Nails In My Brain

Nails In My Brain

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Dopo la prima assoluta di Parigi al Cinéma du Réel dello scorso anno, mediaticamente oscurata dal contemporaneo esordio europeo della pandemia con i primi lockdown, e con in mezzo la consacrazione internazionale giunta con la presentazione del pur affascinante ma decisamente meno convincente In between dying nell’ultimo concorso veneziano, Nails in My Brain segna il ritorno di Hilal Baydarov nel Concorso Documentari del Trieste Film Festival con un altro prezioso tassello del suo «cinema come linguaggio di una condizione esistenziale», realizzato nel passato e solo di recente ritirato fuori dal cassetto dopo essere rimasto inedito per oltre sei anni. Un racconto autobiografico introspettivo e poetico, sospeso fra il dolore pulsante e pessimista della confessione e il potere salvifico di un esorcismo, con cui l’autore azero affida alla polvere, alla neve, alle fiamme, alle note di Satie e a un tormentato monologo autoanalitico la chiusura della trilogia sui suoi luoghi d’infanzia.

Lent et douleureux

Un giovane vaga tra le rovine di quella che potrebbe essere o non essere la sua casa d’infanzia, dove ogni porta fatiscente si apre sul passato. Non importa quanto si è cercato di cambiare, il giovane ritorna sempre negli stessi posti, con le stesse domande, con le stesse facce, con gli stessi ricordi. Gli stessi chiodi nel suo cervello. [sinossi]
«Pure la matematica è, a suo modo, la poesia di idee logiche».
Albert Einstein

Un chiodo fisso dopo l’altro, fra ossessioni e ispirazioni. Erano la principale occasione di festa cittadina, le Gimnopedie che ogni estate animavano Sparta e la cittadinanza pronta ad accorrere in massa nel suo anfiteatro all’aperto. Probabilmente, dopo le Olimpiadi, l’evento pubblico in assoluto più imperdibile per quella civiltà ellenica di pochi secoli anteriore a Cristo. Una manciata di giorni in cui si annullavano le classi sociali, con gli Iloti temporaneamente liberi dai loro doveri di schiavi accalcati sugli spalti insieme ai padroni Spartiati e Perieci, per una cerimonia centrale nella vita dell’intera πόλις non tanto per la spettacolarità intrinseca nelle esibizioni rituali di uomini nudi, quanto per la profonda sacralità delle giornate, vere e proprie celebrazioni religiose fatte di squadre, di voci e di corpi che riflettevano nel presente e nel futuro quella che era stata la gloria passata di Sparta. Momenti formativi e fortemente identitari per ogni singolo appartenente alla comunità, tanto che per ben due volte la ‘guerriera’ Sparta fu disposta a rinunciare o quasi alla battaglia, accettando di perdere in pochi decenni prima l’egemonia su Argo e poi quella su Tebe, pur di non interrompere i canti e le danze dei giovani efebi e dei più maturi uomini sposati. Non fu questa, però, la scintilla di ossessione capace di far scattare l’ispirazione di Erik Satie, rivoluzionando per sempre la (sua) musica. Perché fu in realtà la penna di Flaubert, a sua volta illuminata dal fervente studio storico delle Guerre Puniche, il vero tarlo pronto a scavare nel compositore surrealista fino a portarlo a dedicare buona parte del 1888, con un occhio idealmente puntato verso i balli che facevano parte delle Gimnopedie spartane e l’orecchio teso agli intervalli armonici dell’ellenicissimo modo misolidio, alla composizione delle sue celeberrime Trois Gymnopédies. Il detonatore era stato leggere Salammbô, pubblicato da oltre 25 anni e chissà da quanto tempo rimasto a macerare nella mente del musicista. Un libro che non lo abbandonava, come un chiodo fisso a stimolare prima il pensiero, la creatività, il talento, l’ispirazione, e poi quei tre valzer impressionisti lenti, eterei e minimali, nebulosi ed astratti, malinconici e misteriosi, che a loro volta, per tutto il decennio successivo, sarebbero diventati per Satie un nuovo punto di partenza, il nuovo chiodo fisso da variare e rielaborare per ben sette volte nelle Gnossiennes e nella loro dedica, non certo per caso ancora una volta dal sapore ellenico classico, alla γνῶσις salvifica della conoscenza. Una crescente catena di ossessioni e riferimenti attraverso cui giungere all’arte (e ai reiterati capolavori) dei suoi brevi brani per pianoforte, che nel loro scorrere subliminale allo stesso modo si inoltrano progressivi nella mente e nelle viscere, sfiorano il subconscio e l’onirico, illudono di andare avanti nei loro giochi armonici anche quando sono silenti, ormai mescolati e in qualche modo parte dei suoni d’ambiente, delle voci, degli stessi respiri. Note nate da chiodi fissi per diventare ogni volta altri chiodi fissi, altri tarli, altre illusioni che sbordano sincopate dai tempi in ¾ del pentagramma. Proprio come quei Nails in My Brain che Hilal Baydarov, con un’espressione metaforica propria di altri idiomi, sente da sempre conficcarsi direttamente nel suo cervello. Chiodi che si formano e rimangono dopo i traumi, le esperienze, le delusioni, le epifanie. Chiodi che si nutrono del dolore e delle incertezze, dello sconforto e della depressione, delle paure e della realtà, dell’umiliazione e dell’emarginarsi. Chiodi di un monologo, pressoché ininterrotto, con cui lo stesso Baydarov enumera e affronta le proprie ossessioni in sette capitoli e un epilogo, legati insieme dall’altrettanto ossessionato e ossessivo ripetersi della Gnossienne no 1. Quelle sublimi note in fa minore, sospese e genialmente irregolari come un’ipnosi, che entrano in profondità e non abbandonano, senza le quali il film non avrebbe la stessa potenza, non avrebbe lo stesso linguaggio, e forse non avrebbe neppure lo stesso senso.

