P.O.E. 3

Il terzo capitolo dell’horror a episodi creato da Domiziano Christopharo. P.O.E. 3 esplora ulteriormente l’universo di Edgar Allan Poe, rivisitandolo e aggiornandolo.

Il racconto dopo il racconto

In uno studio televisivo, Venantino Venantini racconta 6 storie del brivido ispirate a Poe. [sinossi]

In principio fu Poetry of Eerie, quindi divenne Project of Evil, è adesso la volta di Pieces of Eldritch, con tanto di cornice creata ad arte sul volto e sulla voce di Venantino Venantini, impegnato nel ruolo che svolse, per I tre volti della paura di Mario Bava, di Boris Karloff. Il progetto creato tre anni fa da Domiziano Cristopharo e intenzionato a “rimettere mano” ai lavori di Edgar Allan Poe compie dunque un ulteriore passo in avanti, rendendo sempre più evidente il senso di una tale operazione, anche agli occhi dei più scettici. Spesso scambiati per una mera trasposizione per immagini delle parole vergate di proprio pugno dal romanziere, poeta e saggista vissuto a Baltimora, i capitoli di cui si compone P.O.E. rappresentano in realtà un esempio di cantiere aperto che non ha molti eguali nel cinema italiano contemporaneo. I registi al lavoro sui vari episodi che danno vita a P.O.E. 3 (ma il discorso va ovviamente esteso anche ai primi due capitoli) non danno mai l’impressione di volersi adeguare allo stile o all’umore poetico dell’autore di Gordon Pym e Il corvo: agevolati anche dalla libertà espressiva donata dalla mancanza di una produzione esterna, Campanini, Caruso, Cristopharo, Redaelli, Tagliavini e Virgili – nominati in rigoroso ordine alfabetico – lasciano deflagrare sullo schermo tutte le proprie istanze visionarie, a volte affrontando il testo originale da cui sono partiti con una sfrontatezza che può essere scambiata per lesa maestà solo se non si ha l’intelligenza e l’acume necessari per andare oltre, sorvolare i confini dell’adattamento e accettare l’immagine sullo schermo come puro istante di creazione.

Edgar Allan Poe è il nume tutelare, il punto di riferimento, ma considerarlo scopo ultimo dei sei segmenti che compongono P.O.E. 3 sarebbe un errore grave, compendio riduttivo di un percorso ben più lungo e affascinante. Non tutto torna in P.O.E. 3, e sarebbe stato puerile pretendere il contrario: in un lavoro strutturato su episodi diversi tra loro, è inevitabile che si provi una naturale inclinazione per questa o quell’altra intuizione visiva e narrativa. Eppure anche ciò che non convince in maniera particolare (l’esasperato e non troppo calibrato gioco ossessione/affezione di Morella di Ricky Caruso, lo sbrigativo coup de théâtre che incardina il finale del già poco ammaliante Non scommettere la testa col diavolo di Mirko Virgili, e soprattutto lo squilibrato thriller poliziesco Sei tu il colpevole di Francesco Campanini, già regista de La casa nel vento dei morti) riesce a sprigionare una salvifica sensazione di gesto cinematografico adamantino, non compromesso da scelte di comodo o da infinite diatribe. Nella sua imperfezione P.O.E. 3 rappresenta un puro caso di reale indipendenza – economica, distributiva, di pensiero, di azione – a cui sarebbe ingiusto non donare il doveroso risalto.
Al di là di questo discorso, che dovrebbe coinvolgere come sempre una riflessione sullo stato di cieca mediocrità nel quale sguazza il cinema “istituzionale” italiano, e che torna ciclicamente a far notare la propria urgenza ogni volta che ci si imbatte in creature “altre”, P.O.E 3 si distingue anche per tre frammenti di sorprendente poetica che travalica il campo dell’orrore tout court per muoversi in direzioni schizofreniche e fuori controllo. Domiziano Cristopharo, a cui si dovevano alcuni dei passaggi più ispirati dei due precedenti capitoli (Il giocatore di scacchi di Maelzel e Canto in P.O.E. e Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma in P.O.E. 2) firma con Il barile di Amontillado un viaggio in apnea nel visionario, continuando nel suo studio del corpo umano come macchina-cinema di per sé, ultimo e unico baluardo contro la dispersione della mente. Un brutale e immaginifico percorso nella percezione di se stessi e del proprio dolore, tangibile e metaforico che sia.

Estremamente ammaliante, visivamente ricco e in grado di trovare sempre intuizioni estetiche e narrative sorprendenti è Re Peste di Alessandro Redaelli, cinema che si fa (meta)teatro senza perdere mai di vista il proprio potenziale immaginifico: coadiuvato da ottimi interpreti, Redaelli pone la firma in calce a un cortometraggio destinato a segnalarsi come uno dei migliori dell’intera saga, perfettamente a proprio agio tra orrore, ironia dissacrante, tempi e controtempi teatrali e la potenza dell’immagine in movimento.
A strappar via il cuore cinefilo arriva poi Ombra di Edo Tagliavini, fiaba nera con protagonista la figlia del regista, Lumi, bambina maltrattata da coetanei e adulti e abbandonata al proprio destino da una nonna lobotomizzata dalla televisione, che trova conforto nell’unica amica con cui può giocare e relazionarsi. La propria ombra… Visivamente ricco nonostante gli esigui mezzi a disposizione – Tagliavini si diverte a giocare con il fish eye e a creare quadri quasi surreali nella loro logica del tutto deviata dalla prassi – Ombra è uno splendido trattato sull’infanzia, gesto spontaneo e umorale che trasmette una voglia e un’angoscia di vivere senza paragoni. Tagliavini sfrutta nel migliore dei modi la possibilità di lavorare con la propria bambina, portando a termine un gioiello purissimo, piccola ma preziosa gemma che sarebbe delittuoso lasciarsi sfuggire e che, come tutti i suoi compagni di ventura in P.O.E. 3, ha il coraggio di allontanarsi da Poe senza mai smentirlo o svilirlo. Chapeau.

Info
Il trailer di P.O.E. 3.
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