Kimmy Dora

Kimmy Dora

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Kimmy Dora non aggiunge nulla allo stile sperimentato dalla regista filippina Joyce Bernal nel corso degli anni, ma sapere di poter ancora una volta contare sulla gentile spensieratezza del suo cinema è una medicina più forte di qualsiasi tranquillante. Al Far East 2010.

Come due gocce d’acqua

Kimmy e Dora sono due gemelle identiche ma diverse come la notte e il giorno. Kimmy è intelligente e dal carattere forte, Dora è quella tranquilla e silenziosa. Kimmy è sempre stata gelosa di sua sorella perchè Johnson, il ragazzo che le piace, ha occhi solo per Dora. Quando loro padre ha un attacco di cuore, Dora diventa la proprietaria dei beni di famiglia. Kimmy pensa che questo sia ingiusto e chiede aiuto al loro avvocato Harry per prendersene cura lei. Per colpa di un equivoco viene portato avanti un piano per uccidere Dora, ma nel frattempo viene rapita Kimmy. [sinossi]
House is beautiful
Office is big
and Bank is very nice
Dora che finge di essere Kimmy

A prima vista un film come Kimmy Dora potrebbe essere facilmente considerato “solo” l’ennesima incursione nell’universo della commedia di Joyce Bernal; e in effetti cosa vi è di diverso nella trama e la messa in scena di questo ultimo film rispetto alle atmosfere respirate nel corso degli anni in Mr. Suave, D’anothers o Agent X44? Eppure, ad avere la voglia di andare a scavare maggiormente in profondità, ci potrebbe essere l’opportunità di scoprire un dettaglio di non secondaria importanza. La casa di produzione di Kimmy Dora è infatti la neonata e indipendente Spring Films, venuta alla luce con il desiderio di combattere le major che da sempre si spartiscono gli incassi cinematografici in quel di Manila: le armi usate in vista di questo scontro? Le stesse del cinema mainstream, tanto che Kimmy Dora può vantare, oltre alla regia della Bernal (che ha sempre fatto sfracelli ai botteghini locali), la sceneggiatura di Chris Martinez (le frecce più appuntite nella sua faretra si intitolano Bridal Shower di Jeffrey Jeturian e Sukob e Caregiver, entrambi successi di pubblico firmati dal prolifico Chito S. Roño), la produzione di un vecchio marpione come Piolo Pascual e l’interpretazione di Eugene Domingo, volto noto in patria soprattutto per le sue numerose apparizioni televisive. Insomma, una tecnica inusuale in una cinematografia che ha sempre posto paletti molto ben definiti tra chi opera all’interno del mercato, agendo sulla scia di una visione industriale della settima arte (i già citati Jeturian e Roño, ma anche alcune opere di Erik Matti, tra gli altri), e chi invece si faceva beffe dell’incasso puntando su una messa in scena di stampo prettamente autoriale (Lav Diaz, Brillante Mendoza, Raya Martin, il giovanissimo Pepe Diokno di Engkwentro) tutti ideali figli e nipoti di maestri come Lino Brocka e Mario O’Hara), per non parlare di veri e propri eremiti dediti all’autoproduzione libera e selvaggia come Rico Maria Ilarde. Insomma, un’operazione pari a quella portata a termine con Kimmy Dora è una novità non di poco conto per quel che concerne la storia recente del cinema filippino, e visto il clamoroso successo di pubblico registrato in patria potrebbe rappresentare un punto di snodo fondamentale per le produzioni degli anni a venire. Ma su questo aspetto ci sarà modo di ritornare in futuro.

Al di là di speculazioni varie ed eventuali su quel che succederà nell’industria di Manila in seguito al successo economico di Kimmy Dora – quarto incasso assoluto del 2009 nell’arcipelago – è giusto far notare come l’opera rientri alla perfezione nella poetica bernaliana: una commedia briosa, che non disdegna la battuta di grana grossa e lavora fino alle estreme conseguenze sulla fisicità degli attori scelti per la bisogna.In questo senso va particolarmente applaudita la scelta di affidarsi alle morbide rotondità della Domingo, che da parte sua si diverte un mondo a portare in scena tanto la mansueta naiveté di Dora quanto, soprattutto, l’arcigna postura dittatoriale di Kimmy. La sequenza in cui Dora deve fingere al padre di essere entrambe le sorelle raggiunge vertici di divertimento davvero non indifferenti, grazie alla straordinaria mimica facciale dell’interprete. Rispetto a opere precedenti della stessa cineasta, c’è da notare come al progetto giovi lo script di Martinez: se nel passato una delle pecche principali imputabili alla regista era senza dubbio quello di non saper dosare sempre con lungimiranza gli ingredienti dei suoi film, finendo dunque per esagerare e tirare troppo la corda, Kimmy Dora, che pure forse non annovera i gag più fragorosi del cinema della Bernal (si pensi, in particolare, ad alcune bordate comiche del delirante Mr. Suave), mette in mostra una compattezza invidiabile.

Nessuno griderà al miracolo, e Kimmy Dora (che non disdegna anche citazioni a dir poco alte, con Kimmy che à la Caino dichiara “sono forse la custode di mia sorella?”) non aggiunge nulla allo stile sperimentato dalla Bernal nel corso degli anni, ma sapere di poter ancora una volta contare sulla gentile spensieratezza del suo cinema è una medicina più forte di qualsiasi tranquillante.

Info
Il trailer di Kimmy Dora.

  • kimmy-dora-2009-joyce-bernal-01.jpg

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