Unstoppable – Fuori controllo

Unstoppable – Fuori controllo

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In Unstoppable – Fuori controllo Tony Scott si prodiga in una regia come al solito inventiva, schizofrenica, in grado di sposare tra loro elementi estetici apparentemente agli antipodi. Il risultato finale, però, non è tra i migliori della sua filmografia.

Strangers on a Train

Un esperto conduttore di treni sta per essere rimpiazzato da un giovane ingegnere ferroviario. I due però, si trovano a dover collaborare insieme quando, in una disperata corsa contro il tempo, devono fermare un treno soprannominato senza più conducente, contenente un carico di pericolose sostanze chimiche che marcia a folle velocità. [sinossi]
E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano
Che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano
Ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite
Sembrava avesse dentro un potere tremendo
La stessa forza della dinamite.
Francesco Guccini, La locomotiva (1972)

Tra le non poche note stonate che si accavallano le une alle altre nel corso della visione di Unstoppable – Fuori controllo, sedicesimo lungometraggio diretto da Tony Scott, è possibile scorgerne una particolarmente significativa dell’intero progetto partorito per dare vita al film: la storia del conduttore di treni prossimo alla pensione e del giovane e inesperto capotreno che, nonostante un’iniziale diffidenza nei confronti dell’altro, cooperano per fermare un treno lanciato a folle velocità e senza conducente evitando così una strage di civili, è infatti bollata dalla produzione come “vera”. L’ispirazione a fatti realmente accaduti, da sempre fiore all’occhiello dell’intrattenimento hollywoodiano – anche quello meno attento alla descrizione del mondo che lo circonda – non deve però trarre in inganno lo spettatore: se anche è mai esistito un caso simile a quello narrato nell’ora e mezza in cui si dipana la pellicola sicuramente esso non è stato in alcun modo determinante durante la fase di scrittura di Unstoppable. La sceneggiatura firmata da Mark Bomback, un curriculum non proprio inappuntabile alle spalle (Godsend, Die Hard – Vivere o morire), non fa altro infatti se non seguire una per una, in modo perfino pedissequo, le regole ferree che ogni neofita della scrittura cinematografica può trovare nel primo manuale che gli capita sotto mano: ogni singola svolta nel film, anche il modo in cui sono tratteggiati i personaggi minori (particolarmente fastidiosa la scelta di operare una selezione di “buoni” e “cattivi”, con questi ultimi descritti attraverso uno sguardo che sfiora davvero il parossistico, come evidenziato in maniera esemplare dall’addetto alle ferrovie pigro e ciccione interpretato da Ethan Suplee) è piegata alle necessità di uno schema narrativo considerato – con fin troppa facilità – a prova di bomba.

Il risultato, come si sarà potuto intuire, è simile a conti fatti al vero e proprio protagonista di questo action, vale a dire il treno 777 (detto anche triple seven) in corsa a tutta velocità verso il cuore delle cittadine della Pennsylvania: Unstoppable è infatti un film pensato e assemblato in fabbrica, per poi essere inserito su dei binari e lanciato a folle velocità, nella speranza che tutto questo affastellamento di azione potesse sopperire alle gravi mancanze strutturali dell’insieme. Perché il problema vero e proprio di questo action dall’ambientazione effettivamente insolita (i treni negli Stati Uniti non godono di particolare fama, e anche al cinema hanno spesso pagato questa loro mancanza di “appeal” mediatico) è che tutto ciò che viene strettamente raccontato non riesce a trasmettere alcun patos allo spettatore: il difficoltoso rapporto di Frank con le due figlie, la rottura in fieri (poi doverosamente ricompattata) tra Will e la moglie, il mancato apprezamento ricevuto da Connie sul posto di lavoro, tutti segnali di un disordine sociale e di un’inappagata condizione personale che vengono gettati alla rinfusa all’interno della pellicola, elementi che sembrano esistere per il puro gusto di allungare inutilmente la brodaglia. A essere onesti si farebbe davvero a meno di tutte le riflessioni – prevedibili, scontate, banali – che i personaggi si rimpallano gli uni con gli altri, finendo inesorabilmente per sfiancare anche lo spettatore più benintenzionato: la parola cede infatti allo strapotere dell’immagine in movimento pura e semplice. Un film come Unstoppable dovrebbe vivere in funzione esclusiva della sua tensione scopica, e non perdersi in annacquati e stantii di un’umanità che esiste sullo schermo solo in virtù del proprio ruolo all’interno dell’ingranaggio dell’azione: non è il treno senza padrone a prender corpo grazie alle traversie umane di Denzell Washington e Chris Pine, ma l’esatto opposto. Ad accorgersi di tutto ciò sembra essere solo Tony Scott, che si prodiga in una regia come al solito inventiva, schizofrenica, in grado di sposare tra loro elementi estetici apparentemente agli antipodi: una pratica, questa, che si è via via perfezionata nel corso degli anni e dei film (pur essendo percepibile già dagli esordi, con il dandy-vampiresco Miriam si sveglia a mezzanotte in testa), raggiungendo il suo probabile apice nel solitamente sottostimato Déjà vu (2006). Anche in Unstoppable il film è risollevato solo dal pugno registico del fratello minore di Ridley, che spara in faccia al pubblico una macchina da presa in costante movimento, irrequieta e inafferrabile. Ma non basta a portare in salvo la barca: per riuscire nell’intento sarebbe stato forse necessario portare a termine una sceneggiatura che avesse il coraggio di uscire dai binari su cui era stata impostata. Ma a deragliare, in Unstoppable, è solo un treno che, per una fin troppo arzigogolata sequenza logica, non ha nessuno a bordo in grado di tirare il freno. Purtroppo.

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