Intervista a Jerzy Skolimowski

Intervista a Jerzy Skolimowski

Jerzy Skolimowski, arrivato a 23 film e a 77 anni, ha sorpreso ancora una volta alla Mostra del Cinema di Venezia con il suo 11 Minutes, straordinaria riflessione sul contemporaneo. Il film gira ancora per i festival, da Trieste a Rotterdam, proprio in questi giorni. Abbiamo chiacchierato con il regista polacco a Venezia.

Come hai concepito e organizzato 11 minutes, un film che richiede una minuziosa ricostruzione delle tempistiche dei personaggi?

Jerzy Skolimowski: È stato uno scherzo matematico, direi, o potrei dire che c’è stato una certa precisione nel coordinare gli episodi. Una volta che ho deciso che avrei raccontato una storia che si svolgeva in un arco di tempo molto limitato, 11 minuti, sapevo che alcune di queste storie si potevano interconnettere facendo così capire al pubblico che succedono simultaneamente. Dovevo contare quasi ogni passo: quando il marito va dal suo appartamento all’hotel ho misurato il tempo reale necessario per coprire questa distanza a piedi. Come ho detto, è stato più o meno uno scherzo matematico. Le difficoltà di questo film si sono concentrate alla fase di scrittura della sceneggiatura. Dopo di quello, tutto è stato una gioia, è stato divertente.

Credo che se si mostrano i tuoi film a un pubblico senza dire niente e si chiedesse poi agli spettatori di dire che età ha il regista, la risposta sarebbe: sui 25 anni. Come mai le tue immagini sono così fresche?

Jerzy Skolimowski: Non so, magari sono giovane nella mia mente. L’età di un regista conta veramente?

La tua filmografia sembra una reinvenzione continua. Nel tuo film predente, Essential Killing, c’era un solo personaggio che parlava poco, in 11 Minutes ce ne sono tanti e succedono molte cose. Volevi provare a fare l’opposto del film precedente?

Jerzy Skolimowski: No, volevo solo fare un film diverso. Sono un po’ stufo dello storytelling convenzionale, di andare dalla A alla Z, sviluppare un personaggio, mostrare i cambiamenti, scrivere una trama. È un po’ noioso, volevo provare qualcosa di diverso.

All’inizio del film abbiamo un po’ di background dei personaggi, che spesso è negativo, alcuni sono stati in prigione per esempio, ma non ci viene spiegato perché.

Jerzy Skolimowski: Nel film do alcuni segnali che qualcosa di terribile sta per accadere, ovviamente, ma credo di essere riuscito a guidare il pubblico a muoversi istintivamente. Non dovevano sapere quello che sarebbe successo esattamente, ma in un certo senso avere la sensazione quasi di un thriller.

Alla fine tutto precipita con quello strano oggetto che si vede in cielo. È lo stesso pixel dello schermo?

Jerzy Skolimowski: Non volevo mostrare l’oggetto, qualsiasi cosa fosse. È comunque un simbolo, quindi non ho la spiegazione di cosa sia. Se cercassi di metter qualcosa lassù, farei perdere il mistero. Bisogna considerare questo film come una poesia, con metafore, che non devi spiegare, sta al pubblico interpretare. Non ho un’idea. Questa voce che dice “non si può riparare tutto” è Dio o la coscienza? Non importa, non devo dargli un nome.

Sembra alludere a qualcosa che tutti dobbiamo affrontare, come la morte.

Jerzy Skolimowski: Forse sì. Ma non è un argomento che mi importa molto. Non mi importa se esisto in questo mondo per un altro anno o per altri dieci anni, non mi ossessiona e non è un soggetto che mi interessa. Non mi aspetto che ci sia molto dall’altra parte. Non sono una persona religiosa, anche se di tanto in tanto entro in chiesa, ma solo per ragioni puramente spirituali. Comunque non mi metto in contatto con Dio o una figura del genere, lo faccio per mettermi in contatto con me stesso. E in quel posto particolare riesco a concentrarmi. Spero che ci sia qualche elemento spirituale nella nostra esperienza comune, ma non mi serve dargli un nome. Speriamo che ci sia una ragione per tutto questo.

Puoi dirci come hai trovato i personaggi per queste storie?