È un lavoro che ancora una volta arriva dal passato, Nails in My Brain, capitolo finale di quella trilogia sul nativo Katech che già due volte aveva riportato il regista azero a casa dalla madre con Mother and Son e When the Persimmons Grew, e in cui invece questa volta la famiglia appartiene solo alla malinconia dei ricordi e a pochissime sporadiche inquadrature, mentre al centro c’è Hilal Baydarov solo nella sua catatonia fra le macerie e l’incuria, (auto)isolato e (auto)emarginato, a nudo nelle sue personalissime memorie e nel suo contrastato amore per la vita. Un film tenuto per più di sei anni nel cassetto e solo di recente mostrato al pubblico, prima in presenza nell’ultima sfortunata edizione del parigino Cinéma du Réel dello scorso marzo, mediaticamente oscurata dall’inesorabile montare della prima ondata pandemica, e poi costretto all’online dalla seconda, sotto il giogo della quale si è svolto il 32mo Trieste Film Festival che lo ha presentato nel suo Concorso Documentari. Un destino per molti versi beffardo, quello riservato dalle circostanze alla prima italiana di Nails in My Brain, film sulla solitudine realizzato in solitudine come unico modo per poter esorcizzare la solitudine, e che dopo un così lungo decantare al posto della tanto agognata normalità dei rapporti umani trova i suoi spettatori altrettanto soli, isolati, tristi e inevitabilmente stanchi. Costretti a quella distanza umana emblematicamente espressa nel capitolo 5=5?, nel quale Baydarov, da studente due volte campione nazionale di matematica, racconta attraverso le nottate passate sulle equazioni e sulle variabili l’incompatibilità caratteriale fra chi accetta di buon grado i postulati e chi invece ha bisogno di dimostrare scientificamente anche l’ovvio. Eppure, ribaltando il punto di vista, è in qualche modo confortante per lo spettatore, specialmente in questo momento, ricevere direttamente nel salotto di casa una parabola di catarsi attraverso l’arte e il cinema. Per quanto, come ogni catarsi, non possa che giungere solo al termine di un percorso nel dolore e nella sua paradossale intrinseca bellezza, nelle ossessioni di una vita e nei tormenti più profondi dell’animo di un artista. Lentamente ogni inverno lascerà spazio al ritorno del sole, e prima o poi i chiodi non potranno che dolcemente sfilarsi, senza più nulla di inaffrontato da tenere appeso al muro. Né quei riferimenti culturali e artistici di libri e di film che ancora fanno capolino dai bauli, e che mai potranno sostituire la purezza emotiva di un bambino che gioca o dell’opposto corridoio di un ospedale in cui annusare la realtà della morte, né i dubbi di Hilal Baydarov su quella sua Fede caracollante fra la razionalità assoluta della matematica e il piacere masochista del vedersi umiliato e deriso dalle insegnanti e dai compagni di scuola. Né le sue ossessioni verso il suicidio, in cui la vera morte sta nella mancanza del coraggio per farla finita, né il suo personalissimo senso da attribuirsi all’arte come necessaria esibizione delle proprie debolezze, angosciata rielaborazione di ogni “chiodo” che ha segnato il suo percorso di crescita. Ogni ossessione viene presa di petto, apertamente, sinceramente, e data alle fiamme dopo averla inchiodata in bella vista sulla parete. Con tutti i dubbi e le riflessioni esistenziali che Baydarov confessa, in uno dei momenti psicologicamente più difficili della sua carriera e della sua vita, a se stesso, al cinema e allo spettatore, consapevole che la primaria e vitale fonte di ispirazione per ogni arte è sempre e comunque la realtà, il modello senza il quale non potrebbe esistere nessuna delle imitazioni, elaborazioni e a volte aperte menzogne della finzione. Del resto, proprio come è l’illusione di grandezza, il sentirsi intelligente e imbattibile, a configurarsi come perfetto trampolino dal quale rituffarsi nella depressione, è proprio la confessione delle proprie vergogne e dei propri lati oscuri il primo e necessario passo verso l’assoluzione, o per lo meno verso la più laica possibilità di provare a metabolizzare e realmente ripartire.

