La donna che canta

La donna che canta

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Nulla è scontato o superfluo ne La donna che canta: il viaggio a ritroso nella memoria e nel tempo dei due figli della donna porta a galla gli sconvolgenti orrori della guerra, il tutto però declinato non con il solito pastone antibellico ma con un eccezionale ritratto al singolare. Presentato a Venezia alle Giornate degli Autori.

La forza del destino

Quando il notaio Lebel legge a Jeanne e Simon Marwan il testamento della loro madre Nawal, i gemelli restano scioccati nel vedersi porgere due buste, una destinata a un padre che credevano morto e l’altra a un fratello di cui ignoravano l’esistenza. Jeanne decide di partire subito per il Medio Oriente per riesumare il passato di questa famiglia di cui non sa quasi nulla. Simon, per quanto lo riguarda, non ha bisogno dei capricci postumi di quella madre che è sempre stata lontana e avara di affetto, ma il suo amore per la sorella lo spingerà presto a unirsi a Jeanne per setacciare insieme la terra dei loro antenati sulle tracce di una Nawal ben lontana dalla madre che conoscevano. Spalleggiati dal notaio Lebel, i gemelli risalgono il filo della storia di colei che ha dato loro la vita, scoprendo un destino tragico marchiato a fuoco dalla guerra e dall’odio e il coraggio di una donna eccezionale… [sinossi]

È abbastanza significativo che uno dei migliori film dell’intero lotto veneziano, La donna che canta, sia stato sostanzialmente ignorato. Significativo soprattutto di una sottostima ormai endemica verso la cinematografia canadese, risolta solamente in quel pugno di nomi (Denys Arcand, David Cronenberg, persino l’armeno Atom Egoyan) che continuamente vengono tirati in ballo quando si parla del cinema del paese della foglia d’acero. Invece c’è un sottobosco di autori che si agitano ormai da una quindici d’anni, almeno a livello festivaliero, e che cominciano a raccogliere i primi meritatissimi frutti: Xavier Dolan, giovanissimo (ricordiamo che è un classe 1989!), si è già portato a casa premi da mezzo mondo con due sole pellicole alle spalle (J’ai tué ma mère e Les Amours Imaginaires); Ed-Gass Donnelly, lui è del 1977, al secondo film ha letteralmente fatto centro, cogliendo con Small Town Murder Songs un grande successo al box-office canadese, oltre che svariati passaggi in festival quali Toronto e Torino. La lista è ancora lunga ma forse non è neanche questa la sede giusta per proporla tutta. Rimane il fatto che c’è un gruppo di autori, alcuni di essi davvero molto giovani, che stanno finalmente facendo conoscere la realtà del Canada, lontana dai nomi di grido dei grandi autori che si cimentano con storie quasi universali. Paradosso dei paradossi, verrebbe da dire, c’è anche chi ha appena fatto il salto, dal locale canadese all’universale: questi è senza dubbio Denis Villeneuve. Poco più che quarant’anni, e con altri tre lungometraggi alle spalle, il cineasta quebecchese è passato dalla sordida storia di una Columbine canadese (Polytechnique, a Cannes nel 2009, e tra i maggiori successi dell’anno al botteghino locale) a una di ben altro respiro, dimostrando dunque una certa maturazione. Maturazione che ha subito dato i suoi frutti visto che il film non solo è andato più che bene in sala, ma è stato anche inserito tra i 10 papabili agli Oscar come Miglior Film Straniero dalla Academy.

Ma parliamo ora di questo Incendies (ben più dormiente e sognatrice la trascrizione italiana del titolo, La donna che canta). Chi ha detto che la morte mette sempre la parola fine alla vita? Al cinema, almeno lì, questo non succede. Ce lo ha ricordato (magnificamente) Clint Eastwood nel suo ultimo Hereafter, lo conferma questo altrettanto magistrale La donna che canta, con la differenza che quest’ultimo non si inerpica nei territori del paranormale dai quali invece trae spunto Eastwood. Villeneuve non perde decisamente tempo nel dispiegare la propria storia e per la forza e la capacità con cui trascina lo spettatore nel vivo delle cose, per come insomma la narrazione prende visivamente piede all’intero del film, ricorda in effetti un procedimento à la Eastwood: la pellicola comincia con una morte (quella di una madre) che lascia scritto nel suo testamento alcune sorprendenti e sconvolgenti rivelazioni. I due figli (gemelli) della donna dovranno, bontà loro, cercare di scoprire alcuni lati oscuri e soprattutto alcuni eventi della vita della madre che non conoscevano: da uno spunto quasi giallo prende il via un racconto densissimo e stratificato tra passato e presente, tra lancinanti scoperte e inattese verità, menzogne quasi urlate e sospiri ansiosi. Villeneuve disegna un film (tratto da una pièce teatrale di grande successo firmata da Waidi Mouawad) duro e crudele dove pian piano emergono sedimenti allucinanti che spingono lo spettatore a un processo di metabolizzazione molto delicato.

La donna che canta è dunque un’opera molto dolorosa ma assolutamente necessaria, in cui nulla è scontato né superfluo: il viaggio a ritroso nella memoria e nel tempo dei due figli della donna porta a galla gli sconvolgenti orrori della guerra, il tutto però declinato non con il solito pastone antibellico ma con un eccezionale ritratto al singolare. Sarà la forza di un volto e di una voce, nonostante i soprusi e le violenze, a innalzare un incredibile inno (laico) di lancinante intensità e a fermare una spirale d’odio inarrestabile. A dare ancor più consistenza all’intero lavoro c’è da segnalare l’intensa e partecipata interpretazione dell’attrice belga Lubna Azabal, già vista nei panni di eroina in Paradise Now, giovane musa di grandi registi (Ridley Scott, André Techine, Tony Gatlif) di cui sentiremo sicuramente ancora parlare.

Davvero, raramente al cinema si ha la possibilità di assistere a un profluvio di emozioni così intense.
Il bello è che La donna che canta non si vergogna di farlo.
Anzi, ne chiede di più.

Info
Il trailer italiano de La donna che canta.
La scheda de La donna che canta sul sito delle Giornate degli Autori.
La scheda de La donna che canta sul sito della Lucky Red.
Il trailer originale de La donna che canta.
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