The Valiant Ones

The Valiant Ones

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All’interno della ricca selezione della retrospettiva “Storia segreta del cinema asiatico” è stato possibile recuperare anche The Valiant Ones, gemma semi-sconosciuta di King Hu, padre del wuxia moderno. Alla Mostra del Cinema di Venezia 2005.

Il giapponese volante

Un imperatore il cui potere si è notevolmente indebolito nomina un ufficiale in cui ripone la massima fiducia per affrontare il problema delle bande di pirati sino-giapponesi che si dedicano al saccheggio della costa sud della Cina; il funzionario assembla una squadra di contadini e intellettuali, e prepara una guerra interamente basata sulla strategia, evitando le battaglie campali. [sinossi]

Se dovessimo scovare il vero ruolo di King Hu all’interno della storia del cinema mondiale, probabilmente escluderemmo sia il termine maestro, vista l’assoluta mancanza di accademia nel percorso che il cineasta cinese delinea, sia il pleonastico e sostanzialmente vuoto genio. In realtà dietro la perfetta architettura fantastica e avventurosa portata avanti con pervicacia e coerenza dal regista sia nelle sue produzioni hongkonghesi che in quelle taiwanesi si nasconde la mente di un perfetto equilibrista, in grado di muoversi su un territorio spinoso – in quanto standardizzato, prassi creata tra gli altri proprio da Hu – senza mai inciampare, con la grazia che contraddistingue le evoluzioni acrobatiche dei suoi protagonisti.
La dimostrazione palese di quanto appena affermato è apparsa, fantasmatica e suadente, sugli schermi del Lido di Venezia, con le immagini di Ritratto di patrioti e martiri (titolo italiano con cui è stato presentato alla Mostra, in vece dell’internazionale The Valiant Ones, utilizzato solitamente per tradurre l’originale 忠烈圖, vale a dire Zhonglie tu), inserito da Marco Müller nella ricca selezione della retrospettiva sulla “storia segreta del cinema asiatico”.

Se la sinossi, letta all’interno delle dinamiche abituali del wuxia, si dimostra avara di particolari sorprese è interessante riuscire a riscontrare nelle dinamiche della messa in scena alcuni dei punti fermi della cinematografia di Hu, primo fra tutti la creazione di un non-luogo, indispensabile nella sua funzione di punto di incontro/scontro tra i personaggi. Non potendo fare affidamento sulla locanda, che svolgeva il ruolo di punto cardine nei vari Come Drink with Me e Dragon Inn, King Hu si rifugia (letteralmente) nella foresta – ma non di bambù come nel capolavoro A Touch of Zen – La fanciulla cavaliere errante –, che nella sua accezione classica di perdita dei più basilari riferimenti spaziali è perfetta per accentuare l’importanza della strategia rispetto all’utilizzo della forza bruta all’interno della vicenda.
Strategia stratificata, con le opposte fazioni impegnate in una guerra d’intelletto prima ancora che di armi. Eppure lo scontro fisico non può essere evitato in eterno, ed è nel momento in cui prende il sopravvento l’agone che (come era lecito aspettarsi) The Valiant Ones deflagra completamente; la lunga sequenza che vede Wu e consorte in “prova” al nemico è strabiliante, ma nulla riesce a eguagliare la lunga e stratificata battaglia finale, dove la gravità evade dalle sue gabbie fisiche e il montaggio si fa sincopato, onirico, teso alla scomposizione definitiva del senso di spazio e tempo. Per concludersi con un improvviso ribaltamento delle parti e la sconfitta dei buoni, sorpresa narrativa che equivale alla più classica ciliegina sulla torta.
Meno noto tra i grandi classici del cinema di King Hu, The Valiant Ones è un gioiello (semi) perduto; riscoprirlo a Venezia, nei primi anni del Terzo Millennio, conferma la statura acquisita dalla Mostra con l’avvento alla direzione artistica di Marco Müller.

Info
Una sequenza tratta da The Valiant Ones.
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