Bob il giocatore

Bob il giocatore

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Mirabile figura di un “giovane vecchio uomo”, Bob il giocatore è il primo grande ritratto maschile della filmografia di Melville, il modello del “samurai” senza legge ma con dei rigidi codici morali cui discenderanno tutti i protagonisti del cinema successivo del cineasta francese.

Vecchio, ti diranno che sei vecchio

Nel quartiere di Montmartre a Parigi vive Bob, un giocatore incallito. Ma Bob è anche dotato di grande umanità, che lo spinge ad aiutare chiunque incontri sul suo cammino, basta che risponda a certi criteri morali, delle cui regole lui è l’unico depositario. Rimasto al verde, Bob si fa tentare dall’idea di fare una rapina in un casinò. Ma poi la passione del gioco prende ancora una volta il sopravvento… [sinossi]

Forse in nessun altro titolo della filmografia di Melville appare in maniera così evidente come in Bob il giocatore il groviglio indecidibile, quasi schizofrenico e comunque doloroso, di umanità che attanaglia i suoi personaggi. Lo si intuisce sin dall’incipit del film, dove viene descritto il quartiere di Montmartre a Parigi, in cui – viene detto – con un batter di ciglia ti puoi trovare ora in paradiso, ora all’inferno. E dove l’asciutta voice over del narratore ci dice anche che la storia che sta per essere raccontata comincia in quel momento indefinibile della giornata in cui il buio della notte lascia spazio al crepuscolo del mattino. Bob il giocatore è giustappunto come Montmartre all’alba, contraddittorio fino al midollo nel modo in cui conduce la sua vita, a partire proprio dall’ossessione del gioco che in un attimo lo può portare a essere ricchissimo o, più facilmente, a indebitarsi in maniera irreparabile. Bob gioca però, con tutto da vincere e tutto da perdere, solo con la sua di vita e non con quella degli altri. Cosa possa accadere a lui non ha importanza, la sua esistenza è come quella di un numero qualsiasi sulla roulette, ma quel che accade agli altri, alle persone cui si sente vicino, è invece per Bob di fondamentale interesse. Difatti si viene a sapere nel corso del film che ha salvato la vita del commissario e ne è diventato amico e che ha prestato dei soldi alla proprietaria del bar da lui frequentato abitualmente. E nel frattempo assistiamo al modo in cui aiuta un ragazzo e una ragazza: il primo è un po’ il suo figlioccio e lo previene dall’esagerare nelle cattive abitudini, la seconda è sulla via della prostituzione e Bob la salva ospitandola a casa sua e dandole dei soldi. Ma senza secondi fini, per l’appunto. Solo per spirito di solidarietà umana, in base a dei codici morali che vanno al di là della legge e che rappresentano l’essenza del suo essere al mondo. Anzi, verrebbe da dire, che lui è quel mondo, che quel mondo, quella Montmartre è stata “creata” da lui, oppure in maniera non troppo dissimile si può dire che lui è lo spirito del focolare di Montmartre, il guardiano del quartiere, il depositario del senso più ultimo dell’esistenza e delle contraddizioni di tutti i suoi abitanti.

Con questo film Melville pone le basi di quello che diventerà il suo proverbiale modo di affrontare il cinema, declinato poi nei suoi capolavori successivi, come Frank Costello faccia d’angelo, I senza nome o Notte sulla città. Ma se in questi titoli che caratterizzano la seconda fase della carriera del regista l’umanità dei personaggi è spesso nascosta tra le pieghe di uno sguardo e di un racconto entrambi glaciali ed emerge come d’improvviso, quasi come un inaspettato colpo di pistola, in Bob il giocatore il sentimento di solidarietà è prevalente, tutto discende da quello. E d’altronde lo si vede anche nel modo in cui, nella seconda parte del film, Bob imposta la collaborazione per la rapina al casinò, tutta improntata a una franchezza e a una fraternità di rapporti, che anticipa a tratti il gioco soderberghiano di Ocean’s Eleven, con la differenza che in Soderbergh tutto è entertainment, anche se non soprattutto una rapina, mentre per Melville è una puntata troppo alta, un suicidio annunciato. E se così Bob si salva è solo grazie al suo demone dostoevskijano, al gioco, cui resta avvinto come per un inaspettato e non voluto atto di egoismo. Viene meno per una notte alla sua morale e a rimetterci non sarà lui, ma chi si trova al suo fianco. E così, come l’inferno e il paradiso, come la notte e il giorno, Bob vince ma allo stesso tempo continua a perdere. Si legge in questo una nuova e ardita riscrittura del tanto amato cinema hollywoodiano da parte di Melville: l’eroe non è solo un anti-eroe, ma è addirittura un mascalzone gentiluomo, un “giovane vecchio uomo” come dice sempre la voice over del narratore all’inizio, un personaggio segnato dal destino e dalla morte che invece, nonostante tutto, continua a vivere e forse questa è una condanna ancora peggiore per il povero ricco Bob.

Info
Bob il giocatore, un trailer.

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