Hypnotized

Hypnotized

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Presentato in concorso al Torino Film Festival, Hypnotized accumula sequenza dopo sequenza difetti, incongruenze e imperdonabili tentennamenti estetico-narrativi. Il lungometraggio diretto da Kim In-sik cerca di abbracciare un po’ tutti i generi, regalando momenti erotici gratuiti e impreviste impennate splatter piuttosto risibili. Non è un caso di felice contaminazione di generi. Tutt’altro.

Non sempre il sole sorge a Oriente

L’aspirante scrittrice Ju-su soffre di gravissimi disturbi della personalità. Il suo matrimonio e la sua stessa vita sono a rischio. Il ricovero in ospedale e l’aiuto del giovane psichiatra Suk-won sembrano l’unica soluzione. Ma Eros, Thanatos e allucinazioni… [sinossi]

Korea mon amour. Il cinema coreano recente (1999-2004), dopo aver furoreggiato in patria, ha cominciato a occupare e conquistare i maggiori festival internazionali con riconoscimenti sempre più prestigiosi. I nomi di Kim Ki-duk e Park Chan-wok sono oramai parte integrante dell’immaginario festivaliero, critico e cinefilo. Ripercorrendo questi ultimi anni, ci si imbatte in numerosi titoli di sicuro valore: Sympathy for Mr. Vengeance, Friend, My Beautiful Girl, Mari, Joint Security Area, Guns & Talks, Bad Guy, 3-Iron e via discorrendo. Come sempre accade, c’è anche il rovescio della medaglia. Un dazio da pagare. Tra tanta qualità, le note stonate, come Tube e Phone, entrambi approdati in Italia e – ahinoi – Hypnotized (Eolguleopeun minyeo).

Tanto elevate sono le attese, tanto è poderoso lo schianto. Nonostante una confezione che conferma l’invidiabile livello tecnico dell’industria dei sogni sudcoreana, Hypnotized è un film che accumula sequenza dopo sequenza difetti, incongruenze e imperdonabili tentennamenti estetico-narrativi. Il lungometraggio diretto da Kim In-sik (Rotu Mopi, 2001) cerca di abbracciare un po’ tutti i generi, regalando momenti erotici gratuiti e impreviste impennate splatter piuttosto risibili. Non è un caso di felice contaminazione di generi. Tutt’altro.
Il timore di un pasticcio patinato comincia a insinuarsi già dalla prima sequenza, persino intrigante, ma che appartiene a quella categoria di incipit che fanno temere per il prosieguo della visione: l’immagine riflessa/deformata di un volto sull’acqua, una voce narrante, una musica inquietante, una ragazza (Ju-su, la procace protagonista) che si rivela essere l’autrice di questa visione, degli oggetti che iniziano a fluttuare nella stanza e un finale sanguinolento, di cocci e ferite. Preso atto del grave disturbo della personalità che affligge la disinibita – potremmo aggiungere provocante, sensuale, impudica e generosa, tanto per utilizzare un aggettivo ad hoc per ogni ingiustificata scena di nudo – protagonista, e intuito l’orientamento narrativo (sovrapposizione tra realtà e allucinazione), ci si predispone a un’arrendevole sospensione della verosimiglianza.

Anche l’arrendevolezza, come la sospensione della verosimiglianza, ha i suoi limiti. Detto dell’eccessivo e disturbante ripetersi di scene hard (quella della doccia è imperdonabile e non tanto lontana dai pruriginosi sguardi dal buco della serratura dei vari Alvaro Vitali e compagnia), a stonare vistosamente è l’inutile complicarsi della struttura narrativa. Un infruttuoso groviglio di realtà, sogni, incubi, flashback, storie sovrapposte e personaggi buttati lì. Autore anche del soggetto e della sceneggiatura, Kim In-sik gioca di accumulo estetico e narrativo. Mischia/imbroglia le carte e cerca movimenti di macchina, inquadrature e ogni ghiribizzo stilistico possibile. Siamo ben lontani dalle atmosfere rarefatte di The Uninvited, l’asettico terror-dramma diretto da Lee Su-yeon, capace di districarsi con ammirevole equilibrio tra realtà e allucinazione e di instillarci un duraturo senso di angoscia e inevitabile tragedia.
L’inesorabile e prevedibile crollo mentale dell’amante/psichiatra, travolto da un’insana passione e da terribili ricordi e sensi di colpa, accompagna lo spettatore fino alla truculenta conclusione. Il momento più basso di Hypnotized, in cui Kim In-sik rilancia il tema realtà/allucinazione, adesso riversato sul povero psichiatra. Ju-su è, adesso e contemporaneamente, fantasma, allucinazione, cadavere fatto in mille pezzi e cadavere-che-cammina-diviso-in-due.

L’arrendevolezza e la sospensione della verosimiglianza svaniscono del tutto, mentre il rumore dei passi di Ju-su annuncia un suo enigmatico materializzarsi. Ricordo insostenibile o fantasma vendicativo? Mentre le porte dell’ascensore si chiudono lentamente sul suo volto, ci rimane solamente il ricordo delle scale sonore, simpatica trovata narrativa. E la consapevolezza che anche l’amato cinema sudcoreano non è infallibile. Non sempre il sole sorge a Oriente.

Info
La scheda di Hypnotized sul sito del TFF.
La scheda di Hypnotized sul sito del Kofic.
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