The Cats of Gokogu Shrine

The Cats of Gokogu Shrine

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Presentato a Forum della Berlinale, The Cats of Gokogu Shrine è l’Observational Film #10 di Kazuhiro Sōda, il documentarista giapponese che stavolta osserva dei gatti di un tempio, durante il periodo della pandemia, passando poi agli umani che devono gestire questa colonia felina. Trapela un profondo senso orientale della impermanenza della vita.

I gatti sul tempio che scotta

Gokogu è un piccolo e antico santuario shintoista a Ushimado, sul mare interno di Seto. Popolato da innumerevoli gatti randagi, è anche conosciuto come Santuario del gatto. Alcune persone vengono a pulire il luogo come volontari mentre altri si fermano semplicemente sulla strada per pescare la sardinella, buttando qualche pesciolino ai felini, ed è il luogo perfetto per far giocare i bambini. I gattofili lo frequentano per fotografare i gatti o portare loro il cibo. Alcuni residenti si lamentano delle deiezioni feline. Gokogu sembra pacifico in superficie, ma è anche l’epicentro di un tema delicato che divide la comunità locale. [sinossi]
Le zampe dei gatti, ovunque si posino,
sono così silenziose che non tradiscono mai la loro presenza,
quasi calpestassero il cielo o le nuvole.
Sono come un gong suonato sott’acqua
o un koto pizzicato in una grotta,
sono l’intuizione muta e immediata delle delizie della vita.
Natsume Sōseki, Io sono un gatto

Il gusto della sardinella, per parodiare un titolo di un film di Ozu che allude a un altro pesce, la costardella, deve essere molto apprezzato dal gattino che lo prende dalla bocca della mamma gatta, che si è accaparrata la preda lanciata loro dai pescatori locali. Si tratta della scena più deliziosa di The Cats of Gokogu Shrine (in originale 五⾹香宮の猫, Gokogu no neko) l’ultima opera, catalogata come Observational Film #10, che segue i dieci comandamenti che l’autore si è imposto, del documentarista nipponico Kazuhiro Sōda. Siamo in un tempio a Ushimado, sulla costa del mare interno di Seto, da cui si ammira un fantastico paesaggio con due isolotti. Si tratta di un tempio shintoista ma dove si possono recitare anche i sutra buddhisti, esempio di sincretismo alla giapponese. E qui torna l’interesse che il regista ha sempre avuto per le religioni. Gatti compaiono in pressoché tutti i film di Kazuhiro Sōda, rappresentano la sua firma. Ora il regista fa un film in buona parte incentrato su queste creature imprevedibili, non addomesticabili, molto difficili da filmare tanto più con i paletti rigidi che il regista si è dato. I gatti sono parte della cultura nipponica, come di tante culture. Pensiamo solo ai maneki neko, le statuette dei gatti portafortuna che fanno oscillare la zampa, che hanno la propria origine nell’epoca Edo; oppure al romanzo Io sono un gatto dello scrittore di epoca Meiji Natsume Sōseki. E nel cinema all’amore per i gatti che nutre il protagonista di Madadayo – Il compleanno di Akira Kurosawa, o il recente film The Cat That Lived a Million Times di Tadasuke Kotani, che si era visto al Torino Film Festival. The Cats of Gokogu Shrine è un’opera impregnata di gioiosità per la natura e i suoi elementi, siano essi i gatti, siano le lumache che compaiono dopo la pioggia, siano i bambini che giocano sulla lunga e alta scalinata che porta al tempio, il frinire delle cicale o i ciliegi in fiore.

Nella seconda parte del film Kazuhiro Sōda passa agli esseri umani, con le loro contraddizioni e la loro buffa mediocrità. Già all’inizio faceva sorridere quella volontaria, al servizio dei gatti del tempio, che rivelava che non poteva tenere animali in casa. La parte centrale del film è occupata da un lungo momento à la Wiseman, una torrenziale assemblea del governo del tempio, dove si discute di aspetti economici come dell’organizzazione della festa di Obon, quella che onora i defunti. Al secondo punto all’ordine del giorno c’è proprio la gestione della colonia felina. Crea numerosi problemi, per le deiezioni, per la proliferazione esponenziale degli animali. Si avvia così una campagna di sterilizzazione. Ma nella discussione sembra prevalere la posizione, cinica, di un uomo che sottolinea lo straordinario richiamo turistico di quelle bestiole. Dichiarazione che si può incrociare con quella, all’inizio, di chi dice che quello è noto come tempio dei gatti, mentre nel finale qualcun altro mette in guardia circa una concezione commerciale ipocrita di sfruttamento di quella colonia di animali. Sōda osserva ma non si nasconde, non vuole rendersi invisibile come molti suoi colleghi. Già all’inizio vediamo un micetto che gioca con il microfono con cui si sta girando. Si sente spesso la voce del regista in risposta a vari personaggi che sta filmando. E soprattutto c’è una scena in cui viene intervistato, in una sorta di reciprocità, da una ragazzina per i suoi compiti.

The Cats of Gokogu Shrine inizia e finisce con immagini dei ciliegi in fiore, simbolo supremo giapponese della bellezza che dura un attimo, dell’impermanenza della vita. Che è quella dei gatti randagi, che vivono pochi anni, molto meno di quelli domestici. Tutto è relativo. Il film si chiude proprio con il seppellimento di uno di questi, officiato secondo i canoni religiosi. Ancora torna l’interesse antropologico del regista per le religioni e i riti funebri. E sui titoli di coda si omaggiano i personaggi del film che, dopo le riprese, hanno lasciato questo mondo, tanto umani quanto felini.

Info
The Cats of Gokogu Shrine sul sito della Berlinale.

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