Chant d’hiver

Chant d’hiver

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L’ultima fatica del grande cineasta georgiano naturalizzato francese Otar Iosseliani, presentata in concorso al 68° Festival di Locarno. Chant d’hiver è un’opera di grande lievità e dal gusto spiccatamente grottesco cui il regista ci ha abituati.

Um filme não falado

Certe somiglianze sono inquietanti. Come quelle che si colgono tra un visconte ghigliottinato – pipa in bocca – durante il Regime del terrore, un cappellano militare – il torso tatuato come un malvivente – che battezza in serie soldati, predoni e stupratori, un clochard parigino schiacciato da un rullo compressore e un custode – letterato ma anche trafficante d’armi – di un grande edificio. Qui quasi tutti i personaggi si incrociano, eccetto i senzatetto che la polizia trasferisce da un posto all’altro senza tanti complimenti. E tuttavia, in mezzo a questo caos, esistono spazi per il sogno, storie d’amore, amicizie solide che consentono forse di sperare in un domani migliore. [sinossi]
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Un incipit che vede una ghigliottina in azione, durante il Regime del Terrore di Robespierre. Una scena stilizzata, irreale che enuncia il forte senso del grottesco, del paradosso che pervaderà tutto Chant d’hiver. In un momento in cui le televisioni mostrano le immagini scioccanti delle decapitazioni dell’Isis, Iosseliani lancia la sua provocazione: quante teste dovranno ancora tranciare i guerriglieri islamici per raggiungere il livello della Rivoluzione francese, origine dell’età contemporanea e dei diritti dell’uomo?
Immagini di guerra, saccheggi, stupri. E tra il bottino della razzia che l’esercito si porta dietro, su un carro armato, un water che comparirà ancora successivamente. L’immagine di un’esplosione passa in televisione, mentre gli spettatori, una donna con due bambini, vanno avanti a mangiare il gelato con indifferenza. Una lite coniugale viene spiata da un binocolo da una finestra su un cortile. Un prelato cade in un tombino che viene chiuso e viene quindi riversato nello scarico. Un furto viene compito alle spalle di un poliziotto, che non se ne accorge intento com’è a chiacchierare amabilmente. La polizia in tenuta anti-sommossa sgombera un campo di nomadi. Tutto risulta allo stesso modo surreale e grottesco, ma l’ultima di queste situazioni, dopo tanti momenti paradossali, è una realtà che si vede tutti i giorni ai telegiornali.
Il muro incrostato e coperto di muschio di un vicolo, passaggio obbligato che ricorre nel film, è dotato di una porta che è come una valvola verso altre dimensioni: un giardino delle Esperidi esotico e leggendario, che pure diventerà fortemente degradato alla fine del film.

Come nel suo stile, il cineasta di origine georgiana dirige le danze con un senso di grande lievità e leggerezza. Costruisce un film che funziona di scene che si susseguono con pochissimi dialoghi – sono di più paradossalmente quelli delle canzoni che si sentono durante il film – con una serie di gag visive secondo meccanismi che si avvicinano al muto. E il momento il cui il rullo compressore schiaccia il clochard, che risulta poi appiattito, è un segno di surrealismo alla cartoon di Tex Avery o Chuck Jones.
Ma con questo tono, Iosseliani descrive un mondo in cui è estremo il divario sociale tra gli strati più alti e quelli più bassi della popolazione, i nobili che giocano a golf e i barboni che rovistano nella spazzatura. Un mondo dove si praticano traffici illeciti di armi scambiate con libri antichi. La memoria dell’umanità in cambio della sua distruzione ma, osserva il regista, i libri stessi sono un’arma, la più potente di tutte. Uno sguardo severo, di un uomo di altri tempi che userebbe ancora il grammofono come del resto succede nel film, una visione anti-modernista che si esprime nella straordinaria scena in cui due persone litigano al cellulare, lo sbattono via per estenuazione e poi si scopre che si trovano da un parte all’altra della stessa stazione ferroviaria.

E Chant d’hiver, presentato in concorso al Festival di Locarno, esibisce un curioso cast che comprende, oltre a Enrico Ghezzi, ancora una volta Pierre Etaix, il comedian e clown francese che già appariva nel film predente di Ioseliani, Chantrapas. Un omaggio a un artista, cui a un certo punto negli anni Settanta fu impedito di fare cinema per il suo sguardo satirico sulla massificazione della società, per aver osato ironizzare sulle file di ombrelloni sulle spiagge e sui palazzoni alveare in cemento armato, espressi nel documentario Pays de cocagne. Un omaggio programmatico a un artista che, come lo stesso Iosseliani, è nobile e clochard allo stesso tempo.

Info
La scheda di Chant d’hiver sul sito del Festival di Locarno.
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