What to Do with the Dead Kaiju?

What to Do with the Dead Kaiju?

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Satoshi Miki torna al Far East dopo una decina d’anni con What to Do with the Dead Kaiju?, sardonico omaggio/parodia dei kaijū eiga, i “film di mostri giganti” che tanta parte hanno avuto nella cultura nipponica degli ultimi settant’anni. L’idea è quella di prendere amabilmente in giro il potere governativo: peccato che le idee latitino, e l’ironia venga sovrastata da una postura epica che appare del tutto fuori luogo. Al Far East.

Smaltire il gas in eccesso

L’enorme kaijū che aveva attaccato la città di Tokyo è morto, colpito improvvisamente da un potente fascio di luce bluastra di cui nessuno conosce la provenienza. Morto il mastodontico rettile permane però un interrogativo: come smaltire l’imponente carcassa? Il consiglio dei ministri è turbolento, fino a quando non si ipotizza di poter sfruttare l’occasione per incrementare il traffico turistico della nazione. Ma chi si deve occupare della gestione del cadavere, l’Unità di Difesa o il corpo speciale JSF, creato appositamente due anni prima per combattere il “mostro”? [sinossi]

Fin da quando esordì nel 2005, quarantaquattrenne, con In the Pool, fu evidente come Satoshi Miki fosse un regista interessato a muoversi in direzione del grottesco, del surreale, di ciò che all’apparenza può essere derubricato a “quotidiano” per poi svelare progressivamente tutta la sua anormalità. Perfino la sua opera più matura, il dramma di viaggio Adrift in Tokyo, rientrava in queste coordinate, non disdegnando apparentamenti – per quel che concerne il panorama produttivo esterno al Giappone – al cinema di Aki Kaurismäki e Jim Jarmusch. Il Far East nel 2008 gli dedicò un piccolo ma significativo omaggio, proponendo al pubblico udinese i due titoli succitati più Deathfix, per poi tornare a ospitarlo sia l’anno successivo, con Instant Swamp, sia nel 2013 con It’s Me, It’s Me. A distanza di quasi un decennio il Teatro Nuovo accende nuovamente la luce del proiettore per un film di Miki, sulla carta se non il più ambizioso quantomeno il più costoso: What to Do with the Dead Kaiju? è infatti, il titolo non mente, un kaijū eiga a tutti gli effetti, per quanto il lucertolone che emerge dalle placche tettoniche per seminare il panico nel golfo di Tokyo in questo caso sia già cadavere. Così morto che sta iniziando ad andare in putrefazione. Un mostro gigante in decomposizione, parte da qui il nono lungometraggio di Miki, dimostrando una volta di più la brillantezza delle idee attorno alle quali poi il regista articola le sua bizzarre narrazioni. Il potenziale di questa sua nuova follia è realmente incendiario, perché schivando la retorica del combattimento contro la minaccia esterna – sul cui principio si basa qualsiasi articolazione del genere, non a caso venuto alla luce quando si iniziava a riflettere, dopo la ricostruzione, su ciò che aveva significato in profondità l’attacco nucleare subito per mano dell’esercito statunitense – si concentra su un problema d’altro tipo: come si smaltisce una materia sconosciuta e anche assai ingombrante come il corpo inanimato di un bestione simile?

Se da un punto di vista strettamente cinematografico il riferimento pare essere l’ottimo Shin Godzilla di Hideaki Anno e Shinji Higuchi, come se What to Do with the Dead Kaiju? ne rappresentasse una sorta di sequel/parodia – c’è anche un riferimento al congelamento del mostro –, nel suo rapportarsi con il mondo giapponese Miki non nasconde di guardare apertamente alla gestione non del tutto limpida del post-Fukushima, con tutto quel che ne consegue. Così come i governi giapponesi non hanno saputo dare una risposta concreta e credibile al concetto di smaltimento dell’eccedenza radioattiva e nucleare, al punto che si sta ancora ragionando sull’ipotetico sversamento in mare di una parte delle sostanze – di nuovo, anche nel film si suggerisce di spingere l’ingombrante cadavere in mare aperto ricorrendo alla distruzione di una diga con conseguente allagamento dell’intera area –, allo stesso modo il ridicolo consiglio dei ministri raccontato da Miki non sa davvero che pesci prendere, e l’unico elemento di coesione riguarda la possibilità di sfruttare economicamente il tutto creando una sorta di attrazione. Ma c’è un enorme bubbone piena di gas sulla schiena del lucertolone, la cui esplosione produrrebbe nuova devastazione. Fa sorridere, vista la tragica situazione che si sta vivendo in questi mesi, vedere un film che ragiona sulla necessità di poter sfruttare il gas per riutilizzarlo, o almeno incanalarlo in modo non pericoloso per la popolazione civile, ma ovviamente si tratta di una mera casualità.

Come sovente riscontrato anche in passato, purtroppo le idee iniziali di Satoshi Miki anche in questo caso finiscono per depotenziarsi quasi da subito, in uno scenario dove a dominare è un caos demenziale che il regista sembra gestire solo a tratti, quasi che a sua volta ne venisse travolto. Non solo, nel creare una sottotrama che vede una lotta interna tra l’Unità di Difesa, gestita dal governo, e la forza speciale che venne creata due anni prima appositamente per combattere il kaijū, Miki abbandona anche la deriva comica e si muove in direzione di una messa in scena in tutto e per tutto seriosa, che non solo cozza in maniera evidente contro l’impianto narrativo strutturato fino a quel momento, ma smentisce anche l’idea portante del film, che è appunto quella di ridere del canone del genere. L’epica della JSF e dei suoi arruolati appare del tutto fuori luogo e fuori contesto, sfianca anche lo spettatore più volenteroso e fa slittare completamente il film in direzioni standardizzate, e trattate altrove con assai maggior sagacia e consapevolezza (si veda di nuovo alla voce Anno/Higuchi). Il tutto, forse persino in modo inconsapevole – e sarebbe un’aggravante – si riduce a una messa alla berlina del potere governativo a favore della forze militari speciali, con tanto di luce divina che salva il Giappone dalla minaccia distruttiva. Neanche i nazionalisti più incalliti forse avrebbero osato tanto. Paradossi di un cinema che si vorrebbe paradossale ma finisce col perdere la misura.

Info
What to Do with the Dead Kaiju? sul sito del Far East.

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