L’uomo della Torre Eiffel

L’uomo della Torre Eiffel

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Uscita hollywoodiana del commissario Maigret, qui incarnato da Charles Laughton, L’uomo della Torre Eiffel è anche l’opera prima alla regia (e quasi unica) del glorioso Burgess Meredith, che dette il volto all’anziano allenatore Mickey nella saga di Rocky. In dvd per Sinister e CG.

A Parigi il commissario Maigret è chiamato a indagare sull’omicidio di un’anziana signora americana e della sua cameriera. Viene subito catturato e incarcerato un misero arrotino, Joseph Heurtin, ritrovatosi invischiato per caso nel delitto mentre tentava un furto in villa. Tuttavia si muove nell’ombra un oscuro macchinatore, il boemo Johann Radek, che imbastisce col commissario una sottile sfida d’intelligenza… [sinossi]

Pare che Georges Simenon, creatore belga di un mito francese, non amasse molto il commissario Maigret incarnato da Charles Laughton. Nella sua lista personale di preferenze per gli attori che dettero vita in vari formati di schermo al suo celeberrimo personaggio, Laughton si piazza infatti nelle ultime posizioni, surclassato da una schiera di attori francesi o francofoni, tra i quali anche Jean Gabin e Michel Simon.
In effetti L’uomo della Torre Eiffel (1949) si profila come un “pezzo unico” nella collezione di uscite cinematografiche del popolare commissario, data la sua natura di produzione americana d’impronta fortemente anglosassone. È l’unica occasione in cui Hollywood ha cercato di far sua la figura di Maigret al cinema, collocandosi in una via mediana tra le proprie regole e il rispetto della fonte. Il film si configura in realtà come pezzo unico per più ragioni, dal momento che si tratta anche dell’opera prima come regista di Burgess Meredith, che in una lunga carriera d’attore si concesse alla regia cinematografica solo in due occasioni molto distanziate nel tempo.
Più conosciuto da anziano per il noto personaggio dell’allenatore Mickey in Rocky (1976), Meredith ha avuto in realtà un corposo percorso artistico che si avvia negli anni Trenta per proseguire lungo circa sessant’anni d’attività tra cinema, teatro e tv, attraversando anche un complicato periodo d’oscuramento per via delle famigerate black list della commissione McCarthy (come molti altri nel mondo del cinema, anche Meredith fu sospettato di simpatie comuniste).

L’esordio alla regia con L’uomo della Torre Eiffel è ambizioso e umile al contempo; da un lato Meredith decide di confrontarsi con una saga letteraria di grande successo, dall’altro vi partecipa anche in qualità d’attore ma riservando a se stesso un personaggio secondario, fondamentale nell’economia del racconto eppure non centrale e nemmeno troppo presente in scena. Le luci sono puntate infatti sul gustoso personaggio di Maigret ma, quasi a un livello di pari importanza, anche sul suo contraltare, un viscido assassino manipolatore (incarnato da Franchot Tone) che a poco a poco assurge a co-protagonista, anzi a persecutorio fiancheggiatore del commissario.
Il romanzo ispiratore è “La tête d’un homme”, che ha conosciuto titoli assai variabili nelle varie traduzioni di epoche diverse (nei titoli di testa del film è presentato come “A Battle of Nerves”) e che già nel 1933 aveva avuto una versione cinematografica a opera di Julien Duvivier; si tratta di un giallo dalla struttura originale, che conserva il whodunit fino a metà per poi tradursi in una sfida di intelligenze tra il commissario e l’assassino ormai noto a tutti. Indagando sull’assassinio di un’anziana signora americana e della sua cameriera, Maigret s’imbatte prima in un misero arrotino, Joseph Heurtin (impersonato dallo stesso Meredith), che si è trovato invischiato per caso nell’omicidio mentre stava tentando un furto in villa. Poi la sua attenzione è catturata da un bizzarro figuro, Johann Radek, elegante damerino boemo che con sprezzo delle regole non paga i conti in lussuosi ristoranti e denigra le autorità. Da quel momento Radek si affianca a Maigret conducendo in qualche modo le indagini su se stesso, inquinando le piste e creandone platealmente di false, in un gioco conclamato con la polizia e i suoi metodi. Per Maigret la sfida diventa dunque trovare il modo d’incastrare un assassino tanto arrogante e spavaldo da uscire volutamente allo scoperto.

