Alienween

Alienween

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Federico Sfascia torna alla regia con Alienween, confermando il folle pastiche anarcoide in cui mescolare i generi più disparati. Ne viene fuori un horror comico che sfocia con forza nella malinconia sentimentale.

Quell’amor mio che non muore

Halloween, quattro amici di vecchia data, splendide ragazze e una mortale invasione aliena che li costringerà ad affrontare mostri di ogni tipo… Compresi quelli del loro passato. Alienween: una festa che è la fine del mondo [sinossi]

Cosa succederebbe se durante la festa di Halloween, mentre i ragazzi cercano di divertirsi come meglio possono – magari andando in discoteca, o rinchiudendosi in casa con gli amici –, una razza aliena non meglio precisata decidesse che è venuto il momento di conquistare la Terra? Di per sé l’idea di partenza di Alienween, nuova fatica cinematografica di Federico Sfascia, sembrerebbe muoversi in un terreno più canonico rispetto ai precedenti Beauty Full Beast (2007) e I rec u (2012): mentre le trame di questi ultimi traboccavano di surrealismi, assurdità e follie di vario tipo, quella di Alienween si muove sui binari dello sci-fi/horror interessato al tema dell’invasione aliena. Uno spazio ristretto, un gruppo definito di personaggi, una minaccia esterna che diventa interna, perfino corporea. La trasformazione come atto di ridefinizione di sé, e della propria indole; la lotta strenua, in fin dei conti, per rimanere solo e soltanto se stessi, con tutta la propria mediocrità se necessario.
Proprio il contatto con un progetto (sulla base) meno delirante permette di cogliere con maggior precisione le peculiarità espressive di Sfascia, tra i nomi più interessanti di quel sottobosco indipendente italiano che con rigorosa precisione viene regolarmente snobbato dal processo industriale e dalle istituzioni. Seguendo un tracciato i cui contorni erano già evidenti sia in Beauty Full Beast che in I rec u, il giovane regista approfitta della coperta suggestiva del genere per sviluppare una poetica che non disdegna fughe e digressioni prossime al romance. I protagonisti delle storie architettate da Sfascia hanno amori perduti da ricordare, a volte da riconquistare, ma sempre da rimpiangere; la loro buffa e orrorifica lotta contro il “male” è in realtà l’agone indispensabile per potersi riappropriare di una memoria tragica e abbandonata, rinchiusa in un cassetto, relegata in un angolo della mente. Anche Ernesto, tra i principali ruoli di questa avventura corale, non sfugge a questa regola, custodendo un sentimento impossibile da vivere e da far morire.

Tra vita e morte si aggirano tutti gli attori di Alienween, costretti a fare i conti con un virus alieno a dir poco letale; nella deformazione splatter, che molto deve al Peter Jackson dei primordi (quello di Bad Taste e Braindead), Sfascia rintraccia la chiave giusta per scardinare un meccanismo che nell’incipit si muove con maggior lentezza. Se la presentazione dei personaggi e la spiegazione della situazione – perché quattro amici, alcune prostitute, due delle fidanzate dei ragazzi e il fratello gay di una di queste ultime si ritrovano, la notte del 31 ottobre, in un casolare sperduto nella campagna, lontano da qualsiasi cenno pur vago di civiltà? – non evita qualche lungaggine, Alienween entra nel vivo non appena il film passa alla sua fase centrale, vale a dire la lotta contro il potere alieno e, in misura affatto minore, tra gli stessi reclusi.
È qui che Sfascia riesce, una volta di più, a dimostrare la sua capacità di muoversi attraverso i generi, senza per questo disperdere mai un senso di unità del racconto: Alienween si sposta dall’horror alla fantascienza, passando per una comicità a tratti ben oltre il demenziale, il già citato sentimentalismo e un utilizzo dell’effetto splatter che tende, più che a spaventare a disgustare lo spettatore dallo stomaco delicato. Sfascia fa sue le debolezze produttive di un film inevitabilmente a basso costo, e si concede come al solito una libertà creativa fuori dall’ordinario. Grazie a questo approccio Alienween perde ogni riferimento al canonico per trasformarsi in qualcosa che non ha molti paragoni nell’indie italiano, e non solo. Tra il gioco e il massacro Sfascia sceglie una via mediana, forse anche schizofrenica ma ricca di suggestioni; si diverte a utilizzare stilemi degli anime seriali così come ad accordarsi sul diapason dell’horror d’oltre oceano.

Se il meccanismo non si inceppa, ma al contrario si muove verso un crescendo finale sempre più intenso, lo si deve oltre alla capacità registica (e di scrittura) di Sfascia, al gruppo di attori scelto, guidato idealmente da Guglielmo Favilla, Raffaele Ottolenghi e Giulia Zeetti. Alienween dimostra, come già Oltre il guado di Lorenzo Bianchini, The Transparent Woman di Domiziano Cristopharo, Fantasticherie di un passeggiatore solitario di Paolo Gaudio, che il cinema italiano “di genere” meriterebbe un’attenzione ben diversa da quella che gli viene solitamente concessa. L’augurio è che Alienween, bizzarro patiche multi-genere e multi-verso, vada incontro a un destino distributivo migliore di quello toccato in sorte ai precedenti film di Sfascia e alla maggior parte dei prodotti che in Italia osano muoversi al di fuori delle strette cerchie dell’istituzione. Un discorso vecchio, purtroppo.

Info
La pagina Facebook di Alienween.
Alienween, il trailer.
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