Venezia 2013 – Bilancio

Venezia 2013 – Bilancio

Più ombre che luci sulla settantesima edizione della Mostra, la seconda dal ritorno come direttore di Alberto Barbera.

La vittoria che ha sdoganato il documentario. Quasi ogni testata giornalistica italiana ha introdotto le riflessioni più o meno positive sulla settantesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con questa affermazione apodittica e, dunque, ben lontana dalla realtà dei fatti. Non solo per il supposto “primato” di Cannes che premiò con la Palma d’Oro Michael Moore e il suo Fahrenheit 9/11, né per i precedenti della stessa Mostra che nel corso dei decenni donò visibilità e riconoscimenti ufficiali a opere che, in maniera più o meno ortodossa, ragionavano sul documento della “verità” (L’uomo di Aran di Robert J. Flaherty, Olympia di Leni Riefenstahl, Biquefarre di Georges Rouquier) o sull’impossibilità di sciogliere il nodo che circonda la creazione cinematografica dall’universo in cui essa va a esprimersi, come dimostrano i casi di Still Life di Jia Zhang-ke, La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo e Le mani sulla città di Francesco Rosi. Ed è un altro Rosi, Gianfranco, a poter alzare tra le mani un Leone d’Oro a quindici anni di distanza dal trionfo di Gianni Amelio e del suo Così ridevano. Ma la vittoria di Sacro GRA può davvero essere utile per aprire una discussione seria, e non meramente strumentale, su tutti quegli aspetti del cinema che ancora vengono considerati, da buona parte degli addetti ai lavori, “figli di un dio minore”? Perché per esempio in concorso, oltre a Rosi e a The Unknown Known di Errol Morris era presente anche l’ultimo straordinario volo pindarico – in tutti i sensi – di Hayao Miyazaki, quel The Wind Rises che ha strozzato la gola a un’intera sala con il suo inarrestabile crescendo melodrammatico, eppure in pochi l’hanno preso in considerazione nella corsa al Leone d’Oro. E che dire di coloro che nel 2013 ancora faticano a considerare “cinema” l’arte granitica di Tsai Ming-liang, che con Stray Dogs ha schiacciato al suolo ogni possibile resistenza emotiva?
Quando un giornalista accreditato, intervistando Rosi, non riesce a trattenersi dal porre la fatidica domanda “Quando girerà un film normale?”, appare più che mai evidente che il problema che affligge il cinema non risieda più nella capacità minima di leggere un’opera da un punto di vista critico, ma si trovi decisamente più a monte, in un luogo buio in cui i compartimenti stagni hanno mura sempre più spesse, e dove l’apparato principale non prevede alcun soggetto singolo, ma solo un’unica macchina predeterminata.

Al di là di tutto ciò, sul palmarès appare francamente inutile soffermarsi, perché come sempre si finirebbe nel gioco al massacro che vuole tal film migliore di un altro: e se si fa fatica a comprendere il doppio riconoscimento a Miss Violence di Alexandros Avranas non è per la qualità intrinseca dell’opera, ma semmai sulla disonestà della stessa nei confronti dello spettatore. Divertendosi a riciclare ipotesi visive e contenutistiche già portate sullo schermo negli ultimi anni da Yorgos Lanthimos, Avranas mette in scena lo scandalo strizzando sempre l’occhio al proprio pubblico, con una furbizia assai poco perdonabile.
Nella corsa alla polemica per l’assegnazione dei premi, quasi tutta la stampa si è defilata da quella che in realtà dovrebbe essere l’unica preoccupazione dopo due settimane o poco meno di Mostra: in quale direzione si sta muovendo la kermesse lidense, al termine del secondo anno di gestione del Barbera-bis? In questo senso i segnali lanciati dalle opere selezionate e dalla loro disposizione all’interno del palinsesto festivaliero non sono certo positivi, come palesano le due sezioni principali, vale a dire il Concorso e Orizzonti. Nel primo si è avvertita una schizoide mancanza di senso, con opere evidentemente fuori contesto come Tracks di John Curran e The Zero Theorem di Terry Gilliam (lo stesso Philomena di Stephen Frears, pur tanto elogiato, avrebbe dovuto essere esentato dall’agone per la conquista del Leone d’Oro, lasciando magari il posto a Locke di Steven Knight), mentre in aree non competitive della Mostra si agitavano meravigliosi spettri di luce come Die andere Heimat di Edgar Reitz e i documentari di Frederick Wiseman e Wang Bing – loro non meritavano forse di essere “sdoganati” dal concorso? Ancora più preoccupante è apparsa la deriva patita da Orizzonti, la sezione che in un paio di anni è passata da fiore all’occhiello della ricerca e della sperimentazione di nuovi linguaggi (come l’aveva svezzata la gestione di Marco Müller) a enorme calderone in cui trovare uno spazio a tutto ciò che non può ambire al concorso ufficiale. Un Leone dal peso specifico minore, insomma: se si escludono infatti pochi titoli circostanziati (Ruin di Michael Cody e Amiel Courtin-Wilson, già nell’Orizzonti mülleriano con l’eccelso Hail, Fish & Cat di Shahram Mokri) e lo strabordante Why Don’t You Play in Hell? di Sion Sono – che avrebbe dovuto essere presentato nel concorso principale – nel resto delle opere selezionate è stato arduo rintracciare la scintilla di “novità” che sarebbe stato lecito pretendere, al di là del singolo giudizio critico e della mera qualità cinematografica.

Viene dunque naturale elogiare il lavoro della Settimana Internazionale della Critica, che ha “scippato” almeno due o tre titoli che sarebbero stati perfettamente a loro agio anche nel concorso ufficiale o in Orizzonti, come gli eccellenti Trap Street di Vivian Qu e Class Enemy di Rok Biček, per una delle migliori selezioni degli ultimi anni. Un sintomo comunque che qualcosa nella gestione di Barbera fatica davvero a trovare il necessario equilibrio. Possibile che il settantesimo compleanno della Mostra sia stato festeggiato con una partecipazione minima di intere aree geografiche? Perché, se si escludono le sezioni collaterali, su cui il direttore non ha alcun peso specifico, Africa, Sud America e Sud-est asiatico sono da considerarsi non pervenute?
L’impressione è che si sia voluto accontentare un esercito di accrediti stampa sempre meno paziente, desideroso solo di poter ingurgitare una volta di più una pappa predigerita e mai pronto a rischiare l’incontro con visioni “non allineate”. Una storia vecchia, come hanno ricordato anche i simpatici frammenti tratti dai Cinegiornali Luce che anticipavano i film in concorso, ma che sta raggiungendo un grado di sclerosi dalla quale sarà davvero difficile riprendersi. Eppure, nelle pieghe di questa Mostra è stato fortunatamente possibile imbattersi in opere che segneranno l’immaginario cinefilo da qui ai prossimi decenni. Ed è serbando negli occhi lo stupore straziante, divertente, doloroso, visionario, dolce e furibondo di questi titoli – vi basterà spulciare le nostre recensioni per capire di chi si sta parlando – che ci prepariamo a ciò che ci riserverà il Lido tra dodici mesi…

Info
Il sito ufficiale di Venezia 2013.

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