Non è dato sapere per quali ragioni Simenon non avesse apprezzato l’interpretazione di Charles Laughton, ma è probabile che in ciò avesse influito il tentativo di appropriazione di un sistema culturale “altro” rispetto al contesto originario della fonte. Il Maigret di Laughton non sembra in realtà neanche troppo “traditore” rispetto allo spirito del personaggio, ma è altrettanto evidente l’intenzione di appiattire il commissario secondo tratti fortemente tipizzanti, a cominciare dalla sardonica corpulenza di un uomo di legge, lento, anziano e fuori forma ma grande conoscitore della natura umana, in funzione di una consueta prova compiaciuta e istrionica da parte di Charles Laughton.
Ne L’uomo della Torre Eiffel non si scava molto nel personaggio Maigret, non lo si illumina sotto luci mutevoli e problematiche, bensì lo si riduce più o meno a veicolo-funzione narrativa di un racconto di detection. O meglio, lo si inscrive in un contesto diverso e in rapporti di forza col personaggio di Radek nell’ottica di una sfida tra ingegni sottili, in uno scenario di ambigue moralità meno univoco del solito per gli standard hollywoodiani. Se da un lato Radek è il male, dall’altro Maigret è il rappresentante di un bene disincantato. Tuttavia, da metà del racconto in poi Maigret è in parte oscurato dal bel tratteggio riservato a Radek, figura narrata con approccio sorprendentemente moderno.
Benché mosso da un proprio tornaconto, Radek si profila in realtà come un elegante psicopatico che persegue il male come sfida autoreferenziale, come messa in atto della propria intelligenza in sprezzo alle leggi costituite. Più un nevrotico affetto da superomismo che un avventuriero affidato a una vita di espedienti. Tutto ciò è proiettato in una macrostruttura che si affida alla detection e al tipico dinamismo hollywoodiano con ricorrenti scene d’azione e inseguimento.

Tra una fuga di Heurtin dal carcere e una figura che scappa dal luogo del delitto, L’uomo della Torre Eiffel è caratterizzato da continue peripezie e sequenze di chase, ben calibrate da un rapido montaggio spesso costruito su angoli misteriosi e porte che si aprono e chiudono dietro all’ennesimo fuggitivo. In tal senso il film sembra compiere un atto di appropriazione industriale secondo le leggi dello spettacolo americano nei confronti di una fonte letteraria dai ritmi narrativi originariamente diversi. A questo vanno aggiunti un utilizzo enfatico e incessante del commento musicale, a tratti decisamente invadente, e un approccio alle meraviglie di Parigi parzialmente turistico e mostrativo, che si esplica subito a chiare lettere con l’inserimento della città tra i protagonisti nei titoli di testa (i nomi degli attori si chiudono con un plateale “And the City of Paris”). A tale scopo concorre in modo decisivo l’utilizzo del colore, affidato al vecchio procedimento Ansco Color e chiamato ad esaltare in tutta la loro meraviglia cartolinesca le bellezze di Parigi e soprattutto la Torre Eiffel, massima espressione d’identità nazionale per gli occhi di assonnati americani. In ultimo, tutto il film è ovviamente parlato in inglese, benché i personaggi si muovano dalla Torre a Pigalle, all’Arc de Triomphe, al leggendario Deux Magots.

A tale armamentario espressivo grossier servito a uso e consumo del contadino dello Iowa che non è mai arrivato neanche a New York, Meredith mette poderosi argini grazie a ottime scelte stilistiche, riducendo in parte la portata mostrativa del film probabilmente voluta dai committenti della RKO. Secondo scelte volenterosamente wellesiane, Meredith scandisce il suo film di inquadrature dalla prospettiva esasperata, puntando spesso su eccessivi punti di fuga e oggetti-schermo in primo piano. Il frame spesso si stringe intorno ai personaggi perseguendo accenti d’angoscia espressiva specialmente nel progressivo sovrapporsi delle due figure di Maigret e Radek, mentre in altri casi la macchina da presa è piazzata in impensabili punti di vista ribassati.
In pratica L’uomo della Torre Eiffel sembra contaminare produttivamente il linguaggio del noir americano anni Quaranta con la squillanza della fotografia a colori per lo più in pieno giorno, applicandolo a una materia originaria decisamente distante per orizzonte culturale e sostanza narrativa. Meredith piega saggiamente alle proprie intenzioni espressive anche le riprese della Torre Eiffel in cui si svolge il lungo epilogo, ampiamente preannunciato fin dalle prime battute e dal singolare rapporto che Radek mantiene nei suoi confronti. Prima oggetto mostrativo, poi luogo della paura e della vertigine, a poco a poco la torre è indagata nei suoi tetri risvolti di luogo dell’onnipotenza e del terrore. Nella serie d’inquadrature dedicatele lungo il film la torre perde gradualmente la propria integrità, per chiudere poi nel finale con una sequenza fatta di dettagli finalizzati alla vertigine e al fiato sospeso. Una regia solida e inventiva salva quindi il film dalla prevedibilità della trasposizione letteraria rapidamente adattata alle esigenze del pubblico anglosassone.

A fronte di tutto questo va comunque detto che la copia adesso editata in dvd non rende giustizia al film. Troppo rovinata sotto tutti gli aspetti, tale versione riduce ampie porzioni dell’opera ai limiti dell’intelligibilità; se da un lato si avverte il fascino di vedere i veri segni d’invecchiamento della pellicola, dall’altro non si può accettare una qualità video del tutto irrispettosa della densità cromatica o praticamente infruibile nelle sequenze troppo scure. È necessario insomma un ampio e accurato restauro per poter dare una valutazione ancor più esaustiva a uno dei pochi cimenti registici del buon Mickey, fidato amico di Rocky.

Extra
Life of Charles Laughton (speciale di 44′ 24”, inglese sottotitolato in italiano), galleria fotografica.
Info
La scheda di L’uomo della Torre Eiffel sul sito della CG Entertainment.
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