Prisoners

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Nel raccontare la lenta discesa agli inferi di due coppie di genitori sconvolte dal rapimento delle figlie, Villeneuve adotta con grande classe registica – e coadiuvato dalla mirabile fotografia di Roger Deakins – gli stilemi del cinema di genere, ma li infarcisce adeguatamente di tematiche a lui care, realizzando con Prisoners un avvincente thriller d’autore.

Tutto per mia figlia

È una giornata fredda e uggiosa in un sobborgo della Pennsylvania, quando la vita delle famiglie dei Dover e dei Birch, riunite per festeggiare il giorno del ringraziamento, viene sconvolta dalla scomparsa delle due figlie: Anna e Joy, di soli 6 e 7 anni. Quando il presunto colpevole del rapimento viene rilasciato per mancanza di prove, Keller Dover, sentendosi tradito dalle forze dell’ordine, inizia la sua personale indagine, ma perderà presto il controllo della situazione… [sinossi]

Prosegue la disamina intensiva da parte di Denis Villeneuve degli umani dilemmi morali. Con Prisoners, il suo primo film girato negli States, il regista del Quebec sospinge infatti nuovamente i suoi personaggi verso i propri limiti lasciandoli agire ben al di là delle regole sociali, per comporre un complesso thriller dagli echi western, infarcito di suggestioni religiose. Questa volta però, l’autore di La donna che canta, candidato all’Oscar nel 2011 come miglior film straniero, gioca su un terreno assai meno sdrucciolevole e, allontanatosi dal quel “Medio Oriente indefinito” in cui si svolgevano le terribili vicende del film precedente, risulta assai più convincente nonché libero di esprimere tutto il suo talento visivo. Se infatti La donna che canta poteva apparire come una rielaborazione a uso e consumo di un pubblico internazionale di quei conflitti umani, sociali e religiosi che tormentano territori storicamente incandescenti, in questo caso il destinatario della pellicola – data l’ambientazione occidentale – è ben dichiarato e il risultato più onesto e convincente. Nel raccontare la lenta discesa agli inferi di due coppie di genitori sconvolte dal rapimento delle figlie, Villeneuve adotta con grande classe registica – e coadiuvato dalla mirabile fotografia di Roger Deakins – gli stilemi del cinema di genere, ma li infarcisce adeguatamente di tematiche a lui care, realizzando un ottimo thriller d’autore. Lo stile del film è fluido e accattivante, che non risulta mai fuori luogo né stride con il dramma umano dei protagonisti; numerosi sono i movimenti rapidi di avvicinamento ai personaggi di spalle, speculari a quelli che ci conducono più volte verso le porte delle loro abitazioni, simbolo di un american way of life qui messo a rischio e in discussione.

Il personaggio più interessante in questa storia è certamente quello di incarnato da Hugh Jackman, la cui ottima interpretazione riesce a trasporre sullo schermo una serie di dilemmi che vanno oltre la classica “giustizia fai da te” tipica dei cowboy di frontiera, per andare a scavare in altre annose questioni irrisolte dell’animo americano legate ora alla sfera del vivere civile (la contrapposizione tra individuo e legge, il rapimento che avviene simbolicamente proprio il giorno del ringraziamento), ora a quella religiosa (la dialettica tra perdono e redenzione, la recita col figlio del Padre Nostro nel corso di una partita venatoria). Insomma la questione posta da Villeneuve, ovvero quel “fin dove ti spingeresti pur di riavere indietro tua figlia?” è continuamente arricchita da una serie di dettagli che mettono in luce cosa agita l’animo del falegname (anche qui la scelta di un mestiere cristologico non è casuale) Keller Dover che, nella sua strenua ricerca della verità e in aperto conflitto con la legge incarnata dal poliziotto Loki (un eccellente Jake Gyllenhaal), perderà per sempre la sua innocenza. Altra questione tutta americana di grande interesse per Villeneuve è poi l’ossessione per la salvaguardia della famiglia da cui è affetto soprattutto il personaggio incarnato da Jackman, che vive il rapimento della figlia come una condanna castrante per la sua missione di “eroico salvatore paterno”. Interessante in tal senso anche la disamina di quella mania tutta made in Usa per la sicurezza del nucleo familiare e della casa-patria – oggetto che era invece centrale in Take Shelter di Jeff Nichols – al punto di conservare in cantina una nutrita scorta di beni di prima necessità e, per ogni evenienza, anche una maschera antigas.

I riferimenti cinematografici prescelti da Villeneuve per intessere la sua tragedia sono colti e sottilmente evocati, a partire da un classico per quel che riguarda storie di rapimenti infantili e conseguenti esplosioni di violenza ai danni dei carnefici come M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang, qui evocato nella filastrocca cantata dal giovane accusato (uno strepitoso Paul Dano) e che costituirà l’elemento probante della sua colpevolezza. Nel film di Lang, lo ricordiamo, il riconoscimento del colpevole avveniva attraverso un motivetto fischiettato e anche in Prisoners, non a caso, il ruolo del “fischietto” come strumento di (mancato) salvataggio trova ampio spazio. Ma si respirano nel film anche echi di Sentieri Selvaggi; nel film di John Ford però, a differenza di quanto accade qui, la ricerca ossessiva e i suoi effetti su chi la attuava erano scandagliati al punto da postulare che il “salvatore” potesse ritorcere la sua rabbia persino contro la vittima.
Al centro dell’interesse di Villeneuve ci sono soprattutto i sentimenti dei suoi personaggi e le conseguenze drammatiche che questi possono produrre. Se però le due famiglie sono in qualche modo, come indica il titolo, prigioniere della propria emotività, così non è per il poliziotto incarnato da Gyllenhaal, tutto devoto alla razionalità e poco incline a mostrare sentimenti. Starà a lui risolvere la questione e peccato che il film gli assegni una delle sue sequenze meno convincenti, lasciandolo decisamente troppo a lungo preda di un attacco di nervi, proprio mentre la soluzione dell’enigma è, in tutta evidenza, sotto al suo (e al nostro) naso. Né d’altronde soddisfa la soluzione verso cui scivola l’intrigo, con un personaggio malvagio per ragioni alquanto risibili, “rapire bambini per far perdere la fede ai genitori”, e un lungo “spiegone” altrettanto loffio.
Peccato, perché la tensione accumulata nel corso di oltre due ore di pellicola non molla mai la presa e meritava ben altra chiosa.

Info
Il sito ufficiale di Prisoners.
Il trailer originale di Prisoners.
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