A Lullaby to the Sorrowful Mystery

A Lullaby to the Sorrowful Mystery

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Presentata in concorso alla Berlinale la nuova opera fiume di Lav Diaz, A Lullaby to the Sorrowful Mystery. In otto ore il regista filippino racconta fatti, tra storia, leggenda, mitologia, letteratura e poesia, che si inquadrano nella rivoluzione filippina del 1896-98.

Evoluzione della nascita di una nazione

Il 30 dicembre 1896 viene eseguita dagli occupanti spagnoli la condanna a morte di José Rizal, patriota e scrittore nazionale filippino. Sarà l’inizio della rivoluzione. In questo contesto si muovono alcuni personaggi: Simoun e Isagani; Gregoria de Jesus che cerca disperatamente il corpo del padre della rivoluzione, Andres Bonifacio. E aleggia la figura mitica dell’eroe Bernardo Carpio e quella mitologica di Tikbalang/Engkanto, metà uomo e metà cavallo. [sinossi]
Solo tu, mia anima adorata, mia amata
Purezza incarnata, grande bellezza ineguagliata
Profumo squisito di un fiore puro
Dolce primavera di gioia e potere di ispirazione.
(dalla ballata Jocelynang Baliwang)

Come in altri film di Lav Diaz, anche in A Lullaby to the Sorrowful Mystery troviamo personaggi muniti di zappa o piccone, intenti a scavare nel terreno, a seppellire o disseppellire qualcosa; come le spoglie dei desaparecidos di Melancholia, o quelle delle vittime del disastro naturale di Death in the Land of Encantos. E in questo film quelle di Andres Bonifacio. Un discorso che vale anche per i due uomini in cerca di un tesoro in Florentina Hubaldo, cte, impegnati in un’estenuante opera di zappa e picozza per buona parte del film. Il cinema di Lav Diaz è un cinema dell’escavazione nella memoria di un paese dalla tormentata storia, un cinema del disseppellimento del rimosso di un paese, della riesumazione dei fantasmi del passato. In A Lullaby to the Sorrowful Mystery, presentato in concorso alla Berlinale, il cineasta torna più indietro nel tempo di quanto abbia mai fatto con le altre sue opere, ambientando gli eventi all’epoca della rivoluzione filippina del 1896-98, che liberò il paese dal giogo di trecento anni di dominazione spagnola. La scintilla a scatenare la rivolta partì dall’esecuzione del patriota José Rizal, decretata dagli occupanti iberici e messa in pratica per fucilazione il 30 dicembre 1896. Considerato il padre della nazione filippina, Rizal rappresenta una figura enorme, più volte richiamata nei film di Diaz fin da Hesus the Revolutionary, che assomma quelle nostre di Mazzini e Manzoni. Grande patriota e al contempo autore del romanzo nazionale Noli me tangere.

Lav Diaz decide di non visualizzare questa figura storica con il volto di un attore, e di lasciare la sua uccisione fuori campo. Il regista inquadra un ideale controcampo rappresentato dalla gente, perlopiù donne in lacrime, tenute a distanza da fucili impugnati da soldati, che danno la sensazione iniziale erronea che siano queste le persone che stanno per essere giustiziate. Si sentono urla di dolore e grida inneggianti l’impero spagnolo e al fatto che Rizal se la sia cercata. Non rappresentare direttamente un evento storico corrisponde alla concezione del regista della Storia, come espressa già in Evolution of a Filipino Family. La storia siamo noi, la storia non è quella dei protagonisti, ma quella della gente comune, quella subita da un popolo impotente. La storia non è univoca, anche in un momento di liberazione, e anche quando sono stati compiuti dei massacri, e Diaz farà sentire anche il punto di vista dell’occupante spagnolo, così come il crudele ufficiale Oshima dell’occupazione giapponese, evocato in Heremias, per alcuni altro non faceva che il suo dovere di suddito del suo imperatore. E la storia si ripete, come più volte detto in A Lullaby to the Sorrowful Mystery. Le Filippine ottengono l’indipendenza nel 1898, ma arriveranno poi l’occupazione giapponese con l’ufficiale Oshima, e quella americana, e la dura dittatura di Marcos con la legge marziale. Un paese che non sembra mai trovare pace, che sembra affetto da una malattia cronica. E il tema della malattia, come il supplizio ereditario di Florentina Hubaldo, torna ancora in A Lullaby to the Sorrowful Mystery: ferito e invalido è il personaggio di Simoun che deve essere portato su una specie di barella di vimini. Il paese si identifica, ancora, con la figura di una donna, Pepita, nella ballata diffusa tra i rivoluzionari, dal titolo Jocelynang Baliwang.

