Nulle trace

Nulle trace

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Presentato come apertura allo Slamdance Film Festival, Nulle trace è la nuova opera del filmmaker canadese Simon Lavoie. Un film ‘metafisico’ ambientato in un paesaggio naturale indefinito, tra Stalker ed Essential Killing. Un film che va oltre la storia, in un futuro forse postnucleare, dove è in atto una tragedia bellica, archetipica dell’umanità, e dove ritroviamo i temi del regista, l’isolamento e la religione.

Oltre i binari

In un futuro prossimo, N è una donna di età indefinita che si muove lungo i binari con la sua draisina ferroviaria sulle rive di un grande fiume, dedita a traffici clandestini. Trasporta una giovane donna con il suo bambino, nascosti, oltre il confine, superando un posto di blocco, dove li aspetta il marito. Successivamente N si vede rubata la sua draisina da degli sconosciuti. Errando nel bosco si rifugia in un capanno e ritrova la donna che aveva trasportato, incosciente. La cura, e le due donne si avvicineranno nella comune lotta per la sopravvivenza. [sinossi]

Il cinema del regista canadese francofono Simon Lavoie si è finora configurato come un ritratto del Quebec rurale in varie fasi storiche, con un occhio al primo Malick, attingendo spesso alla letteratura. Un ritratto impietoso di un regione vasta, con i suoi grandi spazi naturali, un territorio sparso di nuclei famigliari isolati in case nella prateria, dove albergano mostruosità, sotto l’opprimente cappa della religione cattolica, tra omicidi, armi e violenza sotterranea. Insieme al collega Mathieu Denis poi ha firmato Laurentie, un ritratto di solitudine e alienazione urbane, e il film sulle manifestazioni studentesche nel Quebec del 2012, Ceux qui font les révolutions à moitié n’ont fait que se creuser un tombeau. Lavoie torna ai suoi temi e ossessioni con Nulle trace, presentato in apertura allo Slamdance Film Festival, la manifestazione di Park City parallela al Sundance. Con quest’ultima opera, il regista va oltre l’ambientazione storica definita dei suoi film precedenti, approdando in un territorio immaginario e indeterminato, per enucleare e mettere in scena ancora situazioni di solitudine estrema, di sopravvivenza, toccando ancora il tema della religione. L’impianto del film porta all’incontro di due esseri, due donne che si trovano unite, lottando per la sopravvivenza, portatrici di visioni diverse del mondo. Una delle due è religiosa, prega spesso Allah, ma non è importante quale sia la sua fede, in quale Dio creda. L’altra, che si chiama N, è una ‘insipiens’, un personaggio meschino quanto pragmatico, che vive con i suoi loschi traffici, sfruttando le persone bisognose in quel contesto estremo di desolazione e guerra. Una donna consumata che riscoprirà la sua umanità nell’accudimento della ragazza. Nel momento cruciale del film, la prima chiede alla seconda: «Non sei credente?», che risponde: «Non ho ancora quella disperazione». Un incontro di due concezioni ritagliato in un contesto estremo. E la scintilla d’umanità parte proprio dalla presa di coscienza delle due donne che in quel capanno sperduto si presentano per la prima volta mentre, durante il trasporto c’era solo un rapporto mercenario tra di loro. L’atteggiamento pietoso di N passa anche per nascondere alla ragazza il fatto di aver visto i cadaveri del marito e del figlio. Nelle condizioni estreme di lotta per la sopravvivenza, in cui il film si avvicina a Essential Killing di Jerzy Skolimowski, Simon Lavoie mette in scena un dialogo sopra i massimi sistemi, un pensiero monoteista e un razionalismo pragmatico.

Il film è ambientato in una foresta glaciale, algida, attraversata dai binari, come la Zona di Stalker, su cui si muove N con quella draisina che è la sua casa, l’estroflessione del suo corpo, ma anche il suo potere. Quando le viene rubata, ha perso tutto e si trova a errare in quel bosco interno, un paesaggio autunnale, spoglio. La deriva della donna è totale, fisica quanto metaforica, deragliando da quel percorso fissato rappresentato dai binari con l’unica possibilità di deviare azionando i cambi. E anche il paesaggio interno del bosco in cui finisce appare diverso, un territorio oscuro, misterioso, e pieno di insidie mentre l’ambiente che costeggia la ferrovia rappresenta la civiltà o il suo ultimo baluardo pur in uno stato militarizzato e controllato. Il contesto è un futuro indefinito che ricorda un’ucronia o una distopia o un futuro postatomico. Abbiamo pochi elementi per capire che è in corso un conflitto, di stampo balcanico, dove evidentemente l’appartenenza religiosa o etnica svolge qualche ruolo. Un conflitto brutale dove sembra essersi perso ogni briciolo d’umanità. Il bambino piccolo ucciso, carbonizzato, e l’uomo trovato cadavere con segni di sevizie, con i genitali asportati. Una retrocessione a uno stato di barbarie dove Simon Lavoie porta alle estreme conseguenze quella nequizia latente o occultata con cui ha voluto tratteggiare quel territorio nelle sue opere precedenti. La lingua francese parlata nel film, con l’accento tipico canadese di N, suggerisce ancora che siamo nel Quebec, così come quel paesaggio gelido (il film è stato girato sulle rive del fume San Lorenzo). E la pistola che N si porta dietro, che usa prontamente per sparare a ladri della sua draisina, torna in quel contesto armato raccontato dal regista, dove è facile l’omicidio.

Stilisticamente Simon Lavoie rende quella sensazione di un territorio sterminato in cui si stemperano le tragedie umane attraverso un’alternanza di aspect ratio diversi, come già sperimentato in Ceux qui font les révolutions à moitié n’ont fait que se creuser un tombeau, nel contesto del cinema canadese francofono cui risalgono i primi esempi in tal senso, nel lavoro di Xavier Dolan. Si alternano immagini anamorfiche e di formato 1,33 : 1 senza una regola apparente, contemplando sia l’ambiente che la dimensione umana, in un film di esterni dove gli interni sono rappresentati da pochi spazi claustrofobici, la scatola dove vene nascosta la ragazza con bambino e il capanno. Abbondano le carrellate, sia in avanti che a precedere, dei binari dando un senso di angoscia di percorsi obbligati, incanalati. Il volto di N oscilla in modo sempre più vertiginoso una volta che ha lasciato la ragazza. E nel finale si arriverà anche a sovvertire, nel formato anamorfico, il senso orizzontale con quello verticale, nella degenerazione ultima della follia. Lavoie prosegue anche nella ricerca cromatica con il bianco e nero, già sperimentato nel precedente La petite fille qui aimait trop les allumettes. Qui usa delle tecnologie innovative di ripresa che catturano l’infrarosso, creando un’illuminazione metafisica, una dimensione cristallizzata, come un mondo in negativo, un senso escatologico, lavorando nel senso dell’indefinitezza di quel mondo.

Info
Nulle trace, un trailer.

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