Diego Maradona

Diego Maradona

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Già autore dei film su Senna e su Amy Winehouse, Asif Kapadia racconta un’altra grande star della società dello spettacolo, razionalizzando l’amplissimo materiale di repertorio: Diego Maradona – fuori concorso a Cannes – è la biografia degli anni napoletani del Pibe de Oro, tra miserie e nobiltà. Efficace anche se a tratti si cade nella formula del bignamino.

Il piede di Dio

5 luglio 1984. Diego Maradona sbarca a Napoli per una cifra mai vista prima. Nel corso di sette anni, infiamma gli stadi. Il calciatore più mitico del pianeta ha trovato la sua casa nella città più appassionata d’Europa. Sul campo, Maradona è un genio. Fuori, è venerato come un dio. Ma poi la situazione comincia a degenerare: i napoletani diventano troppo appiccicosi, gli altri italiani cominciano a odiare Diego, e la camorra, da cui l’argentino si rifornisce di droga, lo tiene sotto scacco. [sinossi]

Come già in altri suoi documentari biografici, tra cui Senna (2010) e Amy (2015), Asif Kapadia replica il suo rodato modello di lavorazione e costruzione narrativa a partire (quasi) esclusivamente da materiali di repertorio con Diego Maradona, presentato fuori concorso al Festival di Cannes. Il metodo di Kapadia è sempre il solito: raccontare una star della società dello spettacolo – sia essa uno sportivo o una cantante, non fa differenza – per ricostruire una coerenza biografica e narrativa che sia anche fortemente empatica solo a partire da immagini d’archivio, riprese giornalistiche come pure filmini privati. E, anche stavolta, Kapadia non sbaglia, visto che effettivamente – pur senza svelare nulla di nuovo – la vita di Maradona, concentrata in particolare nei suoi leggendari sette anni napoletani (dalla presentazione del 5 luglio 1984 all’addio del 17 marzo del 1991 quando venne trovato positivo all’antidoping), emerge chiaramente con le sue glorie e i suoi vizi, con il suo genio e la sua ingenuità.

In questo, il lavoro di Kapadia è senz’altro prezioso, perché ogni volta ci fa capire una verità, che è semplice, incontrovertibile e anche teorica: la vita di Maradona nell’attuale società delle immagini post-debordiana è già data, come pure lo era quella di Senna e della Winehouse e di tanti altri, è già potenzialmente a disposizione di tutti, tutti sanno già tutto; il compito del regista (e del cinema) è quello di fare ordine nel materiale pubblico (tanto che le sbandierate immagini inedite aggiungono poco e si tratta sempre, d’altronde, di puro marketing), è quello di razionalizzare una vita e una biografia trovando legami interni e singoli rimandi, andando a pescare le svolte di un’esistenza che sono anch’esse visivamente già date ma che vanno enfatizzate per farne colpo di scena e racconto cinematografico.

Il film Diego Maradona è dunque per sua stessa ammissione e concezione già visto, ma allo stesso tempo è come se fosse visto per la prima volta, perché chiuso in un racconto organizzato secondo un preciso svolgimento. Basti pensare al celebre goal su punizione che Diego segnò alla Juve nei primi tempi del suo arrivo a Napoli: visto su youtube emoziona per la bellezza del gesto, ma visto all’interno del film di Kapadia addirittura commuove perché è preceduto sia dalla sequenza dedicata all’infanzia poverissima del nostro protagonista sia dalla disperata voglia di riscatto di Napoli e dei suoi abitanti, città in cui Maradona si trovò subito perfettamente a suo agio, sentendosi come a casa sua. E, allora, quella punizione arriva come un lampo, come un segno, come a dirci che finalmente il momento del riscatto per la gente del Sud – che sia napoletana o argentina non fa molta differenza – sta arrivando.

Con eguale senso arguto del racconto, Kapadia fa iniziare Diego Maradona nel momento in cui il Pibe de Oro arriva allo stadio San Paolo di Napoli, accolto da migliaia di tifosi festanti, ma nel mezzo ci fa vedere un pezzo della conferenza stampa di presentazione, dove un giornalista osa chiedere a Maradona se sappia che tutto a Napoli è gestito dalla camorra. La risposta del campione non arriva, perché interviene subito l’allora presidente della società Ferlaino che con violenza spaventosa e inaudita intima al giornalista di andarsene. Un momento inquietante che Kapadia sa poi cogliere con un rallenty sul volto di Diego che esprime preoccupazione per quel che potrebbe arrivargli. E che, infatti, poi arriverà, vista la sua passione per la bella vita, per le donne, per la droga, vizi che verranno ad un certo punto gestiti dai membri del clan Giuliano, contribuendo sempre più a far sentire Diego prigioniero, sia perché troppo amato sia perché sfruttato per altri fini.

Là dove perde di efficacia Kapadia è nel lunghissimo intermezzo dei Mondiali dell’86, che pure furono decisivi nella carriera e nell’esperienza esistenziale del numero 10, ma che nulla hanno a che vedere col suo rapporto col Napoli e con la città di Napoli, che evidentemente è la chiave di lettura scelta dal regista. Perché tra Napoli e Diego vi è stato un rapporto unico, dettato dall’identica voglia di rivincita, un rapporto viscerale, passionale e persino violento nelle sue esternazioni amorose. Mentre in quella fase dei Mondiali messicani e pure nell’eccessiva e a tratti esornativa insistenza sulle voice over dei vari protagonisti, Diego Maradona rischia di trasformarsi in un bignamino sulla vita del più grande eroe calcistico degli ultimi quarant’anni, annacquando dunque la valenza teorica dell’operazione e il suo istintivo impatto emotivo-narrativo. Ma è un difetto che si può anche parzialmente perdonare, anche perché, per parafrasare Battiato, ci basta un dribbling del Pibe de Oro perché ci si meravigli del creato.

Info
La scheda di Diego Maradona sul sito del Festival di Cannes.
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