Sacro GRA

Sacro GRA

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Gianfranco Rosi conquista il Leone d’Oro a Venezia con il suo nuovo documentario, Sacro GRA, un viaggio nell’umanità romana che vive a ridosso del Grande Raccordo Anulare.

Lontano dai luoghi canonici di Roma, il Grande Raccordo Anulare si trasforma in collettore di storie a margine di un universo in espansione. Un nobile piemontese e sua figlia laureanda, assegnatari di un monolocale in un moderno condominio ai bordi del Raccordo; un botanico armato di sonde sonore e pozioni chimiche cerca il rimedio per liberare le palme della sua oasi dalle larve divoratrici; un principe dei nostri giorni con un sigaro in bocca fa ginnastica sul tetto del suo castello assediato dalle palazzine della periferia informe a un’uscita del Raccordo; un barelliere in servizio sull’autoambulanza del 118 dà soccorso e conforto girando notte e giorno sull’anello autostradale; un pescatore di anguille vive su di una zattera all’ombra di un cavalcavia sul fiume Tevere. [sinossi]

L’aspettavano un po’ tutti al varco qui al Lido, Gianfranco Rosi, per una serie di motivi. Il suo Sacro GRA per una volta lo allontanava dalle periferie del mondo in cui finora era andato a ricercare le sue storie per avvicinarlo all’Italia catapultandolo addirittura nel cuore della Capitale (o meglio, nelle sue arterie); per di più, dopo gli insuccessi più o meno conclamati degli altri due film italiani in concorso – Via Castellana Bandiera di Emma Dante e soprattutto L’intrepido di Gianni Amelio – l’attenzione si era riversata interamente sul documentario di Rosi; infine, proprio la sua essenza di documentario, l’unico in concorso alla Mostra insieme a The Unknown Known di Errol Morris, lo rendeva mosca bianca, oggetto misterioso da maneggiare con cura. A tutto questo ovviamente si deve aggiungere il fatto che Rosi era finora ancora sconosciuto a parte della stampa nostrana, che non aveva avuto a che fare con nessun film del regista nativo di Asmara, nonostante la loro presenza dapprima al Festival di Locarno (l’esordio Boatman) e quindi dal 2001 con regolarità proprio a Venezia (il cortometraggio Afterwords e i lavori sulla lunga distanza Below Sea Level e El Sicario – Room 164).

Dopo aver raccontato i barcaioli indiani, essersi perso nell’accampamento/villaggio di Slab City insieme ai suoi abitanti borderline, e aver raccontato la quotidiana vita di un sicario messicano che lavora per il cartello di Tijuana, Rosi volge dunque lo sguardo verso un’altra periferia del mondo, meno nota perché inglobata in quel marasma umano che è la città di Roma. Sacro GRA vive infatti ai bordi della città, lungo il perimetro del Grande Raccordo Anulare inaugurato nel 1951 e che circonda con le sue affollatissime corsie la Capitale: è qui che Rosi scova i protagonisti allucinati e allucinanti di un viaggio umano accorato, divertente e doloroso allo stesso tempo. Un mondo popolato di nobili decaduti costretti a vivere in un piccolo appartamento e pronti a salmodiare su qualsiasi argomento, di prostitute, di attori di fotoromanzi, di ballerine di lap-dance che si esibiscono in uno squallido bar, di barellieri a bordo di un’autoambulanza, di un principe che mette a disposizione il proprio castello per feste e come bed & breakfast, di botanici alle prese con le larve che rosicchiano le palme, di pescatori di anguille. Consapevole che la commedia umana non può essere ridotta a uno stereotipo e che non vi può essere alcuna pretesa di raccontare una realtà che abbia un inizio e una fine definita, Rosi si muove tra i suoi “personaggi” con moto rapsodico, sfiorando e annotando, senza giudicare mai gli uomini e le donne che prendono corpo davanti alla videocamera ma semmai soffrendo con loro, in un sun pathos di bergsoniana memoria.

Volando come un’ape da situazione a situazione Sacro GRA colleziona emozioni, paradossi, tra estemporanee deflagrazioni grottesche (la messa per l’eclissi, il set del fotoromanzo) e sinceri istanti di pura tenerezza. È lo stesso Rosi a citare, per l’ispirazione ricevuta nei due anni di lavoro a ridosso della più lunga autostrada urbana d’Italia (oltre 68 chilometri), l’Italo Calvino de Le città invisibili, e il riferimento è quanto mai calzante, perché la Roma di Sacro GRA dà l’impressione che “ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”. C’è un’altra citazione da Calvino che sembra adattarsi alla perfezione al derma della realtà descritta da Rosi: “Non c’è linguaggio senza inganno”; consapevole di ciò Rosi lega le varie anime del documentario come se stesse assemblando un film corale degli anni Cinquanta, quelle commedie popolari dirette da registi come Anton Giulio Majano. Ne viene fuori uno spaccato umano splendido nel suo sincero candore, in grado di creare vere e proprie figure guida (il monologo sull’articolo di Repubblica nel quale si parla di anguille è esilarante, il dialogo tra le due ballerine di lap-dance nel camerino prima dell’esibizione agghiaccia, i partecipanti alla messa in onore dell’eclisse sembrano uscire da un frammento felliniano, l’incontro serale tra il barelliere e la madre malata di demenza senile ha il sapore vagamente populista ma straziante dei melò d’antan) per un percorso indispensabile e coraggioso, che può correre il rischio di non essere compreso ma si incolla agli occhi degli spettatori, irretendoli all’istante.

Uno sguardo non dimentico di una naturale crudeltà, quella che si muove sottopelle in maniera metaforica nella lotta quotidiana del botanico contro le larve e gli insetti che stanno rodendo dall’interno le palme, portandole inesorabilmente alla morte. Una guerra senza (con)fine, eterna e destinata a reiterarsi, altro sguardo fuggevole ma mai superficiale di Gianfranco Rosi, che osserva e va avanti. Come le macchine che sfrecciano sul Raccordo e che, come direbbe Francesco De Gregori “si lasciano dietro un sogno metropolitano”.

NOTE
Il sito ufficiale di Sacro GRA: sacrogra.it
La pagina facebook di Sacro GRA: facebook.com/sacrogra
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