Far East 2010 – Bilancio

Far East 2010 – Bilancio

Il Far East 2010, dodicesima edizione della kermesse udinese dedicata alla produzione cinematografica popolare dell’estremo oriente e del sud-est asiatico, è riuscita a confermare tutte le proprie peculiari qualità nonostante una serie di ostacoli trovati lungo il percorso, non ultimo l’eruzione di un vulcano.

Nove giorni di programmazione, nove cinematografie ospitate, settantadue film in palinsesto (compresi quelli inseriti nelle due retrospettive, dedicate alla Shintoho e al cinema di Patrick Lung Kong) suddivisi in due sale. Questi i numeri di base su cui ha potuto contare il Far East 2010, dodicesima edizione del più importante evento europeo dedicato al cinema popolare dell’estremo oriente e del sud-est asiatico; un’edizione che, dopo essersi vista ridurre il budget iniziale e aver denunciato (insieme ad altre realtà territoriali) il pericolo dell’impoverimento dell’offerta cinematografica in Friuli Venezia-Giulia, ha dovuto affrontare anche l’effetto domino provocato dall’esplosione del vulcano Eyjafjallajökul in Islanda. Le problematiche legate al traffico aereo nei giorni immediatamente seguenti al cataclisma naturale hanno infatti colpito il Far East 2010 in uno dei punti nevralgici che da sempre l’hanno accompagnato, vale a dire la presenza degli autori dei film selezionati: Yoshihiro Nakamura, tanto per citare un nome, ha disertato la presentazione del suo bel Golden Slumber, riparando parzialmente con l’invio di un biglietto di scuse in cui assicurava la sua presenza nel corso della prossima edizione.

Proprio il particolare e pressoché irripetibile ostacolo edificato dal sommovimento vulcanico permette di puntare l’accento una volta in più sulla macchina organizzativa messa in piedi nel corso di un decennio e qualcosa di più dallo staff del festival: certo, le ristrettezze economiche sono apparse in alcuni casi evidenti ai frequentatori assidui della kermesse, e allo stesso tempo non è stato possibile evitare determinati dissesti e ritardi. Eppure, se ancora una volta si torna a casa con la soddisfazione di aver preso parte a un evento che non ha eguali sul territorio nazionale, il merito non può che essere di Sabrina Baracetti e del suo entourage. Dopotutto, a fronte di tanti festival che si autodefiniscono in modo a dir poco improvvido e pomposo “popolari”, salvo poi essere smentiti dalla realtà dei fatti, il Far East può contare su un pubblico rafforzatosi e consolidatosi nel corso del tempo: la splendida cornice del Teatro Nuovo Giovanni da Udine ha raggiunto in ben più di un’occasione il tutto esaurito, con il pubblico stipato fino alla terza galleria, e non solo durante le soirée. Una dimostrazione palese di aderenza al territorio circostante che dovrebbe essere analizzata con cura e valorizzata nelle sedi appropriate, anche perché rappresenta un’anomalia di non poco conto rispetto alla maggior parte delle realtà festivaliere disseminata lungo la penisola. In quale altro luogo è infatti possibile osservare intere famiglie mettersi pazientemente in fila con il loro biglietto per poter assistere a una commedia giapponese, piuttosto che a un action hongkonghese o a un thriller sudcoreano, tra l’altro in lingua originale sottotitolati in inglese (con l’italiano, per chi vuole, disponibile solo in cuffia)? La verità è che il Far East, pur con tutte le limitazioni che gli si possono porre, rimane un’oasi culturale da difendere a spada tratta, preservandola da ipotesi meticciate, modifiche o, ipotesi ancor più estrema, sparizioni.