Erano ancora lontani i tempi di quella definitiva consacrazione come autore internazionale che Hilal Baydarov avrebbe ottenuto solo quest’estate con la partecipazione di In Between Dying all’ultimo concorso veneziano – curioso, piuttosto, che sia stato il suo lavoro meno ispirato, affascinante eppure pericolosamente sporto sul crinale fra ambizioni e pretenziosità, a dargli quella meritata considerazione e notorietà fra gli addetti ai lavori che non aveva ancora ottenuto con opere ben più riuscite, ma non è questa l’occasione per mettersi a divagare su un problema sistemico di mancata attenzione sulle cinematografie lontane dal mainstream, e anzi ben venga la legittimazione critica del «cinema come linguaggio di una condizione esistenziale» di Baydarov anche se in ritardo e con un film di meno nobile caratura. Ciò che conta, per una corretta contestualizzazione, è che durante i giorni della realizzazione di Nails in My Brain l’autore, al tempo venticinquenne, era da poco reduce dall’interruzione dell’esperienza di Sarajevo nella Factory di Bela Tarr, ricordata più per gli incontri con donne bellissime a cui non trovare il coraggio di rivolgere la parola che per l’acquisizione di effettivi spunti formativi al suo cinema da cinefilo autodidatta, e immerso in un sentore di fallimento nella colpevole cecità dei Festival che puntualmente rifiutavano le sue prime (e straordinarie) opere, non capendole o più probabilmente nemmeno guardandole. Per quanto Nails in My Brain sia in definitiva differente non solo dalla serie di Portraits dedicati dal regista ai suoi affetti, ma anche dagli altri due capitoli della trilogia di cui fa parte. Non solo, come accennato in precedenza, per la presenza in scena del solo Baydarov che sposta il punto di vista dalla quotidianità di una madre che ogni giorno attende il ritorno dei figli alle allegoriche macerie di una casa ormai in rovina, traslando conseguentemente la tenerezza del ritrovarsi in un gorgo malinconico di pene della mancanza e della solitudine, ma anche per il diverso punto di equilibrio fra la lirica delle immagini e la sostanza delle parole, qui probabilmente ancora più centrali, più mature, più profonde, più soppesate e più significative nell’autoanalisi e dichiarazione programmatica in 80 minuti di una vita e di un artista. A costo di sacrificare qualcosa in purezza e commozione, per un film parimenti poetico e forse ancor più apertamente filosofico dei suoi “fratelli” Mother and Son e When the Persimmons Grew, ma che non ha modo di essere altrettanto sentimentale e smaccatamente umano. A reiterarsi, fra gli animali in giardino e le fitte nevicate, non sono più i gesti quotidiani in attesa del prossimo abbraccio e l’amore filiale nell’inquadrarli, ma un girovagare solitario per i luoghi della memoria, magari alzando un piede in quella posizione punitiva a cui Baydarov si faceva volontariamente costringere ai tempi di scuola, fra porte, finestre, muri scrostati e vecchi elettrodomestici arrugginiti che sono stati la sua casa d’infanzia, e che invece adesso sono solo simbolo di degrado, pulviscolo e abbandono. Gli stessi della mente e della memoria, come detriti di una soffocante sofferenza.

