Who Are You?

Who Are You?

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Who Are You? di Pakphum Wongjinda si inserisce sulla scia del thai-horror in maniera stanca, perdendosi dietro psicologismi appena accennati e una costruzione visionaria del tutto carente sotto il profilo dell’inventiva. Al Far East di Udine nel 2010.

Il potere de-mente

Una madre, Nida, vive con il figlio adolescente, Ton. Questi, isolato nella sua stanza da diversi anni, non esce mai dalla camera e non parla direttamente con la madre. Ogni mattina Nida gli prepara il pasto e lo lascia davanti alla sua stanza, e poi va a lavorare. Solo lei gli parla, mentre Ton comunica con lei attraverso dei foglietti di carta. Un giornalista che lavora per una trasmissione televisiva, venuto a conoscenza del caso grazie a Nida, ci vede l’occasione per mettere in piedi uno scoop… [sinossi]
All’interno della pattuglia thailandese finora passata sugli schermi del Far East Film Festival 12 (manca all’appello solo Dear Galileo di Nithiwat Tharathorn), l’unico elemento che si è mosso in controtendenza rispetto a una selezione senz’altro accurata è stato Who Are You?, quarto film da regista per Pakphum Wongjinda dopo i non esaltanti Formalin Man, Scared e Video Clip. Mostrando una coerenza ai limiti dell’ottusità, Wongjinda torna ancora una volta a confrontarsi con l’horror, declinandolo in questa occasione in una chiave intimista e psicologica.
L’idea alla base del progetto è quella di prendere ispirazione dagli hikikomori (termine giapponese traducibile con “stare in disparte”), problema sociale rilevato inizialmente in Giappone ma estesosi poi su scala globale che vede coloro che ne sono afflitti isolarsi gradualmente dal mondo esterno, fino a rinchiudersi nelle proprie abitazioni rifiutando qualsiasi contatto umano. Una volta messo sul piatto della bilancia un hikikomori, per Wongjinda è stato fin troppo facile riuscire a lavorare su alcuni dei cliché più abusati della cinematografia orrorifica: la stanza proibita, di cui nessuno in realtà vede il contenuto, è un luogo comune in grado di godere sempre di un certo fascino malsano. Il problema è che non basta un elemento scenografico, per quanto coinvolgente, per portare a termine un film: difficile definire il lavoro del quarantacinquenne cineasta thailandese come esclusivamente “mediocre”.Angosciato dalla raffazzonata ricerca dell’effetto in grado di annichilire il pubblico e terrorizzarlo, Wongjinda inizia ben presto ad accumulare materiale su materiale, nella vana speranza così facendo di irrobustire una trama esile esile e fin troppo prevedibile nella sua struttura. Ecco dunque venire a galla un’adolescente vicina di casa, allergica a qualsiasi agente esterno e incline al suicidio; la madre di quest’ultima, protettiva fino alle estreme conseguenze; un giornalista arrivista quanto sprovveduto; un improbabile corso di controllo della mente in cui si reca la protagonista della vicenda (svelando palesemente buona parte della soluzione finale).
Tutto questo per non parlare di una serie rabberciata di flashback, utilizzati neanche fossero la panacea di ogni male. In mezzo a questo pastrocchio scontato e anche fondamentalmente noioso – se si esclude una sequenza non c’è neanche quell’esplosione minima di violenza e crudeltà che avrebbe potuto quantomeno ridestare l’attenzione dello spettatore – Wongjinda si arrampica sugli specchi architettando una serie pressoché infinita di colpi di scena che da metà film in poi si susseguono senza posa, come se si trattasse di una gara a chi la spara più improbabile.In questo senso stupisce la presenza in fase di sceneggiatura, oltre al regista, di Eakasit Thairaat, che aveva dato il suo contributo in passato all’incompiuto ma conturbante Body di Paween Purijitpanya (che ha prestato la propria professionalità ai sorprendenti film a episodi 4Bia e Phobia 2) e soprattutto all’ottimo 13 – Beloved di Chookiat Sakweerakul: qui le sue intuizioni si sono mosse ancora una volta in direzione di una lettura psicologica della materia di genere, ma il risultato è a dir poco sconcertante. Dispiace veder coinvolto in Who Are You? anche il nome di Sinjai Plengpanich (anche nota come Sinjai Hongthai), ammirata in passato nel magnifico Suriyothai di Chatrichalerm Yukol e in Love of Siam dell’onnipresente Chookiat Sakweerakul: qui cerca di far leva sulla sua classe attoriale per per venire a capo di un personaggio a conti fatti monco nella sua essenza, e regala anche sprazzi interpretativi degni di passare a futura memoria, ma non basta.
Perché a mancare in Who Are You? è il motivo fondante, l’elemento in grado di insediare ansia e paura nel cuore degli spettatori, sorprendendoli non con una raffica di colpi di scena atti a nascondere la pochezza di una scrittura sciatta [1], ma con l’insopportabile verità dell’abominio umano. Un tema come quello degli hikikomori avrebbe senza dubbio meritato un trattamento più raffinato, e una mano meno pesante di quella di Wongjinda. Sarà per la prossima volta?

Note
1. Lo spassoso episodio In the End, presentato all’interno di Phobia 2 e diretto da Banjong Pisanthanakun (Shutter, Alone e l’altrettanto spassoso segmento In the Middle di 4Bia), ha davvero molto da dire su questo argomento.
Info
Il trailer di Who Are You?.

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