Intervista a Satoshi Miki

Intervista a Satoshi Miki

Di provenienza televisiva, autore di programmi comici molto popolari, Satoshi Miki esordisce come regista al cinema nel 2005 con In the Pool, che si segnala per la sua vena umoristica, surreale e demenziale. Il film lo fa conoscere anche in Italia, presentato al Far East Film Festival di Udine nel 2009 in un omaggio insieme ad alter sue opere quali Adrift in Tokyo. Miki torna a Udine nel 2022 con What to Do with the Dead Kaiju?, parodia dei kaiju-eiga, i film di mostri, e in questo inizio d’anno viene presentato un altro suo film, Convenience Story, stavolta all’International Film Festival Rotterdam. Abbiamo incontrato Satoshi Miki in questa occasione.

Molti dei tuoi film sono tratti da romanzi. Per quanto riguarda Convenience Story, la storia originale è attribuita a Mark Schilling, il critico cinematografico di The Japan Times. Come avete deciso di collaborare per questo progetto?

Satoshi Miki: La prima volta che ho conosciuto Mark Schilling è stata a Udine. Poi un giorno lui mi ha inviato un primo breve plot del progetto. Un abbozzo della storia che era sostanzialmente differente da quello che poi è stato il film che ho diretto.

Il protagonista del film, Kato, è uno sceneggiatore come lo sei tu, che scrivi i tuoi stessi film. La sua compagna, Zigzag, è un’aspirante attrice. Era importante fare un film sul mondo del cinema e i suoi ruoli? Ti sei ispirato a situazioni che hai visto o vissuto?

Satoshi Miki: Volevo creare un noir, e qualcosa come Viale del tramonto o Mulholland Drive. Sono film dove i protagonisti sono gente del cinema. Da sceneggiatore ho cercato di mettere nella storia situazioni che mi sono capitate e ho messo dentro un mistero che avevo in testa, come un labirinto mentale. Questo è il motivo della mia grande simpatia per il protagonista ed è la ragione per cui ha anche una fidanzata attrice, connessa con questa storia.

Volevi anche fare una satira dell’industria cinematografica nipponica? Per esempio nelle parti dove si vedono i produttori.

Satoshi Miki: In molte scene con i produttori loro spesso ridono rumorosamente. E questo succede spesso con i produttori giapponesi che cercano di fare un grande fracasso nella produzione. Questa è una descrizione molto realistica dell’industria giapponese. Nel momento in cui abbiamo fatto questo film c’era un po’ del movimento #MeToo e ho messo anche questo.

L’ironia è una carattestica del tuo cinema e qui è centrale il convenience store, o konbini. Sono esercizi commerciali molto importanti nella società giapponese, per la comodità che garantiscono, sono negozi aperti 24 ore su 24. Nella tua rappresentazione ironica della società giapponese che ruolo hanno?

Satoshi Miki: Questa era proprio l’idea iniziale di Mark Schilling. Mark ha pensato a questa idea bizzarra da straniero. Mi spiegava quanto fosse strano per lui, e io cominciavo a pensare quanto la storia fosse interessante. E poi c’era anche un la mia esperienza di aver lavorato in un konbini store, ero addetto al riempimento dei contenitori dei succhi. Di solito la gente si stupisce che io abbia fatto quell’esperienza. Mi sembrava ironico e ho portato avanti questa suggestione. Un altro sceneggiatore prima di me stave sviluppando il progetto. E cercava di presentarlo in un project market a Macao, ma non suscitò interesse. Ma c’era anche Sabrina Baracetti e lei spinse per il progetto. Anche lei pensava che fosse molto bizzarro. Arrivò un altro produttore e decisero che fossi io a dirigere il film. Così in quel momento mi contattarono. Fu veloce e facile per tutti. Quando arrivò il nuovo produttore e mi disse di sviluppare il film sulla storia originale di Mark Schilling, in quell momento ho pensato di fare un film noir. Ho pensato a Visconti di Ossessione, che è ispirato al romanzo Il postino suona sempre due volte di James M. Cain, e al romanzo Piombo e sangue (Red Harvest) di Dashiell Hammett, la storia originale di La sfida del samurai di Akira Kurosawa. Così ho concepito il konbini come entrata e uscita da e per un mondo diverso, basato su una mia idea di film noir.

Molto spesso nella fotografia del film predomina il colore giallo. Che effetto volevi raggiungere con questo giallo?

