Otar Ioseliani omaggiato al Bergamo Film Meeting
La scomparsa, poco meno di un mese fa, del regista georgiano Otar Ioseliani ha lasciato un vuoto incolmabile nel mondo cinefilo; la quarantaduesima edizione del Bergamo Film Meeting, in programma nella città orobica dal 9 al 17 marzo, gli dedica una personale integrale. Tra le retrospettive spazio anche a un omaggio a Sacha Guitry.
Soffia aria dell’est Europa sulle retrospettive annunciate dal Bergamo Film Meeting, la cui quarantaduesima edizione sarà in programma nella città orobita tra il 9 e il 17 marzo; dopotutto anche Sacha Guitry, eclettico drammaturgo che donò al cinema la sua irriverenza e la sua versatilità autoriale, era nato in Russia, per l’esattezza a San Pietroburgo dove suo padre recitava come membro della compagnia stabile del teatro Michajlovskij, nella centralissima Ploščad Iscusstv. Se l’omaggio a Guitry permetterà al pubblico di appassionati e addetti ai lavori di (ri)scoprire il talento cristallino per la scrittura e la messa in scena di un autore in grado di firmare opere di straordinaria bellezza quali Il romanzo di un baro (Le Roman d’un tricheur, 1936), Le perle della corona (Les Perles de la couronne, 1937), Erano nove celibi (Ils étaient neuf célibataires, 1939), e Ho ucciso mia moglie (La Poison, 1951), è senza dubbio il secondo omaggio retrospettivo quello su cui si concentrano la maggior parte delle attenzioni critiche. Il motivo è fin troppo ovvio, e ha a che vedere con il tempo, l’elemento determinante del cinema, in grado nella sua immaterialità di negarlo, riscriverlo, ritmarlo in forme diverse dalla prassi.
È il tempo, o meglio ancora la tempistica, a far sì che non si possa non provare un senso di vuoto, un magone, e al contempo una forma di riconoscenza (verso il festival) nell’apprendere che il Bergamo Film Meeting programmerà l’omaggio completo alla filmografia di Otar Ioseliani – o Iosseliani se si vuole assecondare la grafia francese, terra che ospitò il grande regista dopo l’addio alla Georgia sovietica: la grafia georgiana del nome, a mo’ di completezza, è ოთარ იოსელიანი. Il 17 dicembre, poco meno di un mese fa, Ioseliani veniva a mancare a ottantanove anni: avrebbe spento le novanta candeline a inizio febbraio, un mese prima del festival lombardo. Il vuoto che ha lasciato questo autore unico, peculiare, del tutto distante da apparentamenti semplicistici, resta incolmabile, ma forse proprio per questo è ancora più necessario tornare a vedere le sue opere, e farlo sul grande schermo, in un rito collettivo che si tramuterà inevitabilmente in vitale commemorazione. Dai corti degli esordi (Acquerello, Fiore introvabile, Aprili) ai classici del periodo sovietico (La caduta delle foglie, C’era una volta un merlo canterino, Pastorale), fino alle produzioni d’Oltralpe come I favoriti della luna, Caccia alle farfalle, e Addio terraferma – per citarne alcune -, il cinema di Otar Ioseliani vibra di una lettura perennemente critica della società, sia essa quella sovietica o quella dell’occidente civile e democratico, attraverso un ricorso all’ironia, al surrealismo, al sarcasmo, che ricostruisce il senso stesso delle immagini. Lo testimonia anche Chant d’hiver, il film da lui diretto nel 2015 che resterà eternamente l’ultimo. Anche se al cinema, e la retrospettiva bergamasca lo ribadirà a gran voce, il tempo è sempre vivo.

Intervista a Otar Iosseliani
Chant d’hiver
Iosseliani al Teatro Valle
Un Atlante sentimentale del cinema al Valle
Chantrapas