Si è detto del cinema di Lav Diaz come opera di scavo, di rinvenimento archeologico, di messa a nudo di una stratificazione. Lo è per la sua stessa filmografia: troviamo in A Lullaby to the Sorrowful Mystery gli equivalenti di tanti suoi personaggi, da Padre Tiburcio a Florentina Hubaldo, gli spiriti, i personaggi mitologici e leggendari. Lo è per il cinema filippino: la benedetta Vergine Maria di Colorum che sembra un’estensione della protagonista di Himala di Ishmael Bernal, film che già in West Side Avenue Diaz esibiva come proprio manifesto. Ma soprattutto Diaz scava alle radici stesse del cinematografo, rievocando l’invenzione dei Lumière che risale proprio all’epoca in cui avvengono i fatti del film e che viene definita dai personaggi come una fantastica invenzione che permette di dare vita a un mondo alternativo e differente. Diaz ripropone un cinemino delle attrazioni con un filmato stile Lumière che getta spavento nel pubblico, quando il personaggio ripreso si avvicina allo schermo e sembra fuoriuscirne, nello stesso effetto de L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat. Diaz fa scoccare ancora la scintilla fondativa della Settima Arte, il momento primario della genesi dell’illusione cinematografica. E il regista che sembra reinventare il cinema ex-novo, mettendo in discussione ogni elemento del linguaggio e delle convenzioni del cinema (a partire dalla durata), non ripropone un filmato dei Lumière ma ne crea uno inedito. Il filmmaker per cui il cinema è un crocevia di arti, letteratura, poesia, canzone, teatro, racconto orale, fino alla wellesiana arte del prestigiatore (tutti riproposti ancora in A Lullaby to the Sorrowful Mystery) fa seguire, sullo stesso schermo della proiezione, uno spettacolo d’ombre, di silhouette, che fa spaventare ancora di più il pubblico, che ora fugge terrorizzato. Il cinema e la caverna platonica, il trionfo dell’illusione.

Ancora il cinema di Diaz si legge come uno scavo: A Lullaby to the Sorrowful Mystery prefigura un sottosuolo abitato delle Filippine, una geologia carsica dove in una caverna segreta ha sede una setta religiosa, e in un’altra sarebbe imprigionato il mitico eroe del folklore Bernardo Carpio; dove un passaggio segreto, rivelato dalla doppiogiochista (altra figura che ritorna in Lav Diaz dopo From What Is Before) Caesaria all’esercito spagnolo, serve come cavallo di Troia per sgominare gli insorti. Gli antri nella montagna, ulteriori stoccaggi del rimosso di una nazione. Un ventre poroso che è pure attraversato da acqua, da fiumi sotterranei, mentre la ricerca dei cadaveri si interrompe davanti a un fiume, sotto cui non si può scavare. Ancora il cinema di Lav Diaz è immerso nella matericità, funziona nella conflagrazione degli elementi naturali. La casa in legno che prende fuoco davanti alle onde del mare, con il loro sciabordio incessante, la foresta che inghiotte tutto, immersa nella nebbia. Resi anche con effetti sonori notevoli. Otto ore di bianco e nero mesmerico, otto ore di bellezza.

Info
La scheda di A Lullaby to the Sorrowful Mystery sul sito della Berlinale.
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