Séraphine
di Martin Provost
Il cinquantatreenne Martin Provost dedica un film alla misconosciuta pittrice Séraphine De Senlies, nel tentativo di restituire gloria postuma all’artista. Ne viene fuori un film canonico, ma meno retorico di quanto si potesse temere.
Il Dio dell’acqua, degli alberi e delle foglie
Nel 1913, Wilhelm Uhde, critico d’arte e collezionista tedesco, il primo ad acquistare un quadro di Picasso e lo scopritore del pittore primitivista Henri Rousseau, affitta un appartamento a Senlis, vicino a Parigi, per scrivere in tranquillità. L’uomo ingaggia come domestica Séraphine, una donna semplice e schietta di mezza età. Qualche tempo dopo, mentre è in visita in casa di una ricca famiglia locale, nota un piccolo dipinto su legno. La sua sorpresa nello scoprire che si tratta di un’opera di Séraphine è palpabile. Tra Uhde e Séraphine si sviluppa un’intensa e inaspettata relazione. [sinossi]
Come talvolta accade, al di là del merito artistico alcuni film hanno la capacità di rammentarci personaggi persi nell’oblio del nostro tempo, e che poi si scopre meriterebbero sorte migliore. È il caso di Séraphine De Senlies (1864-1942), pittrice naïf di una piccola provincia nel nord della Francia, le cui opere ebbero soprattutto gloria postuma. Martin Provost, cinquantatré anni e altri due lungometraggi all’attivo, ha pensato di soffiar via la polvere del tempo sui quadri, quasi tutti di soggetti floreali, e di farne un film con protagonista l’acclamata Yolande Moreau. Provost parlando di come è nato il progetto ci dice già molto del film, affermando che non si sentì affatto attratto di primo acchito dalle opere della pittrice, ma di averle maggiormente apprezzate e amate dopo aver letto la sua biografia. Perché Séraphine visse poverissima, era una governante, e in assoluta povertà e nonostante i pregiudizi dei suoi paesani ebbe un’unica passione e ragione di vita: dipingere. Il film di Provost certamente non è assimilabile a una massa indefinita di “film crosta” che hanno avuto l’ardire di raccontare vite di artisti: gli ultimi fallimentari con Picasso, Modigliani, Veermer, mentre tra i pochi si salva l’eccellente Van Gogh di Maurice Pialat. Nel caso di Provost una produzione non costosa e presumibilmente di un’artista poco conosciuta ha portato il film lontano dalle trappole dell’aneddotica, e del “maledettismo” più stereotipato. Il film si concentra in modo iperrealista su ambienti, sguardi, e azioni quotidiane, intervenendo in modo molto discreto col romanzesco. In questo caso è la cronaca di un incontro: quello casuale e decisivo tra la domestica e un ospite tedesco, il collezionista Willhelm Uhde, anch’egli personalità importante nel mondo dell’arte. Nel primo Novecento oltre a seguire molto le Avanguardie, egli scoprì e fece scoprire il talento dell’incompreso Henri Rosseau. La stessa cosa ma con minor fortuna provò a fare con Séraphine, con la quale instaura un tenero legame, relazione in cui a scanso di equivoci la sessualità è bandita.
Il loro intenso osservarsi, anche silenziosamente, lo scoprirsi così differenti per classe sociale, specie nelle abitudini, lei cattolica al limite del fanatismo (ma sembra un misticismo personale, pieno di innocenza), lui fervente ateo, e invece simili per sensibilità verso soprattutto la natura, e dunque il loro graduale avvicinarsi fa parte della prima metà di Séraphine, forse la più riuscita. Gli eccellenti Yolande Moreau e Ulrich Tukur riescono a rendere senza stereotipi la loro particolare interiorità, anche in conflitto con l’ottuso mondo esterno, ma è anche vero che fuori da questo legame il film invece mostra i suoi limiti. Anche Provost non volendo entra nel sentimentalismo, allargandosi ad altri personaggi di contorno che vorrebbero far presa a livello poetico, come il pittore tisico che morirà tra le braccia del collezionista. Oppure mostrando lunghe sequenze in cui davanti alle inusuali piante, anche gigantesche, dipinte da Séraphine, si alternano le reazioni più disparate di amici e conoscenti. Il tutto dà alla narrazione una certa prolissità, e davvero il film sembra durare troppo; difetto a cui tuttavia giova la troncatura finale sulla parte più tragica della vita di Séraphine, ovvero la sua reclusione in manicomio negli ultimi anni di vita. In questo caso Provost è stato bravo a non cedere alle trappole del pietismo, sempre pronte al varco. Pur nei suoi difetti narrativi, comunque Séraphine riesce nell’intento di restituire il lato nascosto, spirituale, dietro l’artista soffermandosi molto sul senso materico che la Moreau mostra toccando cose, oggetti, alberi, l’acqua della sorgente, o semplicemente osservandoli come se si sentisse in un mondo a parte, sola con essi. Crediamo davvero che sia questa la cosa più importante per un film di questo tipo, che tradotta equivale a dare grande dignità a un personaggio per certi versi anche rivoluzionario, artista donna e povera, soprattutto perché dà alla pittura un senso sia di salvezza che di rivalsa nei confronti del mondo.
Info
Un trailer di Séraphine.
- Genere: biopic, drammatico, storico
- Titolo originale: Séraphine
- Paese/Anno: Belgio, Francia | 2008
- Regia: Martin Provost
- Sceneggiatura: Marc Abdelnour, Martin Provost
- Fotografia: Laurent Brunet
- Montaggio: Ludo Troch
- Interpreti: Adélaïde Leroux, Alexandre Révérend, Anne Bennent, Corentin Lobet, Françoise Lebrun, Francis Lacloche, Frédéric Révérend, Geneviève Mnich, Léna Bréban, Marie Noëlle Révérend, Michel Sailly, Nico Rogner, Serge Larivière, Ulrich Tukur, Yolande Moreau
- Colonna sonora: Michael Galasso
- Produzione: Climax Films, France 3 Cinéma, RTBF, TS Productions
- Distribuzione: One Movie
- Durata: 125'
- Data di uscita: 22/10/2010

