Manifesto

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Angie Vinchito, pseudonimo di uno o più autori/trici, antologizza in Manifesto il materiale proveniente dagli account social di giovani russi, riorganizzandolo nella testimonianza di una Nazione e di una nuova generazione dove fantasmi di colpe che furono affiorano violentemente per castigare e condannare, in una manifestazione programmatica che, dopo IDFA, vince in Italia a FrontDoc 2023.

Delinquenti senza delitto

Un mosaico oscuro, ambiguo e inquietante, che si riappropria di video pubblicati da adolescenti russi sui social media, per mostrare come la violenza e loppressione vengano trasmesse di generazione in generazione. Innocenti rituali mattutini giustapposti a filmati di giovani in preda al panico, in fuga dalle sparatorie nelle scuole. Insegnanti violenti,abusi fisici, repressione politica e violenza psicologica. Il cellulare forma una sorta di scudo tra i giovani e questo mondo brutale, trasformandoli non solo in osservatori ma anche in accusatori. Per quanto gli eventi siano estremi, continuano a filmare. [sinossi]

«Sognatori ultrasiderali, romantici […] che improvvisamente hanno avuto onta della loro elevatezza e ‘supersideralità’ e hanno finito col riconoscere che le loro considerazioni intorno agli ideali sono vuote chiacchiere». Così scrive nella sua Filosofia della tragedia l’esistenzialista Lev Šestov a proposito dei personaggi di Fedor Dostevskij, coniando per loro la definizione di Delinquenti senza delitto. Šestov pensa a Raskol’Nikov e Ivan Karamazov e gli altri monomaniaci omicidi e parricidi della Russia zarista, astraendoli così dal ferino delitto compiuto, e salvandoli e castigandoli insieme per il tracollo ideologico e nevrotico che quello stesso delitto ha portato con sé. Fuori dalla filosofia tragica, condannati e puniti come delinquenti senza che delitto sia perpetuato, e neanche lontanamente ‘supersideralizzato’, sono i ragazzi della Russia dei nuovi anni Venti, le cui testimonianze sono raccolte da quel grande archivio online che sono i social (TikTok prima di tutti), da Manifesto di Angie Vinchito – pseudonimo assunto dagli autori -, già vincitore di IDFA e adesso trionfante all’ultimo FrontDoc. Nel materiale che la camera dei cellulari dei giovani e giovanissimi osserva e riporta, la contemporaneità sembra così aver programmaticamente svuotato e cooptato al suo significato più concreto, semplice e terribile, quella che era la tesi filosofica e romanzesca dei due autori: nella ‘giornata tipo’ del giovane russo che i registi mettono in fila affastellando il repertorio, non c’è colpa per le persecuzioni e le vessazioni subite da parte di insegnanti, militari, genitori e registrate di nascosto. Eppure, spettri di una Russia passata, aleggiano nei ritratti del leader del Cremlino appeso nelle aule; negli allarmi bomba che irrompono e interrompono le lezioni, nel ricordo delle purghe inneggiato da una maestra; e c’è ancora un po’ dei Delinquenti di Šestov, nella voce di un ragazzo che si alza contro i genitori, proveniente dal fuori campo del suo cellulare, divenuto dispositivo di giudizio e condanna, mentre li inquadra, dall’alto, chini nel loro salotto: «Ho aspettato abbastanza perché i miei genitori si inginocchiassero e chiedessero scusa per quello che hanno fatto. Avete distrutto la mia vita. Volontariamente. Ammettete quello che avete fatto? Siete pronti a chiedere scusa?».

Angie Vinchito, nell’intero complesso dell’operazione – dall’antologizzare questi materiali, al titolo scelto per loro e dalle nuvole scure che entrano in campo subito dopo di esso – manifesta(no) l’urgenza di non lasciare il footage dei ragazzi testimonianza sparuta del web; di ricordarli, questi ingiustificati delinquenti senza delitto. Il film chiede anche, nel cartello iniziale, di non essere un invito all’insurrezione. Tuttavia, pur specificata da subito la non intenzione di quella alle armi, resta la chiamata in causa, a una posizione che lo spettatore è invitato con forza ad assumere, di fronte all’operazione di narrativizzazione di un materiale per sua stessa natura eterogeneo. La delinquenza senza delitto si fa lo storytelling sotto il quale ordinarlo (da un punto di vista tematico come drammatico: le testimonianze dei tentativi di rivolta falliti sono il nodo al centro del film) e viene da domandarsi come i registi lo abbiano rispettato e garantito e sicurezza e tutela dei ragazzi, assicurate invece loro dall’uso dello pseudonimo.
Qualcosa resta di quella filosofia tragica, oltre le insurrezioni castrate, interrotte e castigate. Dopo le forzate e violente ammissioni di colpa, la testimonianza più lunga recuperata da Vinchito e posizionata al termine della ‘raccolta’, è il teatro di un barricamento nel delitto non compiuto: rinchiusisi volontariamente in un assedio, due ragazzi armati sparano fuori dalla finestra, aspettano l’arrivo delle forze speciali, certi che al loro ingresso nella roccaforte, la punizione sarà quella definitiva. La ripresa registra i loro scherzi, gli accenni alla famiglie e a quello che «attende dopo», alla possibilità di scegliere per quale arma e mano cadere. Oltre il cellulare, negli stirati minuti che precedono il ritorno delle nubi e il buio finale, i due Delinquenti sembrano lievitare assieme al tempo della loro attesa, viaggiare su sogni ultrasiderali e romantici, arroccati in un’onta che la terribile contemporanea realtà non riesce a lasciare, nella camera abbassata ma rimasta accesa, impunita.

Info
Manifesto sul sito di IDFA Archive.

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