Paolo Rossi – L’uomo. Il campione. La leggenda

Paolo Rossi – L’uomo. Il campione. La leggenda

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Gianluca Fellini e Michela Scolari con Paolo Rossi – L’uomo. Il campione. La leggenda firmano un tributo al grande centravanti italiano, eroe del Mundial spagnolo. Il documentario è abbastanza didascalico, ma è difficile non commuoversi di fronte ai primissimi piani di Pablito, venuto a mancare un anno e mezzo fa, e a quella cavalcata trionfale di quarant’anni fa.

In arte Pablito

L’11 luglio 1982, l’Italia sconfisse la Germania Ovest per 3-1 e vinse inaspettatamente la Coppa del Mondo, realizzando così il sogno del presidente Pertini di riunire il suo popolo, sottomesso da oltre 20 anni di terrorismo, sotto la bandiera tricolore. A guidare l’Italia alla vittoria è stato Paolo Rossi, meglio conosciuto come Pablito, descritto da Pelé e Maradona come il più grande campione nella storia del calcio… [sinossi]

“Grazie a tutti coloro che per affetto e stima nei miei confronti hanno voluto far parte di questo progetto”. A volte basta una scritta bianca su sfondo nei alla fine del rullo dei titoli di coda per commuoversi un po’. Quella scritta è infatti autografa di Paolo Rossi, che in questo Paolo Rossi – L’uomo. Il campione. La leggenda (certo, il titolo è vagamente tonitruante) si è messo in gioco fin da subito, per lasciare traccia di sé, del proprio racconto di vita, di quell’esperienza sportiva che in qualche misura è riuscita a ricucire, anche se in modo scomposto, i traumi di una nazione in lotta interiore perenne, squarciata dagli anni di piombo, dal terrorismo nero, dalle leggi speciali, dal brigatismo, dai tentativi di golpe fascisti, dalla P2. Paolo Rossi in arte Pablito, l’eroe del Mundial spagnolo, che in quell’estate del 1982 dapprima venne accusato di essere un brocco dalla stragrande maggioranza degli italiani, per poi assurgere al ruolo di eroe – se non addirittura semidio – a partire dal 5 luglio e dall’indimenticabile tripletta al Brasile. Un momento epico per lo sport italiano, perfino superiore a quello che accadde solo pochi giorni dopo a Madrid, quando di fronte a un esaltato Sandro Pertini la nazionale si laureò campione del mondo per la terza volta. Non è certo casuale che il film diretto a quattro mani da Gianluca Fellini e Michela Scolari sia uscito in sala proprio il 5 luglio, a quarant’anni esatti da quella vittoria inattesa contro la fortissima nazionale carioca. E non è certo casuale che proprio ai Mondiali, e in particolar modo a quella partita, sia dedicato uno spazio centrale all’interno del documentario; così come non è casuale che al termine del film si legga una dedica a Sandro Pertini, Enzo Bearzot, e Gaetano Scirea, tre figure tra loro diverse (un politico socialista, un commissario tecnico, e un libero) che però hanno incarnato i valori, com’è doveroso definirli, di una nazionale che seppe unire a un ottimo impianto di gioco, sublimato da forti individualità, una capacità innata di parlare al popolo, e di tirarlo dalla propria parte.

Volendo ragionare sul documentario in quanto tale non si può fare a meno di notare come la struttura appaia didascalica, semplice tanto nella sua tripartizione quanto nella scelta dei brani di archivio da utilizzare; non fosse per quei primissimi piani, per quegli occhi ancora in grado di emozionarsi, e – va detto – per la sua natura postuma, e dunque lacrimata a prescindere, non resterebbe grande traccia di Paolo Rossi – L’uomo. Il campione. La leggenda; anche le immagini che ricostruiscono idealmente la vicenda, con quei bambini che giocano a calcio, destano qualche perplessità e soprattutto incardinano il documentario in uno schema prevedibile, e soprattutto già visto. Un’opera forse adatta a Rai 5, o ad altri canali tematici, ma che ogni tanto mostra l’affanno sul grande schermo. Ma si torna a quegli occhi, e alla bellissima testimonianza di Rossi, centravanti atipico per l’epoca che aprì il “numero 9” anche a calciatori mingherlini, privi della stazza del centrattacco canonico, poveri magari in potenza ma eccellenti nella scelta del tempo, nel costruirsi lo spazio, nell’essere lesti ad approfittare delle situazioni. Lì, nel racconto di Rossi, c’è il senso di una visione che da narrazione intima e personale si fa ritratto collettivo, e perfino universale se si pensa alle interviste a grandi campioni stranieri (Boniek, Rummenigge, Zico, Junior, Falcão, Pelé) che celebrano il gioco di Rossi e di quell’Italia imbattibile. Poi, in un paio di momenti, appare perfino Diego Armando Maradona, el Pibe de Oro. Lì, in quell’incrocio a distanza tra due straordinari giocatori che hanno travalicato con il senso della loro esperienza il campo di calcio, il documentario spicca un balzo in avanti, e si libra in volo. Ed è difficile, forse impossibile, resistere alla commozione, verso un calcio perduto e un mondo dimenticato, dove la politica e il popolare erano ancora in una forma dialettica. Perché in fin dei conti “Paolo Rossi era un ragazzo come noi”, riprendendo un distico di Antonello Venditti in realtà spesso frainteso: il Rossi citato da Venditti è il diciannovenne iscritto alla Gioventù Socialista che nell’aprile 1966 venne ucciso sulla scalinata della facoltà di Lettere alla Sapienza, in un attacco fascista. Ma in quella confusione in parte cercata da Venditti e in cui è incappata parte non indifferente degli ascoltatori c’è anche la volontà di considerare Pablito un uomo del popolo. Questo documentario lo rivendica, e forse va bene anche solo così.

Info
Il trailer di Paolo Rossi – L’uomo. Il campione. La leggenda.

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