La vergine di Shandigor
di Jean-Louis Roy
Parodia degli spy movies in voga negli anni Sessanta, realizzato in un fascinoso bianco e nero e vivacizzato da un evidente gusto barocco, La vergine di Shandigor di Jean-Louis Roy appartiene alla schiera delle satire d’epoca intorno al terrore atomico. Zuppa folle di generi e di volti tra il caratterista e il fumetto, all’insegna della contaminazione tra “basso” del materiale narrativo e “alto” delle scelte estetiche. E si ride, tanto.
La Guerra Fredda è un piatto che si serve ridicolo
L’isterico scienziato von Krantz ha messo a punto l’Annullatore, capace di contrastare la minaccia della bomba atomica. La sua formula è conservata in un filmino dove è riprodotta la figlia dello scienziato, Sylvaine, durante una sua vacanza a Shandigor, quando la ragazza è rimasta irretita dal fascino del tenebroso Manuel. Intorno all’Annullatore si scatena presto una caccia mondiale tra agenti segreti delle più diverse nazionalità, intenzionati ad accaparrarsi la formula segreta in una lotta senza esclusione di colpi… [sinossi]
Anni Sessanta. Tempo di spie, nella realtà e nel cinema. Tempo di intricate avventure sullo schermo, dove la logica narrativa abdica volentieri all’attrazione visiva e all’intrattenimento. Tempo, anche e soprattutto, di contrapposti blocchi mondiali, di superpotenze che si guardano in cagnesco. Tempo di minacce atomiche e di contestuali, spericolate innovazioni tecnologiche che possono mettere a rischio i destini dell’intero pianeta. Se da un lato proliferano sullo schermo figure di agenti segreti (da James Bond in giù) che si dibattono tra complotti internazionali intorno ad armi avveniristiche e potentissime, dall’altro il tema del nucleare si adatta bene a tali tendenze ma apre anche verso riflessioni di altro genere. Per La vergine di Shandigor – consueto titolo italiano bislacco, in cui lo sconosciuto (inconnu) dell’originale si trasforma in illibata – si è evocato più volte, e coerentemente, il modello di Il dottor Stranamore (Stanley Kubrick, 1964). Certo, la satira kubrickiana conserva toni più claustrofobici, mentre il gioiellino svizzero di Jean-Louis Roy, restaurato in 4K e riproposto al Trieste Science+Fiction Festival 2021, sposa i ritmi più autoreferenziali della pura avventura, fitta di intrighi e peripezie al chiuso e all’aria aperta. Tuttavia, l’angoscia atomica tiene insieme i due film e dà conto di un generalizzato mood internazionale, in cui le mire autoritarie, nel loro integralismo, mostrano facilmente il fianco ad eccessi da stigmatizzare tramite la parodia.
Assai poco noto autore elvetico che cresce professionalmente al fianco di Claude Goretta, Jean-Louis Roy passa al Festival di Cannes 1967, addirittura selezionato per il concorso, e poi anche a Locarno con questa elegante pazzia satirica, luogo di collisioni estetiche e preziosismi stilistici. A suo modo, La vergine di Shandigor si è ritagliato negli anni un suo statuto di culto, dal momento che il suo personaggio principale, il crudele scienziato paraplegico von Krantz, impersonato dal profilo appuntito di Daniel Emilfork, è stato palesemente citato e reinterpretato dallo stesso attore con il Krank di La città perduta (1995) di Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro. Se per sua natura la Svizzera si delinea per nazione plurilingue, pluri-cultura, apolide e cosmopolita, anche il film di Roy si pone al di sopra di generi e nazionalità definite – paradossalmente per un paese fondato su una pluralità di identità culturali, il film si vide rifiutato l’aiuto finanziario della Confederazione Elvetica poiché ritenuto «non abbastanza svizzero». La confezione è quella infatti dello spy-movie nomade, sia per location e ambientazione, sia per attori coinvolti, sia per la stretta sostanza narrativa. La vergine di Shandigor propone una classica caccia all’invenzione e relativa guerra tra spie che raccoglie gli interessi delle più disparate nazioni, tutte rappresentate da diversificati e oscuri, e diversamente feroci, agenti segreti. Stavolta però la caccia si scatena intorno a una potenziale arma di pace, l’Annullatore che può ridurre a zero la minaccia atomica. Roy gioca scopertamente con l’alto e il basso, mettendo al centro del racconto facce e tracce narrative da B-movie, ma rileggendole alla luce di uno squisito stile audiovisivo. Le inquadrature di taglio deformante, in un tripudio di barocchi contreplongés, prendono il sopravvento fin dal concitato esordio. Una sorta di barocco moderno in forma di cinema, in fondo, sembra la cifra stilistica dominante dell’intera pellicola, una tendenza all’eccesso che aderisce perfettamente alla scelta del fumettone spionistico in chiave parodico/satirica. I personaggi coinvolti sono mostri fisiognomici di matrice lombrosiana, ridotti a pochi tratti riconoscibilissimi – l’albino con gli occhiali scuri, il profilo inconfondibile di Daniel Emilfork per il von Krantz protagonista, i rasati, il kamikaze nel finale ecc. ecc. Lo spirito barocco coinvolge anche la sostanza narrativa del film, che si delinea per una fitta e intricata matassa di interessi incrociati in cui, a poco a poco, passano pure in secondo piano logiche cristalline e rocciosi equilibri narrativi. La sceneggiatura, in sostanza, mostra più di un problema, affidata a un numero talmente ampio di personaggi da tralasciarne inevitabilmente qualcuno per strada – Sylvaine, “vergine” del titolo italiano, passa metà del racconto confinata a Shandigor a tubare con il suo tenebroso corteggiatore Manuel.