Quasi come in una mostra fotografica in movimento, perfetto sfondo simbolico e poetico per il lungo monologo fuori campo che respira e si perde nelle note stranianti di Satie, il regista è un corpo, intero o parziale, che vaga come un fantasma fra i suoi fantasmi, fra i rami secchi per terra e le ragnatele degli angoli più alti della casa, fra i muri da prendere a testate e le pagine da trasformare in cenere, fra le stufe arrugginite e i buchi nei soffitti. Fra la sporcizia, le travi di legno, l’intonaco che si sgretola sotto al martello e lo scheletro di un letto. Immagini spezzate di dettagli che si impolverano nel cambiare delle stagioni, fra la terra secca della steppa e la coltre di neve che la ricopre mortifera. Come vecchi chiodi ancora piantati nel cervello che trattengono i pensieri più sofferti, i ricordi più atroci, i rimpianti e i fallimenti che più bruciano, proprio come può bruciare un libro che da sempre trattiene le parole. Ma i pensieri non hanno un ordine preciso, non lo possono avere. Sono un flusso di coscienza che continuamente passa da una parte all’altra e che poi all’improvviso ritorna al punto di partenza, come la voce fuori campo di Baydarov, o come quei pensieri contrastanti di Publio Virgilio Marone che nel corso del suo ultimo giorno di vita avrebbe voluto distruggere il manoscritto dell’incompiuta Eneide, immaginati da Hermann Broch nel suo romanzo La morte di Virgilio. Pagine, quelle di Broch, a cui tagliare via il numero in un ulteriore rimescolarsi della matassa di pensieri sempre più disordinati e indistinguibili, per appenderle a quel muro rappresentazione fisica dei chiodi cerebrali, e un fiammifero alla volta guardarle crepitare, accartocciarsi, incenerirsi. Fino a esaurirsi del tutto, finalmente elaborate e metabolizzate, liberando dai chiodi e dalle sofferenze. Quello che Adamo, il pensiero, dolorosamente scriveva, sarà Eva, l’arte, a cancellarlo e ripulirlo. Ogni profezia sarà ribaltata in una nuova incertezza, e ciò che più terrorizzava diventerà nuovo amico e alleato. Dopo, a Hilal Baydarov non rimarrà che spegnere la macchina da presa. Il cinema, magico e salvifico, con il suo potere segreto che incapsula lo spazio e il tempo, ha fatto ancora una volta il suo piccolo miracolo. Ed è ancora lì, fra dolore e bellezza, fra riflessioni e istanti di ispirazione, sempre pronto a compiere il prossimo. La prossima Gimnopedia che ripartirà dalla lontana Sparta, pronta coraggiosamente ad affrontare tutte le tappe e tutti i dolori che la porteranno a rifiorire, più bella che mai e finalmente serena, nella prossima Gnossienne.

Info
Nails in My Brain, il trailer.

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