The Screen at Kamchanod

The Screen at Kamchanod

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Il cinema horror thailandese sembra essere già passato di moda, eppure una decina di anni fa rappresentava uno dei fari internazionali del genere. Lo dimostra proprio uno dei titoli più oscuri, The Screen at Kamchanod di Songsak Mongkolthong, visto al Far East di Udine nel 2008 e ovviamente mai uscito in sala (ma neanche in home video) in Italia.

Buio in sala

Il 29 gennaio del 1989 nella foresta di Kamchanod, nella regione di Udon Thani, venne organizzata la proiezione di un film all’aperto, in una radura nella boscaglia. Il film partì, nonostante non si fosse presentato nessuno spettatore: nel mezzo della proiezione un gruppo di persone arrivò e si mise a guardare il film, per poi svanire nel nulla davanti allo schermo. Diciotto anni più tardi un gruppo di persone, capitanato dal dottor Yuth, cerca di scoprire la verità che si cela dietro questo evento paranormale… [sinossi]

Non si può certo definire The Screen at Kamchanod un film particolarmente fortunato, se è vero che a dieci anni dalla sua realizzazione in pochi, pochissimi cultori ne conservano ancora la memoria. Un decennio, quello trascorso dall’uscita nelle sale locali dell’esordio alla regia di Songsak Mongkolthong, che ha rappresentato tutto e il suo opposto per il cinema prodotto in Thailandia: il trionfo a Cannes con Apichatpong Weerasethakul e il suo maestoso Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, ma anche la progressiva desertificazione di quella che appariva come la new wave più affascinante del nuovo millennio, in grado da un lato di partorire autori di livello internazionale (oltre a Weerasethakul da citare quantomeno Pen-ek Ratanaruang e Wisit Sasanatieng) e dall’altro di dimostrare una vitalità insospettabile nel rapporto tra arte e commercio. Probabilmente è un dettaglio passato di mente a molti appassionati, ma il fenomeno del cosiddetto thai-horror, che ha nel sublime Nang Nak di Nonzee Nimibutr le sue radici, segnò con forza gli anni Zero del ventunesimo secolo, grazie a titoli irrinunciabili per gli amanti del genere come Art of the Devil 2 del ‘Ronin Team’ (nel quale spiccava la stella di prima grandezza Kongkiat Khomsiri, in seguito autore del giallo all’italiana schizoide e paranoico Slice), la folle saga di Buppah Rahtree creata da Yuthlert Sippapak, Dorm di Songyos Sugmakanan, e i due film a episodi 4bia (diretto da Youngyooth Thongkonthun, Banjong Pisanthanakun, Parkpoom Wongpoom, e Paween Purijitpanya) e Phobia 2 (i segmenti sono firmati da Songyos Sugmakanan, Banjong Pisanthanakun, Parkpoom Wongpoom, Visute Poolvoralaks e Paween Purijitpanya).

Una dimostrazione della forza espressiva e del ruolo centrale del cinema thailandese all’interno dell’immaginario orrorifico di quegli anni la diede l’edizione numero dieci del Far East Film Festival di Udine, tenutasi in Friuli nella primavera del 2008: in cartellone il cupissimo – ma un po’ stanco – Body di Paween Purijitpanya, lo strepitoso pastiche avant-pop revenge-movie con fantasmi Sick Nurses di Piraphan Laoyont e Thospol Sirivivat, e ovviamente The Screen at Kamchanod
Rivisto a un decennio di distanza sorprende la capacità del film di Mongkolthong, all’epoca trentunenne e destinato a una carriera non all’altezza della sua opera prima, di lavorare sul perturbante prendendo a prestito ben più di un’idea ma senza mai dare l’impressione di seguire uno schema preordinato e definito nei minimi dettagli. Se la storia si rifà a un fatto di cronaca degli anni Ottanta su cui la stampa speculò a lungo – una proiezione durante la quale, si disse, gli spettatori scomparvero nel nulla – The Screen at Kamchanod gioca con gli stilemi della ghost-story, tra i sottogeneri più amati e diffusi nell’ex Siam, e prende a prestito da Cigarette Burns di John Carpenter l’idea del film maledetto che nasconderebbe segreti impossibili da rendere noti al mondo, pena la pazzia e l’apocalisse. Come il fantomatico La fin absolue du monde anche la pellicola che i protagonisti del film di Mongkolthong cercano per replicare ciò che accadde nel 1989 sembra portare su di sé una vera e propria maledizione. Senza lasciarsi prendere la mano in maniera eccessiva dai demoni della teoria, il regista thailandese riesce con The Screen at Kamchanod là dove fallirà il di poco successivo – ma di gran lunga più apprezzato dal pubblico medio – Coming Soon di Sopon Sukdapisit, ragionando con intelligenza sul valore ectoplasmatico dell’immagine in sé, e sul potenziale soprannaturale insito nell’invenzione stessa del cinema, nella sua riproducibilità, nella sua perpetua esistenza immateriale.

Tra pellicole perdute, immancabili retaggi della tradizione buddista, delocalizzazioni rispetto alla metropoli (la foresta di Kamchanod è nella regione di Udon Thani, estremo nord-est thailandese non lontano dal confine con il Laos), smarrimenti nel tempo e nello spazio, The Screen at Kamchanod corre come un treno, facendosi beffe anche del raziocinio per raggiungere con maggior precisione e puntualità il proprio obiettivo. Ne viene fuori un’opera malsana, non priva di qualche lungaggine e semplicismo ma ricca di fascino, e realmente in grado di trovare gli elementi chiave per spaventare lo spettatore: sequenze come quella della proiezione nel bosco nel pre-finale e soprattutto quella nel cinema, con i fantasmi che smuovono le poltroncine per tornare a vedere uno spettacolo al quale non sanno e non possono rinunciare, fanno scorrere molti brividi lungo la schiena. È davvero un peccato che il mondo cinefilo si sia completamente dimenticato di The Screen at Kamchanod e stia in maniera progressiva rimuovendo dalla memoria anche il multicolore universo produttivo di Bangkok e dintorni; forse il film è una metafora involontaria – e in anticipo sui tempi – del destino del cinema thailandese, nato nella mancanza di memoria (fino alla metà degli anni Settanta non esiste un vero e proprio archivio cinematografico degno di questo nome, e gran parte dei film prodotti nei decenni precedenti è andato perduto, o non ha il sonoro inciso sulla pellicola) e relegato di nuovo nell’oblio. Solo i fantasmi ancora si avvicinano allo schermo bianco, in attesa che parta il proiettore e il fascio di luce li renda di nuovo vivi. Il senso, a ben vedere, del cinema.

Info
The Screen at Kamchanod, il trailer.
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