La vergine di Shandigor è tuttavia dominato da un tale piacere di visione da far passare in secondo piano tutte le falle possibili. È anche un tripudio di invenzioni, e una miscellanea impazzita di variegate ispirazioni intorno allo spy, al meraviglioso e all’avventura – alla guerra tra spie si accompagna anche l’oscuro e ominoso mostro conservato in piscina. Altrettanto folle è la zuppa dei protagonisti, che riconferma una volta di più la contaminazione tra alto e basso e tra codici artistici in collisione. Dall’Howard Vernon di lunghissima carriera, che più volte lavorò con Jesús Franco, alla partecipazione di Serge Gainsbourg, che fornisce pure una canzone per il film, al volto da caratterista di Jacques Dufilho, al profilo minaccioso di Daniel Emilfork, alla fascinosa Marie-France Boyer e al conturbante Ben Carruthers, La vergine di Shandigor propone una rutilante galleria di volti che si prestano a un divertito e divertente sberleffo prevalentemente autoreferenziale. Gli è abbastanza aliena, infatti, un’evidente e dichiarata propensione alla riflessione politica. Fatta salva la polemica antiatomica in chiave di satira, assunta a mo’ di convenzione d’epoca, Jean-Louis Roy sembra infatti giocare più scopertamente con le regole dei generi e con gli stereotipi nazionali (meravigliosa l’idea della sala da bowling) che con un chiaro cinema d’impegno sia pure filtrato dalla risata. Pastiche e divertissement travestito da noir dai tratti post-espressionisti, il film si affida al basso del materiale narrativo – un plot buono per romanzi “ferroviari” o per rapidi fumetti di consumo – che si contamina con un’evidente tensione stilistica all’alto. Un po’ Stranamore, ancor di più Alan Ford, il film elargisce più di uno spunto francamente esilarante, mentre lo spirito barocco che anima l’intera operazione (pure, diciamolo a bassa bassissima voce, con qualche lontano riverbero wellesiano) mette sapientemente a frutto le location prescelte, in particolare le linee sinuose del Parco Güell e della Casa Milà progettate da Gaudì a Barcellona, mentre nuove Xanadu ospitano fumiganti laboratori di ricerca. Non è importante se in questo labirinto narrativo si rischia qua e là di perdere connessioni e relazioni tra i fatti e i personaggi. Quel che importa è toccare con mano un fresco spirito grottesco e dissacrante, che conosce i generi e sa come prenderli gustosamente in giro. In fondo, USA, URSS e tutta la schiera di stati satelliti che li affiancavano negli anni della Guerra Fredda si meritavano qualsiasi satira possibile. Irrigiditi nei loro atteggiamenti, giocando alla guerra e alle spie, decisamente lontani da qualsiasi vero e genuino interesse pubblico. Del resto, nel film di Roy anche la pace è espressione di un distorto atto di potenza. Von Krantz non desidera davvero la pace. Con quale arma si combatterà la Terza Guerra Mondiale? Con quella che vorrò io.
Info
La scheda di La vergine di Shandigor sul sito del Trieste Science+Fiction Festival.
- Genere: action, commedia, spy story
- Titolo originale: L'inconnu de Shandigor
- Paese/Anno: Svizzera | 1967
- Regia: Jean-Louis Roy
- Sceneggiatura: Gabriel Arout, Jean-Louis Roy, Pierre Koralnik
- Fotografia: Roger Bimpage
- Montaggio: Françoise Gentet
- Interpreti: Adrien Nicati, Ben Carruthers, Daniel Emilfork, Gabriel Arout, Georges Wod, Howard Vernon, Jacqueline Danno, Jacques Dufilho, Marc Fayolle, Marcel Imhoff, Marie-France Boyer, Pierre Chan, Serge Gainsbourg, Serge Nicoloff
- Colonna sonora: Alphonse Roy
- Produzione: Frajea Films
- Durata: 90'






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