I Love Shopping

I Love Shopping

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Più che le loro vicende, è il terreno su cui si muovono i personaggi di I Love Shopping a interessarci maggiormente. Tutto è davvero astratto (oggi più che mai), come ci racconta con la sua semplicità Rebecca Blomwood quando parla delle carte di credito e di un sistema che campa di queste astrazioni. Un sistema che dando ormai per disperati i cittadini consumatori, spopola di consulenti e di riviste finanziare che parlano a tutti, anche alla casalinghe, usando il sacro verbo del risparmio.

Produci, consuma, spreca

Rebecca Blomwood é una maniaca dello shopping, tanto presa dal vizio delle compere, che il suo lavoro non le garantisce uno stipendio adeguato a mantenere le sue abitudini. Decide allora di cercarne uno più remunerativo, ma per uno strano scherzo del destino, trova un posto come giornalista per un quotidiano economico, dove si occuperà di una rubrica che consiglia come investire i propri soldi… Riuscirà ad essere all’altezza della situazione? [sinossi]

Ci sono cose nella vita quotidiana che ormai appaiono così assodate e normali che non ci si chiede più come siano cominciate, neanche fossero lì dalla notte dei tempi. Presi dallo schiribizzo di capire sia se ci fosse qualcosa di realmente clinico e documentato in questa shopping-manìa o, per dirla alla P.J. Hogan, il fenomeno degli shopaholic (il titolo originale di I Love Shopping è appunto Confessions of a shopaholic), cioè dei compratori compulsivi, sia di carpire un significato enciclopedico della parola stessa che l’America ci ha donato (oltre alle sue marche), abbiamo iniziato una semplice ricerca su internet, ma in breve una ragnatela di shopping online, siti da cui comprare ogni cosa, ci ha sbarrato la strada. Il libro stesso – già bestseller – di Sophie Kinsella da cui deriva il film era una delle offerte possibili. Sembra che lo shopping sia un qualcosa che si autoproduce trasformandosi sempre in forme nuove, più veloce in genere dello stesso consumatore che di volta in volta si adegua reificandosi. Ciò in parte si conferma in modo intelligente per la Kinsella, che ci presenta la fame di compere come cosa astratta, mentale, emotiva; una pulsione erotica e feticista per cui sin dall’inizio appare chiaro che se ci sarà l’ostacolo all’amore, tipico di ogni commedia, stavolta sarà il desiderio perverso di vestiario a contrastare l’attrazione (molto romantica e meno erotica) verso il belloccio ma poco alla moda Hugh Dancy.

Non siamo comunque sulle ali di una critica al consumismo, tutto è visto come una simpatica malattia fatta di gag più o meno riuscite, dove la brava, svampita e imbranata (e bella) Isla Fisher (ma davvero tutto il cast, come nelle buone commedie, se la cava egregiamente) riesce a rendere simpatico e perdonabile il suo grave difetto, neanche fosse sul serio un gene che abbiamo dentro e non dobbiamo nascondere. Il tutto sicuramente è un po’ banale e piuttosto stereotipato, ma d’altronde si parla di moda, conformismo e apparenza. Semmai si pecca nello strizzare l’occhio allo spettatore, quando si indicano in svampite e gay i clienti più compulsivi, con corollario di scenette da comunità simil-alcolisti anonimi annesse seppur, bisogna ammetterlo, a sprazzi divertenti.

Più che le loro vicende, è il terreno dove si muovono i personaggi a interessare maggiormente. Tutto è davvero astratto (oggi più che mai), come ci racconta con la sua semplicità Rebecca Blomwood quando parla delle carte di credito e di un sistema che campa di queste astrazioni. Un sistema che dando ormai per disperati i cittadini consumatori, spopola di consulenti e di riviste finanziare che parlano a tutti, anche alla casalinghe, usando il sacro verbo del risparmio; l’invenzione della salvezza anticrisi per l’abbigliamento, ovvero i saldi, che però fanno ripiombare ancor più il conto in rosso; il mondo della moda, dal quale Hogan sicuramente rimane attratto ma senza farsi conquistare nello stile da eccessi di colori o di patina, prendendone le distanze anche dal punto di vista morale; infine l’arma letale della carta di credito, ultimo stadio dopo il denaro liquido ormai reso invisibile.

Credito e debito imperversano e con loro machiavellici esattori, mai domi contro le strategie di fuga dei debitori (eccellente nel suo ruolo Robert Stanton). Debito che facendo rima con crisi è la parola ormai sulla bocca di tutti, politici e non, e la stessa protagonista prenderà in modo un po’ scontato la sua lezione di umanità dal papà poco avvezzo alle camicie firmate, un grande John Goodman che le dice di tirarsi su “perché anche l’America è indebitata ma tutto sommato va avanti”. Sono parole che non a caso escono fuori in questo periodo storico, e come già in Yes Man anche in I Love Shopping si respira un ottimismo di stampo obamiano. In un momento in cui gli americani sono finalmente consapevoli della crisi economica non vorremmo si facesse troppa strada nel cinema una retorica del finché c’è crisi c’è speranza, intesa come speranza di continuare a spendere spendere e ancora spendere.

Info
Il trailer di I Love Shopping.
I Love Shopping sul canale Film su YouTube.
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