Jerzy Skolimowski: Tutto è iniziato con la visione del finale. Avevo questa immagine di quello che sarebbe successo e poi ho scritto lo script andando indietro. Mi dovevo chiedere chi fossero le persone che saranno presenti nel finale e come avrebbero fatto a essere tutte presenti nello stesso posto nello stesso momento, magari arrivando da diverse parti della città. Una delle prime idee è stata che forse qualcuno sarebbe passato in bicicletta, e mi sono chiesto chi sarebbe stato: uno studente, un prete ecc. e ho pensato che quello più adatto alla situazione sarebbe stato il corriere. Il corriere era un personaggio che poi mi dava la possibilità di vedere chi era stato il suo cliente precedente, quindi 11 minuti del corriere sarebbero stati pieni di diverse scene, il che andava bene, ecc. ecc. Anche la clientela del venditore di hot dog sarebbe stata varia.

E a proposito del personaggio che probabilmente esce dalla prigione, come mai non è stato ulteriormente esplorato?

Jerzy Skolimowski: È un segno del suo passato. Credo che sia abbastanza chiaro che fosse un insegnante di scuola che molestava le ragazze e per questo era finito in prigione ma ora è libero da un mese. La ragazza bionda lo vede, riconosce il suo vecchio professore e gli sputa in faccia. Sei fuori dalla prigione, professore? Pù!

E per quanto riguarda l’idea del gruppo di suore che mangia l’hot dog? Come ti è venuta?

Jerzy Skolimowski: Dovevo di nuovo rispondere alla domanda: “Chi è la clientela?”, “Quanto può essere significativa?”. Mi è venuto in mente un gruppo di suore. Poteva essere divertente.

Hai detto di essere partito dalla fine per scrivere la sceneggiatura, è una cosa molto importante. Billy Wilder diceva che se non conosci la fine della tua sceneggiatura non devi nemmeno iniziare a scriverla. Sei d’accordo e lavori sempre così?

Jerzy Skolimowski: Non sempre. Se ricordi Quattro notti con Anna, mi mancava la fine di quel film. Il penultimo giorno delle riprese non avevo ancora scritto la fine. Allora ho deciso di sbarazzarmi della caserma, lui si mette di fronte al muro vuoto e che cosa è: era tutto nella sua immaginazione o cosa? A volte questa idea di Wilder può funzionare, a volte no.

Nel film ci sono molte immagini digitali…

Jerzy Skolimowski: No, solo nel prologo.

Anche alla fine, nei molti schermi. Sembra quasi una presa di distanza, dalla fragilità di queste immagini. Volevo chiederti cosa pensi della fotografia/immagine digitale, qual è la tua posizione?

Jerzy Skolimowski: Intendi la tecnologia digitale per girare i film? Non fa molta differenza. La gente sovrastima l’importanza di questo aspetto. È un po’ più facile, usi meno luci, è più veloce, puoi vedere immediatamente l’immagine sullo schermo, e quelle sono le differenze principali, ma, per esempio, Essential Killing l’ho girato in 35mm e il lavoro sul set è stato esattamente lo stesso. Il lavoro con gli attori è l’elemento più importante nella creazione di una scena. Come è girato, in questo modo o quell’altro, non importa veramente.

Come decidi in quale dei due modi girare, in pellicola o digitale?

Jerzy Skolimowski: Credo che il fattore decisivo sia economico, costa un pochino meno girare in digitale. Dato che dovevo affrontare la necessità di girare molto, perché c’erano otto storie diverse e dovevo usare spesso due camere, se fosse stato su pellicola il costo solo dello stock della pellicola sarebbe stato eccessivo. In Essential Killing avevo un solo attore quindi non dovevo ripetere spesso le scene, non avevo quasi mai bisogno di usare due macchine da presa, quindi lo stock è costato poco.

Mi puoi dire come hai lavorato alla musica e alla colonna sonora e che funzione riveste?

Jerzy Skolimowski: Mi piace molto lavorare alla colonna sonora. L’ho trattata come se fosse di importanza quasi pari all’elemento visivo. Me ne occupo meticolosamente, raccolgo suoni che sento e chiedo che l’ingegnere del suono crei delle sue idee e poi faccio una selezione. Questo secondo me dovrebbe succedere per tutti i film, ma mi sembra che molti colleghi non se ne interessino.

Nello specifico di questo film, qual era la tua idea per il suono, cosa cercavi di ottenere?

