anno vissuto pericolosamente di Peter Weir. Rana Kazkaz e Anas Khalaf sanno usare, ma anche raffreddare perché non prendano il sopravvento, gli ingredienti spettatoriali, come quelli della suspense nella scena in cui Sami si salva dai carnefici che sparano dentro alla macchina, perché dorme rannicchiato nel sedile posteriore occultato da una coperta. La parte finale del film, in cui Sami viene portato prigioniero in un misterioso edificio, dove ritrova l’atleta e l’accompagnatore che seguiva come interprete alle Olimpiadi, scoprendo che ora lavorano per “loro” per i servizi segreti del regime, ha il senso paranoide della narrativa distopica, dove non ci si può fidare di nessuno. Il ritorno di quei due personaggi, protagonisti dell’evento chiave della vita di Sami, dà il senso dell’atmosfera narrativa asfittica, chiusa, dove riemergono gli stessi protagonisti.

The Translator funziona secondo un apparato retorico che vuole tracciare, manifestamente e in chiave didascalica, un filo conduttore sulle repressioni nel sangue di folle di manifestanti, riconducendo il regime siriano in una delle tante tirannie della Storia. I ritratti di Assad tra le cianfrusaglie ricordano quei momenti iconici della rivoluzione iraniana in cui venivano distrutte le effigi dello scià. La retorica è per esempio anche di scene forti, come quella iniziale in cui Sami bambino vede un suo coetaneo cadere a terra colpito da una pallottola dei militari che reprimono la manifestazione. Un’infanzia bruciata da quell’evento traumatico che torna nella scena in cui i bambini stanno guardando programmi per ragazzi interrotti da un’edizione speciale del telegiornale di regime. In quest’ottica i registi scelgono di trattare della rivoluzione nella sua fase iniziale, quando la situazione sembrava più nitida ed era facile discernere tra le ragioni del popolo e la dittatura, quando c’era ancora la speranza genuina di questa nuova primavera araba. Significativo nel discorso del film l’episodio che funge da peccato originale, un refuso nella traduzione che Sami fa durante l’intervista dell’atleta. Gli viene richiesto di commentare i cambiamenti costituzionali approvati sbrigativamente dal parlamento siriano per consentire la successione ereditaria tra Assad padre e figlio, lui risponde che i siriani sono tristi per la morte del vecchio presidente e Sani, dopo aver esitato a tradurre la domanda, sostituisce, nella traduzione della risposta, “i siriani” con “qualche siriano”. Da un lato un lapsus freudiano del protagonista, dall’altro la schizofrenia di un regime che non può accettare, come tutti i regimi dispotici, che venga messa in discussione la narrazione della sua dimensione plebiscitaria. Quello che in Italia è passato nel gergo come “maggioranza bulgara”.

Rana Kazkaz e Anas Khalaf lavorano con un cast di attori siriani impegnati in prima persona nella causa della liberà del proprio paese, nonché con attori non professionisti presi tra i rifugiati siriani, come anche mostrato nel corto Searching for the Translator, espressione del loro interesse per la diaspora siriana che hanno raccontato nell’altro corto Mare Nostrum, la storia metaforica di un padre siriano che getta la figlioletta in mare, che poi verrà ritrovata tra i profughi salvati dal naufragio. Una storia di separazione violenta che riflette la tensione della guerra civile.

Info
The Translator sul sito del Tallinn Black Nights Film Festival.

  • the-translator-2020-01.jpg

Articoli correlati

Array
  • Venezia 2018

    Still Recording RecensioneStill Recording

    di , Guerra e cinema, mirino e obiettivo, to shoot. Diretto da Saeed Al Batal e da Ghiath Ayoub, Still Recording è allo stesso tempo un saggio di teoria del cinema e una scioccante inchiesta sul conflitto siriano. In concorso alla Settimana Internazionale della Critica, tra i titoli più importanti di Venezia 75.
  • Roma 2017

    Insyriated RecensioneInsyriated

    di Impeccabile quanto programmatico, Insyriated scuote la nostra coscienza civile, ma lascia un po’ troppo trasparire l'essere il frutto delle accorte macchinazioni del suo autore. Alla Festa del Cinema di Roma.
  • Documentari

    Silvered Water, Syria Self-Portrait RecensioneSilvered Water, Syria Self-Portrait

    di , Ossama Mohammed e Wiam Simav Bedirxan firmano una delle più sconvolgenti immersioni nell'inferno della guerra, mostrata, suggerita, subita, riflessa e analizzata. Un'opera di potenza annichilente, a Torino 2014.