Satoshi Miki: C’erano molti motivi per cui volevo questo giallo come un simbolo. Uno di questi era perché in Giappone l’aldilà è chiamato Yomi che significa la fontana gialla, quindi il giallo simboleggia il mondo dopo la morte. Un altro motivo è che i posti dove il film è stato girato sono vicini al monte Fuji, sono nei suoi paraggi, dove ci sono molte foreste. Il monte Fuji simboleggia anche la via al mondo dei morti. Si tratta di un simbolismo molto religioso. L’ispirazione è anche al fotografo americano William Eggleston per il suo uso innovativo del colore. Anche i fratelli Coen e David Lynch sono suoi ammiratori. Il konbini store in mezzo alla foresta nel film, non è quello giapponese. Ho chiesto al team di designer di realizzare il konbini store come il posto di Bagdad Café nel deserto, dove vendono di tutto. Ci sono stato in moto in quel luogo! [canta Born to Be Wild, N.d.R.] Era proprio come contrasto al konbini store giapponese. Il budget della produzione non era così grande. Ciò nonostante volevo fare qualcosa di grande e originale, così abbiamo fatto un grande lavoro con il direttore della fotografia e il colorist. Abbiamo usato una macchina con le lenti a 16mm combinandola con la camera originale a lenti francesi di marca Angénieux. Per esempio nelle scene con Zigzag e il cane usavamo la 16mm.

A proposito dei simbolismi tradizionali, mi puoi spiegare il motivo di quella scena con le maschere di volpe?

Satoshi Miki: Le maschere di volpe indicano gli animali che portano le persone nel mondo dei morti. Uso poi la scena, di uscire da quell mondo senza voltarsi dietro come nel mito di Orfeo ed Euridice, che, incredibilmente, c’è anche, molto simile, nella mitologia giapponese. Ci sono tante analogie. Nella mitologia greca c’è la figura di Cerbero, un cane a guardia del mondo dei morti. E la stessa cosa c’è anche nella mitologia giapponese per le volpi, come simbolo dell’ingresso al mondo dei morti. Cerbero ha tre teste. La volpe giapponese ha nove code e simboleggia pure il guardiano al mondo dell’oltretomba. Volevo quindi mettere elementi della mitologia nipponica che si confondessero con quelli della mitologia greca. Come appunto il momento in cui la commessa del konbini dice a Kato di non voltarsi indietro quando oltrepassa la soglia. Mi sono sempre chiesto come potessero esserci questi punti di contatto perché I giapponesi dell’antichità non potevano essere a conoscenza della mitologia greca.

Quando Kato conosce la commessa del convenience store e le rivela di essere uno sceneggiatore, lei gli chiede: «Scrivi basandoti sulle tue idee di un mondo ideale, oppure partendo dalla realtà?» e lui le risponde che quel dilemma è proprio l’essenza dello scrivere sceneggiature. In seguito prenderà spunto da una notizia di giornale per una nuova sceneggiatura. Quando tu scrivi una sceneggiatura da cosa parti?

Satoshi Miki: Comincio a scrivere partendo da storie reali, dalle mie esperienze reali. Il mio film precedente KajuWhat to Do with the Dead Kaiju? era reale per me, anche se la gente crede che sia una storia immaginaria. Perché si partiva dalla notizia di una balena morta che fluttuava in un fiume. La gente iniziava a chiedersi cosa sarebbe successo, perché c’era il rischio che esplodesse per via dei gas che conteneva in seguito alla decomposizione, facendo saltar fuori gli organi interni. E quindi mi ispiravo proprio alla realtà. Gli esseri umani sono davvero spaventati quando messi di fronte a cose sconosciute, che non hanno mai visto. Tutti questi avvenimenti hanno un significato, con il quale I personaggi si sentono in un certo senso a proprio agio, ma poi questo significato si rivela essere un altro rispetto a quello che si erano aspettati, e questo li porta ad avere paura. Come la storia che racconta di qualcuno che rompe un daruma, la bamboletta giapponese, scoprendo un daruma più piccolo dentro. Quando comincia a romperlo escono i piccoli daruma, uno a uno. Continuano a uscire e alla fine c’è una prugna Umeboshi. L’uscita dei daruma fa parte di un automatismo del pensiero. Ma alla fine ci sono delle storie completamente diverse e la gente rimane scioccata. È la commedia. Voglio provare il principio del miscuglio nella commedia cinica con la paura, sentimenti mescolati che voglio esprimere nelle storie. Nelle notizie sull’Ucraina la gente percepisce tristezza. I fatti ucraini rappresentano la reale tristezza. Ho fatto un film cercando di far provare questa stessa emozione. In Giappone dopo la guerra si producevano molte commedie. È il principio del cinema di Otar Ioseliani o Emir Kusturica, possiamo creare commedie sulla vita reale perché la vita reale è triste. Conosco il regista georgiano per una retrospettiva in Giappone, dell’altro ricordo Gatto nero, gatto bianco.

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