Al amparo del cielo
di Diego Acosta
Al amparo del cielo è il primo lungometraggio del cileno Diego Acosta. Un’opera mesmerica, che si muove assaporando il silenzio e immergendosi nell’atmosfera naturale che vive l’astrazione di un bianco e nero splendente. Nel seguire il percorso di mulattieri alle prese con un gregge e con la Cordigliera delle Ande, il regista compie anche un viaggio nella potenza dell’immagine, e nel suo senso. Al Trento Film Festival.
Verso la cima
Un pecoraio, il suo gruppo e più di mille pecore attraversano fiumi e dirupi per raggiungere il cuore della Cordigliera delle Ande. Una volta in cima, in una piccola valle allagata, il gruppo si congeda e il pecoraio rimane solo. A poco a poco si perde tra le montagne, mentre i sogni appaiono come fantasmi. [sinossi]
“Non ho mai avuto un altro tetto diverso da quello dato dai vasti cieli: allevo montagne sul mio petto, e sul viso frutti o erbe”. Si apre con le parole di Pablo de Rokha (scritte in bianco su schermo nero), tra i grandi poeti nazionali cileni, Al amparo del cielo. E quelle del poeta resteranno tra le poche, pochissime parole di un film che è dominato al contrario dal silenzio, o per meglio dire dal rumore della natura, e della pellicola: sulle scritte già infatti si odono i rimbombi del tuono, prima che l’immagine domini lo schermo, con un primissimo piano in bianco e nero granuloso, con quella grana che è materia della pellicola, che è cinema non digitale ma concreto, effettivo, tangibile. Non si può rimanere indifferenti di fronte al film di Diego Acosta, che arriva in Italia al Trento Film Festival ospitato nella sezione “Terre Alte”, alte come la Cordigliera delle Ande su cui si arrampicano i mulattieri seguiti dal gregge, e su cui con loro si arrampica il regista, in un viaggio stagionale per l’uomo ma intentato prima per il Cinema, e dunque per l’immagine. Non è possibile rimanere indifferenti di fronte ad Al amparo del cielo perché costringe lo sguardo a tornare a pratiche desuete, quasi ancestrali. Durante la visione di questo strano oggetto che è documentario senza fermarsi al mero documento, ed è finzione senza che nessuno in realtà vi reciti in alcuna maniera, l’occhio torna a emozioni primigenie, come se cent’anni e passa di cinema non fossero mai esistiti. La purezza cristallina di ciò che prende corpo sullo schermo è smossa da pulsazioni estinte nella memoria, da brandelli del lirismo naturalista di Aleksandr Dovženko – ma senza il ricorso teorico al piano-sequenza – e dal formalismo poetico di Joris Ivens nel suo periodo avanguardista. Anche per questo il ricorso alla pellicola e non al digitale non appare mai pretestuoso, né frutto di un calcolo estetista, ma denso di significato, irrorato da un’idea di cinema concreta, lontana dal vezzo di molte produzioni che si muovono in direzione del cosiddetto arthouse.
Tre anni sono stati necessari a Diego Acosta per portare a termine Al amparo del cielo. Tre anni in cui durante l’estate il cineasta cileno ha vissuto in simbiosi con i mulattieri della provincia di Colchagua (nel Cile centrale), seguendoli per i paesaggi maestosi della Cordigliera, fino alla zona dei ghiacciai. Un percorso che Acosta fa compiere all’immagine, che registra la natura per poi mostrarne lo svolgersi del tempo – che può essere anche riavvolto al montaggio –, il susseguirsi delle stagioni, e il progressivo disperdersi dell’umano. Del nucleo umano che intraprende la transumanza, infatti, alla fine deve restare uno solo, microbico di fronte all’immensità di una natura di cui fa parte ma della quale sembra sempre l’elemento estraneo, perché dotato della meraviglia estatica. Quella meraviglia che è propria del cinema, in modo quasi artaudiano, e che fa parte della furia degli elementi: il vento, la pioggia, i lampi, i tuoni, il buio illuminato di colpo, l’acqua che cade nelle cascate, le rocce. Come se si fosse australopitechi o uomini delle caverne (platoniche?) ci si ritrova a tremare di fronte al tuono, a temere la vastità degli spazi, i picchi così elevati da non poter nemmeno immaginare di raggiungerli. La poesia di Acosta è dolcissima e brutale a un tempo: dolcissima perché ha in sé la materia accogliente della memoria, essenza pacificatrice dello sguardo umano, ma brutale perché nulla edulcora, e ha il coraggio di mostrare la natura per ciò che è, straordinaria ed eterna, quindi superiore alla caducità umana. “Chi potrà mai esprimere tutto ciò?”, chiedeva Ludwig van Beethoven riferendosi alla natura, e prima di metterla in musica nella Pastorale, e lo stesso interrogativo sembra esserselo posto anche Acosta, che non ha bisogno di alcuna linea di dialogo per mettere in scena il rituale della transumanza, quel momento dell’anno in cui l’uomo si perde scientemente nella natura più impervia per accompagnare l’amato bestiame.
L’abbacinante splendore di Al amparo del cielo è una promessa di eternità fatta dal regista all’uomo, un’eternità che vive nell’immagine e solo in quella. Un’eternità di pace al di là dell’umano, dove il cielo stellato è il simbolo di un riscatto che è superamento dell’angustia del vivere – i protagonisti sono pur sempre dei sottoproletari. In tal senso la mente scorre, tornando anche all’elegia di Pablo de Rokha da cui tutto è principiato, ad altri esempi del cinema cileno che si sono confrontati con un’area impervia, ponendo però sotto i riflettori l’aspetto più doloroso, quello della vessazione dell’uomo sull’uomo: la Cordigliera è luogo di espatriati, rifugiati, di guerriglieri che si nascondevano tra le rocce, di resistenti alla dittatura. Ora Acosta sembra quasi suggerire attraverso il ricorso al timor panico – e quindi basico – un superamento di quelle angosce sociali. Lo fa attraverso un’opera mesmerica, che si muove assaporando il silenzio e immergendosi nell’atmosfera naturale che vive l’astrazione di un bianco e nero splendente.
Info
Il trailer di Al amparo del cielo.
Al amparo del cielo sul sito del Trento Film Festival.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Al amparo del cielo
- Paese/Anno: Cile | 2021
- Regia: Diego Acosta
- Sceneggiatura: Diego Acosta
- Fotografia: Sebastián Sánchez Barrientos
- Montaggio: Diego Acosta
- Interpreti: Carolina Llantén, Jorge Torres, José Aurelio Ulloa, José Ulloa, Luis Alberto Briones, Omar Bahamondes, Pablo Escobar, Raul Arenas
- Colonna sonora: Sebastián Cifuentes
- Produzione: Nuevos Trópicos, Santiago Independiente
- Durata: 70'




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