Jerzy Skolimowski: I segnali che qualcosa di terribile sta per succedere. Suoni duri della piattaforma contro i muri dell’hotel. Nella prima scena senti “Cosa sta succedendo? È un rumore disturbante” e poi hai la spiegazione. Non sapevo che qui a Venezia avevano un sistema audio così buono e ho fatto alzare un po’ troppo il volume.

Un film come questo deve essere concepito nel dettaglio. Non può esserci spazio per l’improvvisazione.

Jerzy Skolimowski: Un tempo ero noto per essere un improvvisatore, ma in questo film non era possibile perché richiedeva una certa precisione, dovendo sincronizzare diversi avvenimenti. Saper esattamente in che punto all’interno del limite degli 11 minuti si svolge una certa scena; quindi tutto era abbastanza interconnesso e non potevo fare molto di diverso da quello che c’era scritto. Come ho detto, è stato scritto con precisione matematica, perciò non c’è stata molta improvvisazione in questo film.

Nel tuo film precedente, Essential Killing, avevi come protagonisti attori internazionali. Preferisci lavorare con produzioni internazionali?

Jerzy Skolimowski: No, sono soddisfatto di quello che posso fare in Polonia, uso il mezzo della coproduzione per motivi meramente economici, cioè è più facile mettere insieme il budget necessario quando collabori con altri paesi. Si può avere accesso al fondo di Eurimage. Per me il modo più facile di lavorare è in Polonia, conosco le persone e i posti, non ho problemi con la lingua.

Perché hai scelto Vincent Gallo per Essential Killing?

Jerzy Skolimowski: Per caso. Avevo portato lo script al Festival di Cannes nel 2009. Volevo parlarne col mio amico Jeremy Thomas. Era la serata di apertura della sezione Quinzaine e Jeremy mi disse: “Ok leggo lo script, intanto magari vuoi andare a vedere il film di Coppola? Dissi: “Ok”. Vidi Tetro e mi piacque abbastanza. Notai alcune buone interpretazioni, tra cui quella di Gallo. Quando sono uscito dal cinema ho visto Vincent che camminava davanti a me, ci conoscevamo in seguito a varie occasioni sociali a Los Angeles. Mi sono detto: “Cammina un po’ come un animale, c’è un elemento animalesco nei suoi modi. Potrebbe andare bene e ha l’aspetto che potrebbe essere quello di un arabo”. Allora l’ho avvicinato e gli ho detto: “Ciao Vincent, come va? Ho visto il tuo film”, e lui: “Dove vai?”, “Torno all’hotel”. Così abbiamo fatto la strada insieme. “Ho portato lo script a Jeremy e la storia è così. È una parte molto difficile, perché bisogna camminare a piedi nudi nella neve.” “Oh, io amo andare a piedi nudi sulla neve!”. L’ho detto a Jeremy, gli ho detto che avevo incontrato Gallo e che lui ama camminare sulla neve a piedi nudi. Lui mi ha detto: “Perfetto! Facciamo il film con lui!”

È più difficile avere un solo attore sul set e usarlo per creare una certa atmosfera nel film, o avere un ensemble da dover seguire?

Jerzy Skolimowski: Dipende da chi è quell’unico attore. Se è Gallo, è molto difficile. Vincent Gallo è famoso per essere un attore difficile. Sono specializzato nel lavoro con gli attori difficili, Klaus Maria Brandauer, Nastassja Kinski… mi hanno fatto passare le pene dell’inferno.

Cosa succede con questi attori che ti fanno passare le pene dell’inferno?

Jerzy Skolimowski: Di solito non parlo più con loro.

Hai detto prima che hai qualche problema con le sceneggiature convenzionali, quindi quando guardi altri film… [Skolimowski interrompe, n.d.r.]

Jerzy Skolimowski: Raramente mi piacciono. Ma sono rimasto abbastanza stupito dalla selezione degli Oscar dell’anno scorso, c’erano alcuni film molto belli. Mi sono piaciuti Foxcatcher, Whiplash, Birdman. Tre film americani eccellenti in un anno, non succede spesso.

Ma hai scelto di apparire in The Avengers

Jerzy Skolimowski: Ancora, per motivi puramente economici. Sono i soldi più facili che posso fare. Non guardo quei film. Nemmeno The Avengers. Ho guardato solo i primi dieci minuti. Perché ero nel film solo in quella prima parte.

Info
La pagina Wikipedia dedicata a Jerzy Skolimowski.

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