Sleeping Sickness

Sleeping Sickness

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Non privo di debolezze in fase di scrittura, Sleeping Sickness si riscatta almeno in parte grazie all’apporto del cast e all’innamoramento dello sguardo di Ulrich Köhler per la terra africana. In concorso alla Berlinale 2011.

Mal d’Africa

Ebbo e Vera hanno vissuto la maggior parte degli ultimi venti anni in diverse nazioni dell’Africa. Ebbo dirige un programma medico focalizzato sulla malattia del sonno. Il suo lavoro lo occupa a tempo pieno. Di contro Vera si sente sempre maggiormente a disagio all’interno della comunità di espatriati di Yaoundé. Soffre in particolar modo la separazione dalla figlia Helen, una quattordicenne che frequenta il liceo in Gemania. Ebbo deve scegliere di rinunciare alla sua vita in Africa se non vuole perdere la donna che ama. [sinossi]

Tra tutte le aree del mondo trasformate in terra di conquista dall’occidente bramoso di esotismo e (soprattutto) ricchezze, l’Africa è senza dubbio quello che ha provocato le “malattie” più insanabili: dagli avventurieri fino a Cuore ditenebra di Joseph Conrad, passando per l’Harar in cui visse gli ultimi anni un Arthur Rimbaud oramai non più dedito alla poesia, sono davvero infiniti i racconti di europei, più o meno celebri, che nel corso degli scorsi secoli abbandonarono le rispettive terre natie per affrontare il “cuore nero” del mondo, la culla stessa dell’umanità.
Non va dunque a sporcarsi le mani con un materiale narrativo poi così originale il quarantaduenne regista tedesco Ulrich Köhler, fino a questo momento noto più che altro per il suo interessante esordio Bungalow (2002), nel quale metteva alla berlina un mondo in crisi di valori e di etica. I concetti di base sono rimasti privi di intaccature nel corso degli anni, se è vero che tornano preponderanti anche in questo Sleeping Sickness, titolo internazionale scelto per rendere più comprensibile l’originale Schlafrankheit: Ebbo, medico tedesco che ha girato in lungo e in largo l’Africa, si trova di colpo costretto a scegliere tra quella che ha eletto a sua personalissima terra di appartenenza e la propria famiglia. Köhler, ben conscio del materiale a disposizione, non si accontenta però di portare in scena la crisi di mezza età di un uomo costretto a fronteggiare le amarezze di una vita con la quale non sempre si può scendere a compromessi: troppo comodo, in fin dei conti, sarebbe mostrare il “solito” confronto tra lo strapotere economico dell’occidente e le radici culturali del terzo mondo. La scelta di Köhler invece, sembra aprire spiragli a letture più approfondite di un problema che sembra ben lontano dal potersi risolvere: il Camerun raccontato in Sleeping Sickness non è “solo” il Terzo Mondo, con tutto il suo bagaglio di miserie, contraddizioni e doverosi sensi di colpa degli ex-colonizzatori. Tutt’altro, si tratta quasi di un “nessun dove”, luogo senza spazio e senza tempo in cui si corre seriamente il rischio di venire risucchiati, prigionieri ai quali è preclusa qualsiasi via di uscita. Come i corpi oramai privi di coscienza di coloro che hanno contratto la “malattia del sonno”, Ebbo (un notevole Pierre Bokma) e successivamente il giovane medico di origine congolese Alex (davvero molto bravo Jean-Christophe Folly, già ammirato a Venezia nell’ottimo 35 rhums di Claire Denis) vengono letteralmente svuotati dalla misteriosa Africa che irretisce e ammalia fino a far perdere la ragione.

Non tutto però sembra perfettamente oliato nel meccanismo messo in piedi da Ulrich Köhler e dai suoi collaboratori: già di per sé la struttura narrativa, divisa in modo netto in due parti, che si collegano tra loro principalmente solo per la presenza, in entrambe, di Ebbo, lascia qualche perplessità. In un’opera che dovrebbe raccontare in modo viscerale l’insostenibile peso di un’eredità culturale con la quale l’occidente si scontra da secoli, una suddivisione così precisa, categorica, ineluttabile, appare forse fuori luogo. Allo stesso tempo il breve intermezzo parigino, pensato esclusivamente a uso e consumo dell’introduzione del personaggio del giovane dottor Nzila, si stacca dal resto del contesto anche per via di una certa superficialità che si potrebbe definire quasi “antropologica”. Attento allo studio dell’umanità autoctona del Camerun, il regista sembra invece perdere di quando in quando il contatto con il mondo che dovrebbe conoscere meglio. Errori di percorso corretti nella maggior parte dei casi grazie all’intervento di un cast che, come si è già avuto modo di dire, è davvero in grande forma: e dove neanche l’arte attoriale avrebbe potuto mettere una pezza definitiva, Köhler fa ricorso allo splendore degli scenari naturali nei quali fa muovere la macchina da presa. Escamotage facile, ma sempre d’effetto.
Perché, ed è forse questo il merito principale di Sleeping Sickness, Köhler ha lasciato che lo stesso obbiettivo 35 millimetri si lasciasse incantare dal potere immaginifico dell’Africa, terra dalla quale non si può mai realmente credere di scappare. E dove, forse, è ancora possibile credere che un uomo abbia la forza di trasformarsi in ippopotamo…

Info
Sleeping Sickness sul sito della Berlinale.

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