La telenovela errante

La telenovela errante

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Raúl Ruiz torna a vivere con un’opera datata 1990, a suo tempo inconclusa e lasciata nel cassetto. Ritrovato e reintegrato ora dalla moglie Valeria Sarmiento, La telenovela errante è presentato al Locarno Festival in concorso. Un ritratto impietoso del Cile uscito dalla dittatura.

Genealogia della soap

Il film è imperniato sul concetto di telenovela e strutturato sul presupposto che la realtà cilena non esiste, ma è un collage di soap. Ci sono quattro province audiovisive e si teme la guerra fra fazioni. I problemi politici ed economici sono immersi in una gelatina di fiction e divisi in episodi serali. [sinossi]

Nel 1990 Raúl Ruiz organizzò un workshop con alcune figure della scena culturale cilena, giornalisti, attori, tecnici del cinema e spettatori semplici. Il risultato avrebbe dovuto essere un film dal titolo La telenovela errante. Ma il lavoro si interruppe per mancanza di finanziamenti e il materiale rimase depositato senza che venissero completatati montaggio e postproduzione. Solo ora la regista Valeria Sarmiento ci ha messo mano, recuperando i negativi e aggiungendo del nuovo girato, portando a termine il lavoro rimasto in sospeso per molti anni. La telenovela errante viene presentato postumo, in concorso, al Locarno Festival. Si tratta del 121° film di Raúl Ruiz. E, a inquadrare l’omaggio al regista venuto a mancare nel 2011, delle immagini del set del film sono usate per incorniciarlo, all’inizio e alla fine.
Nel 1990 il Cile esce dall’incubo della dittatura feroce di Pinochet, e avvia moderatamente riforme democratiche. Raul Ruiz torna dall’esilio parigino. Ma il nuovo assetto del paese non gli impedisce di buttare nel tritacarne del suo acuto sarcasmo anche la nuova classe politica. A partire dalla prima scena, un corteggiamento, dove la donna si concederebbe al goffo Don Giovanni anche in base alle sue idee politiche, che lui dichiara quindi come socialiste. Se quello di Pinochet è stato lo stupro di un popolo, una larga fetta del quale ha comunque appoggiato il generale golpista, ora la nuova classe politica in un contesto democratico, ha bisogno di sedurre anche ricorrendo a falsificazioni o raggiri, come mostrare muscoli finti, che in realtà sono qualcos’altro. Uno dei momenti surreali, buñueliani, uno di quei colpi degni dell’eccentrico regista, vede il cascamorto socialista esibire i muscoli, in realtà un paio di bistecche perché in effetti la carne che mangiamo proviene dai muscoli. La realtà cilena è una telenovela infinita. E la telenovela rappresenta il quarto potere, come dice il personaggio in cabina di regia.

Paradossalmente, date le lunghezze e le narrazioni sterminate di questo tipo di prodotto televisivo popolare, Valeria Sarmiento condensa il materiale in un film di un’ora e venti. I personaggi si moltiplicano, si passano velocemente il testimone l’uno con l’altro come in una staffetta. A due seduti su poltrone o attorno a un tavolino se ne aggiunge improvvisamente un terzo. E ovunque compaiono schermi televisivi di apparecchi che oggi appaiono vintage. I televisori con l’antenna, con i display con tanti canali, quasi a costituire delle cornici decorative delle immagini che contengono. Scene di programmi popolari e trash che riflettono specularmente il film che a sua volta vuole essere specchio della società e della classe politica cilena. Scene da B-movie come quella di due personaggi che corrono in una macchina che è invece palesemente ferma, come del resto si faceva nel cinema una volta, con la mdp che oscilla in continuazione tra i due passeggeri.
“La gente ci guarda” dice varie volte la ragazza che è oggetto del corteggiamento di un uomo, nel primo episodio del film. Si tratta della consapevolezza metalinguistica di essere visti, dell’esistenza di un pubblico. Cosa su cui il film giocherà ancora altre volte. Con personaggi che guardano in camera, mentre parlano proprio di telenovele. Con personaggi iscritti nel quadro televisivo ancora consapevoli di questo quadro che diventa come una scatola cinese. Con personaggi in un programma televisivo che guardano a loro volta in tv proprio una telenovela, con un principio di mise en abyme. Con sovrapposizioni di figure tanto in televisione quanto fuori dallo schermo catodico, con schermi televisivi ribaltati. E il passaggio dalla televisione alla realtà, dal piccolo al grande schermo, è demarcato da un viraggio di colore. Una differenza forse c’è.

Nella tradizione dei regimi autoritari, come i tanti dell’America Latina, la cultura popolare ha la funzione di distrarre e ammansire il popolo, com’era durante il Fascismo il cinema dei telefoni bianchi. Ragionevole che lo stesso discorso si applichi per le telenovele, popolarissimo genere sudamericano. Ma in La telenovela errante si ribalta il tutto e le soap riflettono per contro, come in uno specchio della vacuità di un paese.

Info
La telenovela errante, la scheda sul sito del festival di Locarno.
Il trailer di La telenovela errante su Youtube.
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