Vampire

Vampire

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Shunji Iwai attraversa l’oceano e raggiunge gli Stati Uniti per dirigere Vampire, presentato nella sezione Panorama alla Berlinale 2011. Purtroppo il risultato è deludente, nonostante la cifra stilistica profondamente personale del regista giapponese.

Through Blood

Simon Wave è un ordinario giovane uomo che divide le sue attenzioni tra gli studenti del liceo in cui insegna e la madre, costretta a rimanere chiusa in casa in quanto autistica. Ma al di là della facciata da ragazzo perbene e gentile, Simon nasconde una seconda personalità assai meno rassicurante. Sfruttando internet si aggira su forum in cui si scambiano informazioni aspiranti suicidi per contattarli e convicerli a cedere a raggiungere l’obbiettivo facendosi dissanguare da lui. [sinossi]
I am a vampire
I have lost my fangs
So I’m sad and I feel lonely
So I cry and I’am very angry
Pantsy Ants, Vampire

Era dal 2004, vale a dire dall’uscita in sala di Hana and Alice, che Shunji Iwai sembrava aver perso interesse nella regia di opere di finzione: certo, era arrivato Ichikawa Kon monogatari (2006), documentario dedicato al regista de L’arpa birmana, seguito dal frammento inserito nel film collettivo New York,I Love You. A dire il vero si era dedicato molto alla sceneggiatura, firmando gli script (tra gli altri) di Halfway di Eriko Kitagawa, Baton di Ryuhei Kitamura e Bandage di Takeshi Kobayashi: aveva ammazzato il tempo anche lavorando nel ruolo di produttore, ma vederlo sedersi dietro la macchina da presa sembrava sempre più un miraggio.

Quando in pochi continuavano a nutrire speranze sul ritorno in sella di Iwai, la nebbia si è diradata e ha lasciato spazio a Vampire, girato in trasferta negli Stati Uniti con cast e troupe completamente non-giapponesi (fa eccezione solo Yu Aoi, al lavoro con il regista nipponico già ai tempi di Hana and Alice e poi vista in Turtles Are Surprisingly Fast Swimmers di Satoshi Miki, Bugmaster di Katsuhiro Otomo, One Million Yen Girl di Yuki Tanada e in Flowers di Norihiro Koizumi). È forse doveroso precisare fin da subito come Vampire si sia rivelato, a conti fatti, una sonora delusione: non che manchino al film spunti di riflessione anche piuttosto interessanti, ma l’impressione è che Iwai, innamorato di un progetto che coltivava da anni, e per amore del quale aveva deciso di far emigrare la produzione oltreoceano – secondo l’opinione dello stesso cineasta in Giappone sarebbe stato pressoché impossibile convincere una casa di produzione della bontà dell’operazione – non abbia saputo porre un freno al proprio desiderio di affabulazione. Da un punti di vista strettamente “atmosferico”, Vampire è un film iwaiano in tutto e per tutto: la rarefatta progressione degli avvenimenti, l’utilizzo misurato della videocamera, lo sfruttamento dell’espressione sovente a discapito della parola, tutti tratti essenziali che il cineasta nativo di Sendai, nella prefettura di Miyagi, ha sperimentato e studiato con attenzione certosina fin dai tempi di Undo (1994).

Anche in Vampire si assiste a sequenze senza dubbio assai ispirate, a partire da quella con cui si apre il film, vale a dire il viaggio verso la morte della giovane Keisha Castle-Hughes, destinata a lasciare il proprio sangue alla mente disturbata e contraddittoria di Simon, interpretato con accorata partecipazione da Kevin Zegers. Anche la deriva nei boschi del protagonista e di un’altra giovane vittima, colei che cambierà definitivamente le carte in regola operando uno strappo in un’opera fino a quel momento assai monocorde nello sviluppo narrativo, viene risolta con estrema brillantezza da Iwai, e lo stesso si potrebbe dire per la “notte brava” che Simon si concede con il pazzoide Renfield. Ma il problema è che per quanto mestiere e (di quando in quando) ispirazione Iwai possa dimostrare di avere, Vampire è un film che scricchiola nelle sue stesse fondamenta: molti degli snodi della vicenda non funzionano neanche da un punto prettamente logico, la ridondanza di certe scelte surreali, sulle quali domina la superflua digressione casalinga, con la madre di Simon costretta a muoversi con una cintura di palloncini bianchi allacciata alla vita, non fa altro che appesantire un corpo centrale già di per sé a pochi passi dalla caduta nel baratro dell’ipertrofia. Sette anni di assenza dai lungometraggi si fanno sentire, e lasciano l’impressione di un cineasta colto da un grave attacco di logorrea: una logorrea che però non si trasforma mai compiutamente in fabula, in intreccio, ma resta aggrappata solo a una stanca aneddotica priva di un reale contenuto.

Davvero un peccato, perché di carne al fuoco Vampire ne mette davvero tanta (troppa?), e perché Shunji Iwai è comunque ancora capace, come ai tempi dell’ottimo Love Letter (1995) di cogliere di sorpresa lo spettatore, costringendolo a calarsi in un’atmosfera che gli sarebbe completamente estranea. Ma il cuore di Iwai in Vampire pulsa solo a tratti, producendo un cinema anemico, dal pallore mortale e vicino alla catalessi. Vampirizzato, e lasciato a dissanguarsi…

Info
Vampire sul sito della Berlinale.

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