El Sicario – Room 164

El Sicario – Room 164

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Nella stanza 164 di un anonimo motel di Juarez un uomo indossa una sorta di velo nero per nascondere il suo volto, quello che rimane da catturare per l’occhio della videocamera di Rosi sono così solo le mani, quelle stesse mani che diverranno assolute protagoniste di El Sicario – Room 164: innanzitutto perché il Sicario, questo l’unico nome con il quale ci è dato chiamarlo, le utilizza per disegnare la sua esistenza su un bloc-notes, come fosse lo storyboard del film stesso. In secondo luogo perché quelle stesse mani sono state il ferro del mestiere per il Sicario nei suoi vent’anni di onorata carriera.

La banalità del male

El Sicario – Room 164  è un documentario di ottanta minuti sulla vita di un killer. Il protagonista ha ucciso centinaia di persone, è esperto in torture e rapimenti, ha lavorato per molti anni come comandante della polizia statale del Chihuahua ed è stato perfino addestrato dall’FBI. Residente a Ciudad Juárez, si muoveva liberamente tra Messico e Stati Uniti. Mai accusato di alcun crimine, attualmente vive libero, ma da fuggitivo poiché sulla sua testa pende una taglia di 250.000 dollari. Il film è stato girato nella stanza di un motel al confine tra Messico e Stati Uniti. Il sicario dimostra profonda intelligenza, grande dialettica e assoluta credibilità. Il documentario è tratto dal saggio The Sicario di Charles Bowden, pubblicato nel 2009 su Harper’s Magazine [sinossi]

Ridefinire i confini, scontornare i contorni, mappare l’invisibile. Nell’oscurità e nel paradosso più assoluto si percorre la carriera di un filmmaker d’avanguardia, Gianfranco Rosi, il quale lontano da tatticismi e dalle teorie proprie del genere continua a proporre un cinema documentario (?) borderline, solitario, realmente indipendente, ostinato. Dopo le rive del Gange di Boatman, la base militare dismessa a 250 km a sud-est di Los Angeles (Below Sea Level), Rosi approda a Ciudad Juarez, tranquilla cittadina messicana al confine con gli Stati Uniti, famosa (e a questo punto anche gelosa) per un triste primato, quello di città più pericolosa al mondo. Attratto magari dal magnifico libro di Charles Bowden Murder City. Ciudad Juarez and the Global Economy’s New Killing Fields, che spiega senza mezzi termini la nascita di questo nuovo campo di sterminio globale [1], ma soprattutto dal saggio che lo stesso Bowden ha pubblicato su Harpers (The Sicario) in cui raccoglie lo sfogo di un ex killer dei narcos, Rosi incontra il suo personaggio: i due si annusano, si conoscono, si fidano reciprocamente e inizia così l’avventura cinematografica di El Sicario – Room 164.

Nella stanza 164 di un anonimo motel di Juarez un uomo indossa una sorta di velo nero per nascondere il suo volto, quello che rimane da catturare per l’occhio della videocamera di Rosi sono così solo le mani, quelle stesse mani che diverranno assolute protagoniste del film: innanzitutto perché il Sicario, questo l’unico nome con il quale ci è dato chiamarlo, le utilizza per disegnare la sua esistenza su un bloc-notes, come fosse lo storyboard del film stesso. In secondo luogo perché quelle stesse mani sono state il ferro del mestiere per il Sicario nei suoi vent’anni di onorata carriera. Quelle stesse mani che, nella migliore delle ipotesi, hanno semplicemente ucciso, di solito hanno anche strappato capelli, staccato lembi di pelle, squarciato petti, estratto organi vitali, spappolato testicoli, cavato gli occhi dalle orbite, bruciato capezzoli, tirato unghie e quant’altro. Quelle mani in sostanza hanno fatto il film del passato che ora, quegli stessi arti, stanno riproponendo, reinterpretando. È impressionante infatti notare quanto, anche grazie alla trasparenza totale in cui scivola Rosi, il Sicario sia a suo completo agio di fronte alla macchina da presa, di come quasi senta il bisogno (spiegato poi nella conversione religiosa spiegata nel finale) di rivivere il suo passato, i suoi venti anni al servizio del cartello.

Quello che emerge, oltre alla ramificazione endemica del malaffare (gli stessi vertici della polizia e della politica sono in realtà zeppi di infiltrati che fanno fin quasi dalla nascita il doppio gioco), è un flusso incontrastato di violenza e di dolore, un’esperienza che sembra compiersi proprio lì, davanti agli occhi dello spettatore, un’implacabile messa in scena spietata ed essenziale sulla quotidianità e la banalità del male. Un male non immediatamente riconoscibile, quasi forbito, fermo ma gentile nei modi che sconvolge ancor di più. Rosi mette una sua distanza, davvero “giusta”, tra la macchina e il corpo filmico: una distanza che non verrà mai valicata e che, al tempo stesso, consentirà al regista di lasciar parlare quell’uomo, quelle mani, senza i suoi interventi, senza che insomma niente venisse filtrato dal giudizio del regista. Un’operazione di un’ermeneutica lancinante, dolorosa, minimale, più che mai necessaria. Tutto in una stanza, Ciudad Juarez e i suoi ventimila morti ammazzati in pochi anni. E poi due uomini. Un killer e un regista. E in mezzo, solo il cinema…

Note
1.
Detto in parole povere, e con la paura di semplificare il tutto, la situazione è la seguente: negli anni Sessanta Juarez diviene il centro, anzi il modello, del libero scambio, il posto dove dimostrare dunque la fattibilità del NAFTA. Nel giro di pochi mesi migliaia di fabbriche vedono la luce, per la gran parte sono statunitensi ovviamente, e il prezzo della manodopera scende ogni anno di più. Da ogni parte del Messico arrivano lavoratori,  perlopiù ex-agricoltori che proprio il NAFTA aveva reso disoccupati, che, vista l’impossibilità di sopravvivere con gli stipendi delle fabbriche, lasciano i loro posti di operai e si mettono al servizio dei cartelli della droga. Il caso vuole che i narcos abbiano proprio base in città, dato che Ciudad Juarez è considerata la porta di servizio dalla quale rifocillare nasi, vene e polmoni degli yankee.
Info
La scheda di El Sicario – Room 164 sul sito di Icarus Films.
Il trailer di El Sicario – Room 164.
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