Anche perché l’edizione 2010 ha messo in evidenza un lavoro di selezione ancora una volta decisamente accurato: sarà forse mancato il titolo ammazza-festival, come potevano essere stati in passato i vari Ichi the Killer, Bad Guy, Simpathy for Mr. Vengeance, Linda Linda Linda e via discorrendo, ma la qualità media delle pellicole giunte alle pendici del Carso si è dimostrata senza dubbio elevata. Certo, non tutto è apparso inappuntabile (si prendano operazioni a dir poco discutibili quali Who Are You?, evitabile horror thai in odor di hikikomori, la stanca commedia cinese con l’occhio rivolto a Hollywood Sophie’s Revenge, il soporifero film di arti marziali vietnamita The Legend is Alive), ma l’impressione è che consolidatosi una volta per tutte come punto di ritrovo annuale per tutte le cinematografie dell’area geografica presa in considerazione, Il Far East possa realmente fare a meno di tutti quegli autori che sono passati dallo schermo udinese a passeggiate in gondola o sulla Croisette – Takashi Miike, Park Chan-wook, Johnnie To ecc.ecc.
La parte del leone dal punto di vista qualitativo, come oramai d’abitudine, l’ha fatta il Giappone: dal sol levante sono arrivate due delle migliori visioni dell’intero festival (il divertente e dolcissimo viaggio di formazione con rapimento di The Accidental Kidnapper e il cupo thriller melodrammatico Zero Focus), alle quali si sono aggiunti il già citato Golden Slumber di Nakamura (che l’anno scorso stregò la platea friulana con Fish Story), lo spassoso Wig e l’aggraziato grido di libertà giovanile contenuto in Oh, My Buddha!.

C’era molta attesa per la selezione sinologa del festival, visto che ben venti film sui cinquanta inseriti in concorso provenivano da Cina, Hong Kong e Taiwan – mai la pattuglia era stata così folta in passato –: per quanto la Mainland China sia inevitabilmente succube di un sistema produttivo in cui sono mostruosamente ibridate esigenze capitalistiche e messaggi di propaganda, un film come City of Life and Death di Lu Chuan, immersione crudele e formalmente ineccepibile nel genocidio di Nanchino da parte delle truppe nipponiche durante la Seconda Guerra Mondiale non può davvero lasciare indifferenti. Ben più vario e corposo il blocco di opere giunte a Udine dal “porto dei fiori”: a partire dall’efferato slasher-movie di Pang Ho-cheung Dream Home – presentato nella serata inaugurale – per continuare con l’ottimo action “rivoluzionario” Bodyguards and Assassins, la nostalgica e ispirata commedia Echoes of the Rainbow, il divertissement parodistico La Comédie Humaine, le picaresche avventure del guerriero Jackie Chan in Little Big Soldier e il seguito, minore ma comunque godibile, delle gesta del maestro di arti marziali Ip Man, c’è stato davvero di che divertirsi. Un ritorno in grande stile per una delle industrie cinematografiche cui il Far East è più legato da un punto di vista strettamente sentimentale.
Per quel che concerne la Corea del Sud, basterebbe anche solo citare il magnifico Castaway on the Moon di Lee Hey, storia di un naufragio a dir poco bizzarro e vincitore di quest’edizone (sia per la categoria Black Dragon che per il resto del pubblico) per parlare di una selezione convincente: a questo vanno comunque aggiunti i ben più che interessanti Bandhobi, Running Turtle e Possessed. Un altro dei pezzi da novanta della kermesse arriva da Bangkok, e si chiama Phobia 2, seguito del già ottimo 4BIA visto l’anno scorso e come lui costruito su una serie di episodi horror, tutti decisamente interessanti – e culminati nel geniale In the End di Banjong Pisanthanakun. La Thailandia ha anche portato sulla ribalta udinese il malato e seducente Slice – visivamente l’opera più ardita del festival – e il bel romance politico October Sonata, mentre dal vicino Vietnam ci si è mossi nel campo delle arti marziali, appaiando al già citato The Legend is Alive il più convincente Clash, interpretato dall’idolo locale Nguyen.

Quest’anno sono mancati al festival film malesi (come anche di Singapore), ma è tornata preponderante l’Indonesia: Riri Riza, presente con il bel The Dreamer, è oramai una consolidata realtà del Far East, come anche la meno convincente ma apprezzabile Upi, che con The Last Wolf firma una sorta di fratello minore del taiwanese Monga. Nomi storici del festival sono anche quelli di Joyce Bernal (Kimmy Dora) e di Erik Matti, in grado di stupire anche i suoi più incorruttibili detrattori con il dimesso e grazioso The Arrival e che sembra giusto citare alla conclusione di questo breve excursus. Perché Matti rappresenta, a ben vedere, l’anima più profonda del Far East, cocciutamente in grado di andare avanti anche di fronte alle crisi economiche, alle esplosioni dei vulcani, e via discorrendo.

Lo slogan di quest’anno, sintetizzato nel bel trailer firmato da Joko Anwar, recitava: Exotic, Authentic, Hands-Free, No Safety! Ebbene, non si sarebbe saputo trovare una frase migliore, una pubblicità più appropriata per identificare l’essenza di un festival imperdibile per tutti coloro che non si accontentano dell’ovvio, dell’abituale, del comodo.

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